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Sull'unicità dell'Olocausto




Oggi potrebbe apparire scontata, e quasi retorica, un’affermazione che indicasse nell’Olocausto l’evento cruciale del Novecento. Gli uomini di quel tempo non ebbero questa stessa sensazione, e neppure le menti più raffinate, gli uomini e le donne di cultura, si avvidero fino in fondo di ciò che stavano vivendo. A ben vedere, neanche negli anni Cinquanta e Sessanta il mondo della cultura, se non pochi tra i suoi rappresentanti, se la sentirono di fare i conti con Auschwitz e di porre quell’episodio della storia contemporanea al centro della propria riflessione. Se alcuni intellettuali prestarono servigio culturale e sostegno morale alle politiche di sterminio, come Martin Heidegger, Ernst Jünger, o Céline, altri conobbero invece la catastrofe come testimoni, come sopravvissuti all’orrore della persecuzione, e si sono fatti scrittori-narratori e interpreti dell’Olocausto. Tra essi possiamo agevolmente riconoscere Primo Levi, Jean Améry, lo psicoanalista Bruno Bettelheim, oltre ai numerosi altri testimoni della Shoah. Pochi e inascoltati furono, infine, i “segnalatori d’incendio”. Intellettuali di primo piano, per lo più esuli, come Hannah Arendt, Adorno, Marcuse e pochi altri, i quali già durante la guerra cercarono di portare l’attenzione sulla deriva dell’antisemitismo nazista.
A partire dagli anni Ottanta, diversi fattori contribuirono invece a far maturare un rinnovato interesse degli intellettuali, e di conseguenza dell’opinione pubblica, verso la comprensione di quanto gli eventi legati all’Olocausto potessero rappresentare per l’umanità. Tale fenomeno culturale può essere ricondotto a una sorta di consapevolezza della perdita progressiva delle principali fonti della memoria, ossia i testimoni diretti, o forse al trascorrere del tempo, che mediante la distanza pluridecennale favorisce una maggiore messa a fuoco (e un minore coinvolgimento) da parte degli osservatori; oppure dalla diminuzione del peso ideologico nei confronti degli eventi della seconda guerra mondiale. E’ inevitabile registrare, ad ogni modo, negli ultimi decenni del secolo, un proliferare di studi sull’Olocausto, alcuni dei quali dall’alto spessore filosofico.
Oggi la nostra coscienza collettiva di europei, la nostra memoria storica e la nostra stessa identità etica si fondano invece su una meditazione permanente sulla Shoah, la nostra stessa essenza di uomini e donne contemporanei, si costituisce sulla consapevolezza di essere perennemente in bilico sull’abisso, al cui fondo c’è la catastrofe. Questo pensiero, su cui ci soffermeremo, è talmente spaventoso, che si manifestano costantemente insidiosi tentativi di allontanamento di quel problema dalla nostra coscienza attraverso due stratagemmi cognitivi: uno volgare, che è il negazionismo, cioè la costruzione di argomenti volti a negare la verità storica, e uno più subdolo e pericoloso, costituito dall’idea dell’inspiegabilità dello sterminio degli Ebrei d’Europa.
