mercoledì

Una riflessione e una proposta per l'alternanza scuola-lavoro nei licei


L’estensione dell’alternanza scuola-lavoro in tutti gli indirizzi della secondaria superiore, licei inclusi,
necessita di un livello di approfondimento teorico, che non è stato ancora cercato, e nemmeno lambito.
L’accusa che si muove al governo di voler piegare i percorsi formativi alle esigenze del mercato del lavoro attraverso la doppia misura di una fornitura di personale non retribuito alle imprese, e al tempo stesso di una costruzione ideologica della mentalità competitiva tra gli allievi - di modo da predisporli al cannibalismo del mercato del lavoro - è un’accusa rituale, mal posta, e quindi un'inutile lamentela.
Ragioniamo con calma, e cerchiamo in primo luogo di partire da una constatazione: l’alternanza scuola-lavoro non è una novità né temporale (esiste nel dibattito pedagogico da secoli, nelle normative europee già da qualche decennio), né spaziale. In molte parti del mondo infatti sono anticipate in età scolare partecipazioni, a vario titolo, ad attività lavorative o di volontariato. Il problema dunque è duplice: perché fino ad ora i licei sono stati esclusi da questa prassi, o quanto meno non obbligati, e qual è il fine che in Europa ci si propone sollecitandone l’estensione a tutti gli indirizzi di studio? Proverei a rispondere prima a questa seconda parte della domanda. Leggendo i documenti pubblicati dalla Commissione Europea degli ultimi vent’anni, l’istanza prevalente parrebbe quella di favorire la costruzione, fin dall’adolescenza, di uno spirito di iniziativa e di creatività auto-imprenditoriale nei giovani, che al momento dell’acquisizione del titolo di studio non troveranno più davanti a sé la statica struttura socio-economica che ha caratterizzato la seconda parte del Novecento, ma un mercato del lavoro più flessibile, in rapida trasformazione e necessitante di autonomia decisionale in ogni segmento produttivo. Questo a chiacchiere.

Come già in passato un osservatore attento come Nico Hirtt mise in evidenza, esiste un piano nascosto dell’alternanza, quello meno filantropico. Nell’attuale mercato del lavoro infatti la flessibilità è legata all’auto-imprenditorialità solo nel destino di pochi. Per la gran parte dei lavoratori, essere precari significa rimanere alla mercé delle imprese. Al di là dei vaneggiamenti sulla società della conoscenza, basta uscire di casa e prestare un po' d'attenzione, per cogliere a un primo sguardo una marea incredibile di attività lavorative a bassa o bassissima qualifica culturale. Questo significa che tutti, ma proprio tutti, devono addestrarsi fin da giovanissimi a una certa introiezione dei meccanismi selettivi fino “naturalizzarli”, cioè assimilarli come un dato di fatto, non più modificabile. 
Questa è certamente una ragione non esplicitata, ma che una parte dei genitori dei nostri alunni è poi avvezza a ritrasformare nel proprio vissuto secondo il vecchio adagio: “è meglio che imparino subito cosa significa stare nel mondo del lavoro”.

Secondo la mia lettura, in Italia si insegue in modo abborracciato un’altra idea pedagogica del secolo scorso, che ben si concilia con quel che accade in altre parti del mondo, e che ci lascia comprendere meglio cosa significhi l’alternanza scuola-lavoro nei nostri licei.
Per gli istituti tecnici e professionali, che di per sé preparano anche a un futuro universitario, ma mantengono una propria ragion d’essere nella propria capacità di avviare i giovani in un segmento preciso del mercato del lavoro, non ci si pone molte domande, anche se pure in questo caso si dovrebbe approfondire il tema. Chi conosce un po’ da vicino questa realtà, sa bene che non è semplice gestire questi processi, ma nessuno obietta la loro opportunità formativa in un percorso professionalizzante.
Ma a quale segmento del mercato del lavoro dovrebbero invece predisporre i licei? Chi lo stabilisce? In quale settore andrà sviluppata l’alternanza? Ecco, qui il tema si fa più complicato. Infatti il legislatore presumibilmente intende far leva sul valore pedagogico del rapporto del discente con l’esperienza in quanto tale, con il fare pratico, concreto, valorizzando l’interazione diretta dei giovani con i contesti produttivi. Si aggiorna in chiave moderna un pezzo importante della teoria di Dewey sul rapporto tra pensiero ed esperienza, che non è privo di interesse. Quali competenze vengono formate nello studio teorico, in assenza di un’attività programmata e obbligatoria di “esperienze” problematiche di vita vera? La vera riflessione, affermava Dewey, si intesse solo se sorge spontaneamente da un problema vivo, non da una stanca ripetizione di un sapere morto. Quello che afferma Dewey è vero, ma non è tutto il vero. Esiste una specificità formativa delle scienze pure, delle materie umanistiche e dello studio tradizionale, che non può sorgere da un esperire concreto, ma che invece si costituisce su uno sforzo astrattivo, che consente - col tempo - di cogliere interi aspetti della realtà attraverso uno sguardo ampio e capace di individuare sfumature e complessità. Il solo rapporto con la prassi, invece, inchioda gli occhi al pavimento, e impedisce loro di guardare lontano.

