mercoledì

Felicità a Groningen

Risultati immagini per groningen universityLo scorso sabato sono stato a Groningen, in Olanda. Al mattino ho partecipato a un interessante workshop dedicato al tema della democrazia e del rapporto tra culture. Nel pomeriggio, invece, si è aperta una sessione dedicata al mio libro Il bene comune, nel corso della quale ho brevemente relazionato sui contenuti del volume, sviluppando a margine alcune considerazioni sulla situazione politica internazionale, con particolare riferimento al rapporto tra popolazioni occidentali e classi dirigenti.

Tuttavia, nella discussione delle mie tesi che è stata avviata dopo la mia relazione, ho ricevuto una domanda "pre-politica", che da tre giorni continua a rimbalzarmi nel cuore. Ecco cosa mi è stato chiesto: "alla luce delle tue riflessioni su Kant e Rousseau, tu, come filosofo, e non come interprete, cosa pensi che sia la felicità? Si tratta di una questione etica o politica?".

La domanda è di quelle difficili. Ho pensato subito a un progetto che porto avanti con i miei studenti di terzo liceo, dedicato al tema in questione. Quando ho proposto loro di definire il concetto di felicità sulla base del proprio vissuto, hanno unanimemente ritenuto (salvo un'eccezione) di interpretare quel concetto chiave della nostra tradizione filosofica come "stato d'animo conseguente la constatazione di un successo individuale" (identificando, dunque, l'infelicità come esperienza di fallimento personale). Indubbiamente è l'indizio di una mancanza d'abitudine a ragionare in termini relazionali, collettivi o comunitari. Ma è la cifra dei nostri tempi; è normale. 
Personalmente sono portato a connettere il concetto di felicità all'esperienza sociale, al sentimento della cooperazione. Ma non sono affatto stupito di una declinazione tutta individualistica della felicità, letta nei termini di una realizzazione dei propri obiettivi: una felicità "carrieristica".

Ciò che mi colpisce, invece, quando pongo il tema ai miei studenti, è il raro riferimento all'amore. 

Il tema qui si dilata in modo incontenibile. Ma sebbene l'amore possa anche determinare condizioni di sofferenza, ciascun individuo, nel suo elemento esperenziale minimo, non può non cogliere nell'amore la struttura portante della felicità. Poi, come direbbe Platone, l'amore oltrepassa i confini della relazione duale e divinamente pervade l'intero vivere comune fino ad ascendere al cielo della scienza, per alimentare quel fuoco sacro che brucia nella ricerca filosofica.

Forse Platone aveva visto giusto, meglio di noi contemporanei. La felicità è nell'amore: per l'altro, per gli altri, per il sapere. Si tratta di felicità individuale, duale, collettiva, teoretica.

Con questa piccola nota, auguro a tutti un buon Natale e un felice anno nuovo.