Tale tesi si fonda sull’idea che nonostante le testimonianze e tutte le ricostruzioni storiche delle dinamiche che hanno portato alla Soluzione Finale, l’enormità (sul piano morale) dell’evento non trova alcun precedente nella storia e nessuna possibilità di comprensione da parte dei contemporanei. In realtà l’Olocausto è un fatto umano, nato da ragioni umane, pertanto deve poter essere spiegato, mentre ricorrere all’inspiegabilità significa sostanzialmente evocare una tesi mistica. I sostenitori dell’inspiegabilità della Shoah ovviamente non si riferiscono alla pur difficile ricostruzione storiografica del sistema di governo nazista, né delle politiche di ghettizzazione. Il confine tra spiegazione e inspiegabilità viene varcato non appena si pone la questione del “senso” dello sterminio, della brutalità dei carnefici e dell’indifferenza dei complici; dell’ampiezza del crimine e dell’incredibile implicazione di migliaia di persone, in una civiltà tra le più avanzate del mondo. Ma sostenere l’inspiegabilità significa porre la catastrofe ebraica oltre la storia, in una dimensione extratemporale; si tratta sostanzialmente dello stesso rischio che si corre continuando a definire “diabolici” i nazisti e “sante” le vittime. Il punto è che persiste una sorta di resistenza psicologica a spiegare l’Olocausto. Si tratta infatti di un evento che mette a nudo la crudeltà assoluta di un assassinio, ed è una crudeltà che possiamo in parte ritrovare in noi stessi: il fatto che sia accaduto, nelle modalità in cui è accaduto, ci comunica la possibilità di tali livelli di crudeltà nell’essere umano, un genere cui noi pure apparteniamo. Questa constatazione certamente può apparire sconvolgente. Ma superando questa resistenza psicologica, ci accorgiamo che se quel “male” è presente in tutti gli uomini, almeno in potenza, allora esso è spiegabile.

Questo non vuol dire che la Shoah sia un fatto storico come un altro, magari solo più cruento. Molti massacri e genocidi presenti e passati dimostrano che l’essere umano è in grado e talvolta disposto a brutalità simili, ma è pur vero che nel caso della Shoah abbiamo una sorta di unicità, che è data dalla motivazione che sta alla base dello sterminio. Per capire le dinamiche che hanno reso possibile l’Olocausto bisogna guardare a pochi ma significativi fattori:
1)      si era certamente affermato in Germania un blocco di dirigenti fortemente antisemita e animato da una fanatica idea di riassetto razziale del continente, sostenuto in ciò da una schiera di scienziati, medici, professori  universitari e intellettuali di varia levatura. A questo folto gruppo si possono aggiungere svariati elementi sadici del basso ceto medio, che unitamente ai primi hanno scientemente organizzato e perpetrato lo sterminio.
2)      Ma il dato vero è un altro: il leggero ma diffuso sentimento antisemita che inibisce la reazione della popolazione tedesca. Non era impossibile reagire o opporsi al regime: infatti alcuni movimenti di opposizione ottennero la fine (o quasi) dell’operazione eutanasia; un movimento di protesta in Baviera indusse il governo del Reich a cancellare il provvedimento che rimuoveva il crocifisso dalle aule; inoltre non risulta che alcun tedesco fu mai incarcerato o eliminato per non aver preso parte al genocidio. Ciononostante, la gran parte del popolo tedesco lasciò indifferentemente trucidare sei milioni di innocenti.

            Con queste considerazioni ci troviamo all’interno di un intenso dibattito sviluppatosi tra gli storici e studiosi di scienze sociali, noto come contrapposizione tra “intenzionalisti” e “funzionalisti”. I primi privilegiano un’interpretazione tutta volta a rintracciare una forte motivazione da parte di una consistente componente della popolazione tedesca (a tutti i livelli sociali), determinata da un diffuso antisemitismo, all’ostracismo nei confronti degli ebrei, sublimata da Hitler e dal suo entourage in una volontaria e programmata, fin dai primi anni dell’ascesa politica, politica di sterminio. Gli storici funzionalisti, al contrario, ritengono di poter rintracciare diverse fasi, a tratti incoerenti, delle politiche di emarginazione, persecuzione, deportazione e infine eliminazione degli ebrei. In tale quadro alcune dinamiche impersonali, come la burocratizzazione delle funzioni pubbliche, o lo stato di guerra, con tutte le componenti che esso comporta, nonché una sorta di anarchia normativa nella gestione del potere tra i gerarchi nazisti, concorrono come concause verso un epilogo che anche se profetizzabile, non era concretamente predeterminato.
