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Leggere e scrivere per conoscere le emozioni

In un articolo pubblicato la scorsa estate sulla rivista Trends in Cognitive Sciences lo psicologo e narratore canadese Keith Oatley, professore emerito all’università di Toronto, ha tentato di dimostrare, ricorrendo a dettagliate ricerche sperimentali, come la lettura di romanzi e fiction, in generale, favorisca l’attivazione di alcune aree del cervello deputate alla “competenza emotiva”. In altri termini, leggere storie e immedesimarsi in questo o quel personaggio, parrebbe rafforzare la nostra naturale capacità empatica, e ci consentirebbe di conoscere emozioni che non avremmo modo di sperimentare nella nostra vita quotidiana. Naturalmente l’osservazione è piuttosto intuitiva, e non meriterebbe di per sé alcuna dimostrazione scientifica. Pertanto ho deciso di andare oltre l’articolo e prendermi la briga leggere il libro pubblicato da Oatley nel 2004 (Emotions. A brief history, Blackwell publishing), per capire come e perché avesse deciso di inseguire scientificamente una verità tanto evidente.
Si tratta di un agile manualetto dedicato alle emozioni, che si apre e si chiude con alcune considerazioni tra narrativa e competenza affettiva. In apertura, attraverso una peculiare digressione sul Romanticismo, Oatley avverte il rischio di trattare i temi psicologici come se l’umanità fosse sempre la stessa nel corso della storia, e come se tra i vari popoli non sussistessero differenze. In riferimento alle emozioni, lo si renderà evidente a breve, occorre saper distinguere di volta in volta il peso attribuito da ogni società alle nostre alterazioni psico-fisiche, e mantenere un atteggiamento prudente, evitando di offrire interpretazioni chiuse.
Proverò a enucleare alcuni dei passaggi cruciali del libro, ma senza rispettarne l’ordine di esposizione, bensì cercandone l’ordine interno. Risulta evidente che nel trattare il tema delle emozioni Oatley abbia sempre in mente l’esempio che Darwin riporta nel suo celebre libro intitolato The expression of the emotions in man and animals (1872), in cui il celebre biologo racconta di come, avvicinandosi alla vetrina di un rettilario in cui era rinchiuso un pericoloso serpente, e pur sforzandosi di concentrarsi razionalmente sull’impossibilità di essere raggiunto da un morso perché protetto da una lastra di cristallo, al momento del salto del rettile, non riusciva a fare a meno di ritrarre il volto dalla vetrina. Secondo la lettura di Darwin i processi emotivi, come la paura, hanno origini ancestrali e leggibili in chiave evolutiva, e rispetto ad essi può poco la nostra mediazione razionale. Anche emozioni apparentemente non legate alla sopravvivenza, come il desiderio di toccare qualcuno da cui siamo attratti, è connesso da Darwin a un riflesso implicito nelle cure parentali.
Seguendo l’approccio evoluzionistico, se fossimo dei pesci, probabilmente non avremmo una vita emotiva. Tuttavia, come tutti i mammiferi che devono occuparsi a lungo della prole, possediamo questa caratteristica biologica, così come abbiamo il sangue caldo o la respirazione polmonare. Avremmo pertanto ereditato dai nostri antenati non solo la capacità di camminare su due gambe, ma anche quella di provare emozioni.
Come si può osservare da queste prime considerazioni, se identifichiamo il concetto di “biologico” con quello di “identico” per tutti gli individui della stessa specie, non possiamo che tradire l’idea evoluzionistica. Infatti, in quanto abbiamo appena osservato è implicita una dimensione sociale e relazionale che non è immediatamente riconducibile ad alcun dato cromosomico. Inoltre, osserva Oatley, numerosi studi antropologici hanno dimostrato come il repertorio emotivo, seppur basato su una struttura comune e basica, vada poi a modularsi con significative differenze tra i vari popoli, anche in virtù di meccanismi valutativi eterogenei, direttamente derivanti da culture diverse tra loro.
Pur riconoscendo questa dimensione storico-sociale del vissuto emotivo, Oatley non si tira indietro e non elude il tema biologico in sé, cioè la stretta connessione tra struttura cerebrale e vita emotiva, affidandosi prevalentemente all’ipotesi di Paul MacLean (The triune brain in evolution, 1990), che distingue tre diverse aree nel cervello, come responsabili delle emozioni: il corpo striato, comune a tutti gli animali e responsabile di alcune funzioni fondamentali del comportamento (come le abitudini, le routines, il corteggiamento, le migrazioni, la percezione di bisogni primari o riproduttivi, l’attitudine al riposo o alla ricerca di un luogo stabile dove vivere). Oltre questo, viene collocato lo strato limbico, più sviluppato nei mammiferi, e responsabile delle emozioni fondamentali, come rabbia, felicità, paura, tristezza, desiderio. Gli esseri umani hanno tuttavia una terza area del cervello, la neo-corteccia, che occupa circa l’80% del volume cerebrale (mentre altri mammiferi non primati si attesta al 30-40%) sviluppata in chiave comunicativo-simbolica, e responsabile delle capacità di pianificazione, linguaggio, uso di strumenti, e forse maggiormente attiva in stati emotivi più complessi e più specificamente umani, come la vergogna.
