venerdì

Criticare il presente è doveroso



È un testo disorganico e breve, quello pubblicato dallo scrittore tedesco Ingo Schulze per le edizioni Il Margine (L’utopia ferita. Per una critica del presente, 2016), ma non privo di interessanti intuizioni.
In questo agilissimo volumetto sono inclusi interventi pubblici, dialoghi, digressioni, stralci assai brevi e stilisticamente non omogenei, ma accomunati da un percorso unitario riconoscibile.
Funzionale alla struttura dell’intero discorso è l’iniziale barzelletta sovietica, che l’autore – cresciuto nella DDR – propone come fattore emblematico della propria insistente vocazione critica.
Un contadino trascina un carretto, e giungendo in prossimità di un fiume si pone a fianco di un ponte, e invece di attraversarlo immerge i piedi nell’acqua e faticosamente spinge sé stesso e il proprio carro sull’altra sponda, dove poi si siede a riposare. Poco dopo arriva un secondo contadino, che fa la stessa cosa, e si adagia a fumare insieme a chi lo aveva preceduto. Un attimo dopo sopraggiunge un’automobile a tutta velocità, che invece si orienta verso il ponte, che ineluttabilmente cede, facendo precipitare l’auto. I due contadini commentano: “Eccolo lì, viaggia e viaggia, e poi non vede il ponte!”.
Questa storiella irrideva la propaganda sovietica, relativa alla presunta perfezione del socialismo reale, ma che poi rivelava le proprie debolezze alla prova dei fatti. Perché questa storiella diventa significativa per Schulze? Perché a suo parere la scrittura e il pensiero hanno il compito critico di demistificare ogni propaganda, e fare in modo che ciò che sembra solido (il ponte offerto dall’ideologia dominante), mostri tutta la sua precarietà.
Il primo ponte che viene abbattuto è costituito dall’idea del denaro e del suo rapporto con la competizione tra esseri umani. Non si tratta di evocare alcuna nostalgia per la DDR, secondo Schulze, ma una riflessione va avviata. Oggi, nelle nostre società, tendiamo a considerare ovvio uno stile di vita distruttivo, imperniato sull’accumulazione di denaro, o sulla lotta per averne quanto basta a sopravvivere. Che poi non basta mai, perché nessuno può sapere quali imprevisti possano colpirci dall’oggi al domani, e dunque meglio accantonare, che poi – pensiamo (spesso con ragione) – nel momento del bisogno ci si ritrova soli.
Ma la sua esperienza nella DDR era tutta diversa, e tale da lasciare stupiti per come essa sia stata rapidamente dimenticata: “Al denaro e al lavoro nessuno ci pensava veramente. Io non sapevo affatto che esistesse un diritto al lavoro. Trovare un lavoro era la cosa più facile. Se si arrivava alla laurea, l’università era obbligata a procurare un impiego ai suoi diplomati. E se non ci riusciva, doveva assumerci lei. Noi questo non lo volevamo, non era un’idea allettante. Nella scelta della professione il denaro non era importante” (p. 23). Impossibile commentare questo passaggio, si resta scioccati dalla distanza rispetto alla nostra condizione. E Schulze insiste, più avanti, evidenziando come oggi gli studenti restino increduli di fronte a racconti di questo tenore. Il rapporto con la ricchezza è un tema su cui l’esperienza nella DDR insegna moltissimo: “Non che nella DDR uno non avrebbe gradito guadagnare più soldi, ma il denaro non rivestiva alcun ruolo, ad esempio nella scelta della professione […] Lavoro ce n’era in abbondanza, la richiesta superava la disponibilità, il che al limite era spiacevole per chi di lavoratori aveva bisogno, ma per chi lavorava era ovviamente un’incredibile occasione d’indipendenza, poiché in questo senso si era ben poco ricattabili” (pp. 46-47). Schulze racconta di suo cugino, che dedicava la sua vita alla musica, e che a ora di pranzo andava a consegnare i pasti agli anziani non autosufficienti. Con quel reddito pagava il proprio affitto e le piccole spese, per poi dedicare la vita alla musica. Che bisogno aveva di accumulare denaro, in una società non capitalista? Nel nostro contesto di vita, invece, è del tutto naturale avere un lavoro guadagnando bene, ma senza avere più tempo per la musica, oppure non avere alcun lavoro, e neanche la possibilità di pagare l’affitto. L’orizzonte è completamente diverso. Ma questo non può significare in alcun modo che l’Occidente capitalista, uscito vincitore da quella competizione, sia un ponte solido da attraversare.
Altro luogo comune è quello della felicità. Avendo vissuto il passaggio dal socialismo al capitalismo, ed essendo stato inizialmente anche lui a capo di un giornale alla ricerca di annunci pubblicitari, soggetto attivo nel mercato e nella competizione economica, Schulze descrive così il proprio straniamento rispetto a quel che tutti considerano ovvio: l’auspicabilità del successo personale. Ma perché mai dovremmo averne? “Come giovane imprenditore nel 1990 ricevetti benevole pacche sulle spalle: anche tu ce la puoi fare se ti ci metti d’impegno e ti rimbocchi le maniche. Ma fare cosa? Arrivare in alto, ai soldi e al riconoscimento! Mi sentivo rigettato nella felicità privata, mentre si sarebbe dovuto trattare della felicità di tutti […] La mia felicità era l’infelicità degli altri. E la felicità degli altri la nostra infelicità […] e non approfittavamo forse noi stessi della concorrenza tra le tipografie? Non volevamo scegliere anche noi la migliore di tutte?” (p. 33).
E qui giungiamo a un altro punto delicato: la rimozione. Nelle nostre società cerchiamo sempre di avere dei vantaggi personali. Ad esempio cerchiamo di risparmiare, di spendere meno. Ma questo non costringe le aziende che ci propongono prezzi ridotti a trattare i lavoratori come schiavi, a inquinare sempre di più o a derubare territori lontani delle materie prime? Pensiamo all’industria alimentare. Qualche tempo fa con la sua facile retorica Michele Serra ci suggeriva di spendere di più per mangiare, per nutrirci con alimenti più sani, condizioni di lavoro più eque nelle campagne, e animali meglio rispettati. Certo, ma i poveri, nelle nostre società, possono davvero accedere ai beni di consumo dell’alimentazione biologica? Ovviamente no, e possiamo oggi rinunciare ai nostri pc e tablet, agli smartphone e ai mille oggetti che vengono prodotti attraverso la sottomissione e l’oppressione economica di altri popoli? Neanche. Quindi siamo inchiodati a un problema complessissimo: l’obbligo inconscio di non ragionare fino in fondo sul nostro stile di vita, perché una consapevolezza maggiore ci mostrerebbe la quasi impossibilità di modificarlo: “La nostra vita quotidiana, oggi più che mai, non può esistere senza rimozione” (p. 53).

Anche il nostro rapporto con il fenomeno migratorio, in fondo, si basa su una rimozione. Abbiamo inventato la categoria del “trafficante”. Ai tempi del blocco sovietico, gli occidentali chiamavano coloro i quali aiutavano russi o tedeschi dell’Est a passare dall’altra parte, “eroi”, “soccorritori”. Oggi invece, chi rende possibile, ovviamente lucrando malamente sulla vita umana, ma in ogni caso trasportando persone in fuga da guerra, miseria o oppressione, verso l’Europa, è definito un “trafficante”. E così, con l’indicazione del responsabile criminale, rimuoviamo cause, consistenza e prospettive di un problema globale che quotidianamente contribuiamo a generare con ogni nostro comportamento di consumo.

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