Certo è che questo evento tragico si sviluppa nel mezzo di un orizzonte di politica di “riassetto” dell’Europa. Nell’ottica nazionalsocialista le regioni di Warthegau e Slesia dovevano ospitare cittadini di origine puramente tedesca, il che comportava l’espulsione di tutti i polacchi, ebrei e zingari, reinserendo i tedeschi provenienti dall’Europa orientale. Quest’obiettivo venne perseguito alla luce del principio guida di Himmler: si possiede una terra solo quando anche l’ultimo dei suoi abitanti appartiene alla nazionalità di quella terra. Tra i polacchi una parte doveva essere “ri-germanizzata”, gli altri andavano trasferiti a oriente, e privati della loro intellighenzia, sarebbero stati usati come manodopera a basso costo. Gli ebrei dovevano essere trasferiti invece nel distretto di Lublino  o oltre il confine con l’Unione Sovietica. Responsabile della politica di riassetto era proprio Himmler. Gli obiettivi del Lebensraum e del Volksdeutsche erano prioritari sulla difficoltà della deportazione degli ebrei. Se doveva inizialmente avvenire nel distretto di Lublino, in Polonia, ai margini del Reich, in un secondo momento, date alcune difficoltà, fu ipotizzata una ghettizzazione forzata in Madagascar, obiettivo divenuto successivamente impraticabile anch’esso. Sennonché l’espansione in Russia avrebbe implicato la cattura di altri ebrei, per cui la politica di deportazione cominciò a divenire insostenibile. Di qui, in maniera progressiva e con tempi diversi, si diede atto alla Soluzione Finale. Lo sterminio non era un obiettivo preventivato fin da prima della guerra, ma maturò nell’estate del 1941 .
Nel 1992 Christofer R. Browning ha pubblicato un libro estremamente significativo, Uomini comuni, in cui analizza la documentazione, rinvenuta nell’archivio dell’Agenzia centrale di Stato per l’amministrazione della giustizia della Repubblica Federale Tedesca, relativo alla vicenda umana e militare del Battaglione 101, un reparto dell’Ordnungspolizei tedesca composto da riservisti di polizia . La particolarità di questa vicenda consiste nella composizione del Battaglione 101 e nella sua missione: si trattava di un manipolo di poliziotti di mezza età, troppo maturi per la guerra guerreggiata, e destinati dai vertici militari all’ingrato compito della fucilazione di ebrei in Polonia. La ricostruzione, resa possibile dagli interrogatori dei membri del Battaglione 101 in seguito al crollo della Germania nazista, mostra come dei poliziotti comuni, non particolarmente inebriati di ideologia antisemita, né fedelmente indottrinati al pari delle SS, divennero spietati assassini. Browning mostra alcune dinamiche psicologiche emblematiche: i persecutori trovarono grandi difficoltà a sopportare i loro compiti durante le prime spedizioni, ma col tempo l’assuefazione all’omicidio e l’abbrutimento morale ebbero la meglio su ogni possibile tentativo di resistenza. Solo una minoranza disobbedì agli ordini, mentre la maggioranza si adeguò allo scopo della missione. Gli uomini del Battaglione 101 non avevano mai preso parte a una battaglia, non avevano mai visto morire i propri amici in guerra. In questo caso l’abbrutimento non fu dunque la causa, ma un effetto del loro stesso comportamento. Inoltre, questi uomini non agivano con distacco burocratico, senza vedere le proprie vittime soffrire, la loro azione non era costituita sul modello di una catena di montaggio in cui si prende parte all’opera senza conoscerne da vicino l’esito finale. Al contrario, i riservisti camminavano nel sangue delle proprie vittime: uomini, donne e bambini.

A questo proposito l’autore rievoca alcuni esperimenti psicologici, come l’esperienza della «prigione» costruita da Philip Zimbardo a Stanford nel 1971 , in cui alcuni volontari, costretti a ricoprire il ruolo di secondini in una prigione (i cui prigionieri erano altri partecipanti all’esperimento), tendevano in maggioranza ad assumere comportamenti visibilmente oppressivi e autoritari. L’esperimento iniziò con l’esecuzione da parte dei detenuti di alcuni piccoli compiti che ne mettevano in ridicolo la dignità e il comportamento. Dopo una sola settimana (la ricerca ne prevedeva due), gli studiosi furono costretti ad interrompere l’esperimento, poiché gli attori che impersonavano i secondini avevano cominciato a imporre condotte e punizioni fortemente degradanti nei confronti dei detenuti, situandosi al confine con la tortura, che mettevano seriamente in pericolo l’integrità fisica e psicologica di questi ultimi.
