giovedì

Il consiglio di Darwin


Alcuni giorni fa ho smarrito una piccola e antica edizione dell'Autobiografia di Charles Darwin.
Spero che sia finita nelle mani di nuovi lettori, capaci di trarne un insegnamento analogo o nuovo, rispetto a quanto ho potuto ricavarne io. Per fortuna, la mia lettura era arrivata praticamente alla fine, e ho fatto in tempo ad annotarne una pagina particolarmente brillante, che mi piace qui riproporre, nella forma di un suggerimento dato a me stesso, e a chiunque altro.
Il piccolo quaderno autobiografico che Darwin decise di redarre in vecchiaia non ha nulla a che vedere con il suo famoso Diario. Si tratta invece di una breve ricognizione delle sue esperienze di vita, destinata ai propri figli e nipoti: un  raccontare sé stesso.
Leggendo queste poche pagine, apprendiamo come il grande biologo da giovane amasse nutrirsi di poesia inglese, avvertisse particolari brividi emotivi nell'ascoltare la musica (fino al punto da pagare personalmente dei musicisti per arrangiare concerti in camera sua), e apprezzasse, nel processo della sua formazione intellettuale, dipinti e incisioni di soggetti vari.
Col tempo maturarono invece la sua grande applicazione scientifica, lo spirito d'osservazione e l'incredibile pazienza nelle classificazioni e catalogazioni. Una vita dedicata alla ricerca del particolare e del generale, costellata da indagini, saggi, pubblicazioni, conferenze e confronti con la comunità scientifica.
Tuttavia, in tarda età, guardandosi allo specchio, Darwin ripensò a quanto fosse mutato rispetto a quegli anni giovanili, con parole importanti, che ho trascritto e che mi piace ricordare:

"Ora, da anni e anni, non ho la pazienza di leggere un solo verso: ho provato recentemente a leggere Shakespeare e l'ho trovato così intollerabilmente noioso da darmi la nausea. Ho quasi perduto il gusto per i quadri e per la musica [...] La perdita curiosa, e dolorosa al tempo stesso, del gusto estetico è tanto più strana in quanto i libri di storia, le biografie, i viaggi e i saggi su ogni sorta d'argomento mi interessano come sempre. Sembra che la mia mente sia diventata una specie di macchina per macinare leggi generali, traendole da grandi quantità di fatti: ma non riesco a capire perché questo abbia provocato l'atrofia di quella sola parte del cervello da cui dipende il gusto estetico. [...] Se dovessi ripetere la mia vita, mi porrei come regola di leggere qualche poesia e di ascoltare un po' di musica almeno una volta alla settimana; forse, con l'uso, le parti ormai atrofizzate del cervello si sarebbero mantenute attive. La perdita di questo gusto è una perdita di felicità; può darsi anche che sia dannosa all'intelligenza e più probabilmente al carattere morale, indebolendo la parte emotiva del nostro temperamento"

Indubbiamente Darwin, anche in questo caso, non resiste alla tentazione di trovare una spiegazione scientifica alla sua perdita di gusto estetico, e di tentare una legge generale che spieghi l'atrofia e le sue conseguenze morali.
Però il vecchio scienziato ci lascia un monito, un consiglio, un suggerimento. Io lo lascio circolare, così come lo recepisco, tutto in quella frase: "La perdita di questo gusto è una perdita di felicità". 
Un gusto doloroso da perdere, ma pure faticoso da guadagnare. Non voglio dilungarmi nella solita evocazione dei danni socio-culturali del capitalismo. Ma non v'è dubbio che è assai faticoso per un individuo nato nel vortice della comunicazione commerciale contemporanea è accedere al gusto estetico. Esso richiede una disposizione d'animo che è molto difficile da guadagnare, ostacolata dalla potenza attrattiva del cattivo gusto, del facile, del subito, e del piacevole. Il tempo dedicato all'arte è tempo dedicato all'anima, e ha un destino analogo a quello della filosofia esso è sistematicamente esposto alla colpevolizzazione del tempo sottratto all'utile, al pratico, al produttivo. Chi conosce il dolce frutto del pensiero e del sentimento non lo abbandona. Ma quanto è difficile, oggi, invitare le nuove generazioni a questo sforzo?
Caro Darwin, tu che sei stato un grande scienziato (e alla scienza ancora par che diano ascolto), spiegaglielo tu.



1 commento:

  1. Posso capire che essere lettori di Kant o Joyce sia al giorno d'oggi oggettivamente difficile, perché la loro è una lezione che potrebbe sembrare lontana, in realtà invece ha ancora molto da insegnarci.

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