Grazie all’uso delle tecniche di neuroimaging è possibile oggi individuare le aree del cervello maggiormente attive nei processi emotivi e, con riferimento alla tripartizione di MacLean, è inevitabilmente la zona limbica a essere quella più sensibile a ogni variazione emozionale.
Ma il lavoro linguistico di cui sarebbe responsabile l’area che chiameremo “simbolica” del cervello, non è meno importante. Infatti Oatley cita la nota ricerca di Allen Hirt, in cui alcuni giovani bianchi e neri sono stati intervistati ponendo di fronte a loro altrettante fotografie di persone bianche e nere. Ciò che veniva monitorata nella ricerca era la reazione dell’amigdala (una parte del sistema limbico). La reazione cerebrale di fronte a immagini rappresentati persone con la pelle del medesimo colore dell’intervistato risultava debole, mentre si attivava significativamente quando le domande concernevano una persona di un colore diverso. Questa reazione lentamente andava in abituazione, e si attenuava, pronta tuttavia a rigenerarsi di fronte a una foto relativa a un terzo gruppo entico.
Il fatto che si attivasse l’amigdala indica tuttavia solo un’associazione, non un rapporto causale. Quando noi spieghiamo che una determinata area del cervello è responsabile di un dato processo, ci esprimiamo in modo impreciso, perché responsabilità implica in certo senso il concetto di causalità. Come Oatley spiega correttamente in un altro capitolo del libro, i processi cognitivi, e dunque simbolici e sociali, hanno un peso determinante nel filtrare le informazioni e determinare le reazioni emotive.
Da questo punto di vista l’autore del libro scorre velocemente alcuni riferimenti filosofici ineludibili, specialmente tratti dalla filosofia antica, citando la concezione aristotelica delle emozioni come valutazioni degli eventi, e spiegando come in questo processo valutativo intervenga non solo la nostra esperienza pregressa, ma possano intervenire anche fattori genetici e influenze sociali. La considerazione ovvia dell’approccio stoico nella psicoterapia contemporanea, che qui non ripeteremo perché assai nota e ampiamente riconosciuta, diventa per Oatley un’occasione per tornare al rapporto di Darwin con la vetrina del rettilario. Perché il padre dell’evoluzionismo inferiva da quell’esperienza l’impotenza della ragione e l’attribuzione di gran parte dei nostri comportamenti a processi emotivi incontrollabili? Perché, a differenza di Epitteto, Darwin identificava il sé con il proprio corpo. Nell’ottica stoica, invece, dovremmo identificare noi stessi con i nostri propositi, progetti, insomma con la nostra volontà. Se riuscissimo a distaccarci dalle dipendenze del corpo o dalla nostra percezione di noi stessi come meri corpi, allora tutto ciò che danneggia o metter in pericolo questi ultimi non causerebbe in noi alcuna rabbia o paura. Non credo che con questo Epitteto avrebbe sottoscritto l’ipotesi in base alla quale, se sufficientemente distaccati dalla nostra sopravvivenza corporea, non arretreremmo neanche di fronte al balzo di un serpente. Gli stoici suggerivano semplicemente di addestrarsi a un maggiore distacco da ansie, paure e desideri strettamente connessi alla tutela del nostro supporto materiale, che per quanto indispensabile per esser vivi (dobbiamo riconoscerlo), non esaurisce la nostra natura.
Questo intreccio costante di evoluzionismo, predisposizione genetica e dimensione sociale e cognitiva, ben si evince nella trattazione delle patologie psichiatriche, quando Oatley ribadisce come la depressione, ad esempio, sia interpretabile solo come commistione di tutti i fattori citati, nessuno escluso.
L’ultimo capitolo del libro è infine dedicato all’intelligenza emotiva, e dunque ci riporta alla questione da cui siamo partiti. Specialmente nella scuola, oggi si parla molto di questo argomento. Ma di che si tratta effettivamente? Oatley elenca disciplinatamente tutte le abilità in cui questa facoltà è stata declinata dagli studiosi del campo: dalla capacità di percepire le proprie emozioni alla gestione di manipolare le emozioni altrui. Ciascuna di queste competenze è descritta e brevemente spiegata. Oatley individua tre modalità relazionali che favoriscono l’accrescimento di una conoscenza e gestione delle emozioni in generale, le proprie e quelle altrui. A suo parere, il primo livello è la conversazione. Banalmente, chiacchierare. Ed ha perfettamente ragione, perché anche il deprecabile pettegolezzo favorisce processi di immedesimazione, e problematizzazione di situazioni critiche. Ma pure il confidarsi, il reciproco rivelare sé stessi, liberano in ciascuno l’attitudine alla sensibilità empatica.
In secondo luogo, Oatley parla della lettura di romanzi e narrazioni, ma anche di scritture teatrali e di fiction in generale, come strumento di immedesimazione e apertura conoscitiva al mondo delle emozioni e delle situazioni a forte impatto affettivo. Infine, con mia grande soddisfazione, l’autore aggiunge una chiave fondamentale per favorire la maturazione emotiva: la scrittura. Abituarsi a raccontare i propri sentimenti, ad analizzarli attraverso la pagina scritta, sembrerebbe generare la consapevolezza di una vita emotiva più ricca di quanto possa esprimere una semplice teoria dei bisogni.