Allo stesso modo, per spiegare il fenomeno della cieca obbedienza all’ordine di sparare, Browning richiama il concetto di «conformismo». Anche in questo caso viene ripreso un esperimento psicologico, ideato e messo in atto da Stanley Milgram, in cui si mostra quanto sia radicata nella nostra società la deferenza nei confronti dei superiori, e quanto il conformismo pesi a qualsiasi livello delle azioni umane. La ricerca di Milgram faceva riferimento all’esecuzione da parte di alcuni soggetti, di comportamenti lesivi nei confronti di altri individui, sotto la guida di un’autorità scientifica. Nello specifico, un finto medico chiedeva ai soggetti di somministrare delle scariche elettriche sempre più forti a una vittima. In tale ricerca si osservano molte varianti, come la parziale, nulla o totale visibilità della vittima alla vista del “torturatore”, il livello di autorevolezza del medico, e quant’altro. I soggetti si mostrarono per la maggior parte inclini all’esecuzione della tortura, rivelando particolare acredine in situazioni di non visibilità della vittima,  e grande sollecitudine nei casi in cui la vittima non era vista né sentita. L’autorità della scienza si dimostrava estremamente efficace nella dimensione di un’auto-deresponsabilizzazione del soggetto: la correttezza si misurava non più in relazione agli effetti dell’azione, ma in base all’efficienza dell’esecuzione del compito. Secondo il sociologo Zygnmunt Bauman, è possibile ipotizzare, sulla base di questa ricerca, che in un’organizzazione in cui la possibilità di scaricare la responsabilità diventa strutturale, si ottiene “una libera fluttuazione della responsabilità”, che dunque rimuove ogni freno di natura morale. Di grande rilievo è l’esito dell’esperimento di Milgram nella variante in cui si pongono due autorità non pienamente concordi. In tale contesto, l’esercizio della tortura non è stato effettuato. Se ne deduce che la pedissequa obbedienza agli ordini consegue dal rapporto con una fonte di autorità univoca, risoluta e monopolistica.
La tesi di Browning si pone un’altra finalità, perché non vuole ridurre al solo antisemitismo la causa della brutalità nazista, ma si sforza di comprendere, in tutta la sua complessità, il comportamento degli esecutori. Non a caso conclude la propria ricerca con queste parole: «all’interno di ogni collettività sociale, il gruppo di riferimento esercita pressioni spaventose sul comportamento e stabilisce le norme morali. Se in circostanze analoghe gli uomini del 101 divennero assassini, quale gruppo umano può reputarsi immune da un tale rischio?» .
            La domanda sul come fosse possibile ai soldati tedeschi accettare di eseguire ordini spesso a i confini di ogni tollerabilità umana, trova parziale risposta, come Zygmunt Bauman ha messo in evidenza, nel processo di “disumanizzazione” del nemico, così scientificamente perseguito dalle autorità nazionalsocialiste . L’antisemitismo, nei primi decenni del Novecento, non poteva certamente essere definito come un fenomeno culturale tipicamente tedesco. Si può anzi dire che la repubblica di Weimar costituiva la contrario una sorta di approdo alla libertà da parte di ebrei discriminati altrove, ad esempio in Francia. Questa semplice constatazione deve servire a cogliere un punto fondamentale, sebbene senza la diffusione di un’ideologia, quanto meno diffidente nei confronti dell’ebraismo, non sarebbe stata probabilmente possibile la Shoah, non è pacifico leggere tale fenomeno come il culmine del crescente sentimento antisemita diffusosi in Europa, semplicemente perché non corrisponde, secondo Bauman, a verità. Più che di ostilità, il sentimento della popolazione tedesca nei confronti degli ebrei era di indifferenza e in molti casi di diffidenza. Su tale sentimento i nazisti riuscirono tuttavia a costruire il processo di disumanizzazione del nemico interno ricorrendo al linguaggio medico. L’uccisore delle camere a gas poteva quasi sentirsi un ufficiale sanitario, perché ormai la vittima era stata linguisticamente assimilata a “pidocchio”, “parassita”, la questione ebraica diventò un problema di igiene politica, di pulizia personale. Gli ebrei venivano sistematicamente paragonati a bacilli della peste, a virus, la cui eliminazione dall’Europa avrebbe rappresentato una “guarigione”, un’autodepurazione. Lo stesso obbligo per gli ebrei di esibire la stella di David veniva definita da Goebbels una misura di “profilassi igienica”. E’ evidente in tutto ciò in quale misura fosse importante il ruolo della scienza e della medicina in particolare in questo processo di demonizzazione dell’Altro.

            Secondo Bauman c’è una stretta connessione, che non costituisce in alcun modo identificazione, tra la modernità e l’evento “Olocausto”. La modernità, intesa in particolar modo come significativo livello di sviluppo tecnologico, come tipologia strutturale dello stato moderno (monopolio della violenza e inclinazione all’ingegneria sociale) e di emancipazione della politica, come presenza rigorosa di elevati tassi di burocratizzazione e divisione del lavoro organizzativo, diventa per Bauman condizione necessaria ma non sufficiente al verificarsi della Shoah. Seguendo le analisi sulla burocrazia di Max Weber, non possiamo constatare come una volta stabilito l’obiettivo, nel nostro caso la “soluzione finale”, il detentore del potere appare, rispetto alla sua burocrazia, come un dilettante nei confronti di uno specialista. Il potere dell’apparato degli esperti e delle sue valutazioni costi-benefici diventa dunque estremamente elevato. Ed è proprio questa dinamica di efficiente risoluzione del problema che porta l’apparato organizzativo a ritenere impraticabile prima la costituzione di un principato ebraico ai margini del Reich, poi in Madagascar, e infine a riconoscere come unica soluzione praticabile quella dell’eliminazione fisica. la peculiarità dell’apparato nazionalsocialista ad aver determinato una traslazione del senso morale verso un senso dell’onore del servizio (si pensi alla linea di difesa di Eichmann). Tale trasmutazione dei valori secondo l’autore è resa possibile dalla compresenza di quattro condizioni accompagnatorie degli ordini: la violenza che si richiede di esercitare appare autorizzata (legata cioè a una forte autorità di riferimento, che si assume la responsabilità delle conseguenze, liberando dunque apparentemente il sottoposto dalle medesime), inserita in una routine amministrativa, diretta contro un nemico ideologicamente disumanizzato, e praticata nella maniera possibilmente più invisibile (come scrive Hilberg riferendosi al genocidio: «la maggior parte dei partecipanti non arrivò a sparare su bambini ebrei né a introdurre del gas nelle apposite camere… La maggior parte dei burocrati coinvolti stilava promemoria, preparava progetti, parlava al telefono e partecipava a conferenze. Essi erano in grado di distruggere un intero popolo stando seduti alla propria scrivania»). dal punto di vista della società moderna il genocidio non è né un’anomalia, né una disfunzione. Esso dimostra ciò di cui è capace la moderna tendenza alla razionalizzazione e all’ingegneria sociale se non viene controllata e mitigata» 
In tale orizzonte, di quella tragedia si constata tutta l’attualità: se l’Olocausto appartiene al passato, prolificano invece nel presente tutte le condizioni che l’hanno resi possibile: «Nessuna delle condizioni sociali che resero possibile Auschwitz è davvero venuta meno, […] non si è presa alcuna efficace misura per impedire a tali possibilità e condizioni di generare altre catastrofi analoghe» (p. 29).


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