L’alternanza scuola-lavoro, posta in questi termini, assume il fine di de-liceizzare i licei. Il bersaglio è proprio la formazione teorica tout court. Il sapere è  concepito come funzionale al fare. Quindi il sapere per il sapere rappresenta il passato per cui si introduce nei licei un elemento di formazione che al tempo stesso anticipa gli schemi del mercato del lavoro e potenzia l’ideologia del merito e dell’imprenditorialità. Tutto sembra tenersi alla perfezione.

Rispetto a questo schema, personalmente trovo del tutto istintivo e irriflesso l’atteggiamento di quegli insegnanti che oppongono una difesa strenua della didattica liceale tradizionale, che è comunque erede di una concezione classista dell’istruzione, di una distinzione in fondo non sufficientemente giustificata tra coloro che dovranno esercitare le proprie menti al punto tale da trasformarsi in classe dirigente, e coloro che invece preferiscono (per vocazione o necessità) far lavorare le braccia.
Lo schema era già reazionario nell’Ottocento, figuriamoci oggi. Cosa accade allora nelle nostre scuole? Che molti professori di liceo tentano strategie di resistenza passiva a una forzatura percepita male perché – in fondo – è pensata male. Quindi assistiamo nel migliore dei casi a un boicottaggio o a un fuggi fuggi generale, per cui ogni anno bisogna trovare il fesso che segue gli studenti in fantomatici percorsi di alternanza per i licei, inventati con esercizio di dubbia creatività , come l’idea dell’ “impresa simulata”, oppure attività di frequentazione di musei e archivi, spacciando il tutto per “lavoro nel settore dei beni culturali”, o infine la trasposizione delle ore spese nei viaggi di istruzione (infilando in questi ultimi due-tre momenti formativi) come esperienze lavorative. 

Questo nel migliore dei casi, appunto. Altri invece si fanno sedurre dalle sempre maggiori proposte che i nuovi pescecani della formazione propinano alle scuole con tanto di dépliant esplicativi. Bastano 400-500 euro a studente, e vengono spediti per una decina di giorni in un altro paese, seguiti da uno staff professionale a seguire corsi e fare esperienze per profili professionali fantastici, dal designer al pubblicitario, in modo tale che i professori non vengono minimamente intaccati dalla responsabilità di gestire i percorsi di alternanza, e con un bel viaggetto (pagando, per dover svolgere un’attività tra l'altro obbligatoria) tutto si risolve. Anche ai genitori la cosa va bene, perché possono andare in giro a vantare l'esperienza "fichissima" fatta dai propri figli con questa o quella istituzione internazionale. Una piega, questa, che non saprei se definire demenziale o criminale.
Al di là di tali degenerazioni, nei licei c’è la tendenza a cercare comunque un percorso coerente con le materie studiate: attività in ospedale, nei laboratori scientifici, o a insegnare l’italiano agli stranieri. Quindi solo lavoro intellettuale, per intenderci.

Io credo invece che questa novità gettata tra le gambe dei docenti, perché entrata a pieno titolo nei percorsi formativi anche come materia d'esame, debba essere gestita in prima persona dagli insegnanti, rivoluzionando le programmazioni didattiche. Non è il sapere che va in servizio al fare, ma poiché di formazione liceale si tratta, è il fare che va collocato al servizio del sapere. In che senso?
Io ritengo che i giovani possano e debbano conoscere il lavoro, non solo quello che andranno a svolgere, bensì il lavoro come peculiarità umana, come trasformazione della materia, come concentrazione della mente e come sforzo organizzativo. Il lavoro per conoscere sé stessi e la società. Ma per far questo non basta andare in impresa o in cooperativa. Bisogna rimodellare le programmazioni facendo leva su questo nuovo strumento didattico, accompagnando gli studenti nel processo di monitoraggio e di osservazione dei contesti lavorativi, stimolandoli a una riflessione sulle classi sociali, sulla divisione del lavoro e sulle dinamiche comunicative. Mi spingo oltre nella proposta. Io suggerirei al ministero di affidare la gestione dei processi di alternanza scuola-lavoro interamente ai dipartimenti di storia e filosofia.

In questo senso, si potrebbe suggerire che nell’arco del triennio gli studenti svolgano: 1) un’esperienza di lavoro trasformativo o manuale durante terzo anno; 2) un’esperienza di lavoro amministrativo o organizzativo durante il quarto anno; 3) un’esperienza di lavoro di cura e servizio alle persone durante l'ultimo anno di studi. I docenti inserirebbero nelle loro programmazioni moduli didattici specifici sulle trasformazioni storiche dei processi produttivi, ma anche sulla filosofia del lavoro e sulla relazione tra strutture produttive e dinamiche sociali. Inutile ricordare quante tematiche storiografiche possano essere filtrate attraverso queste esperienze, e meglio meditate, ma come non approfittare dell'occasione per approfondire le teorie del lavoro di autori come Heidegger, Scheler, Marx, Giordano Bruno, Gramsci, la scuola di Francoforte, Weber? 


Messa in questi termini, effettivamente l’alternanza scuola-lavoro diverrebbe un potenziatore e un motivatore intrinseco alle discipline scolastiche, ma troverebbe il suo significato solo nella sua capacità di tradursi in uno sforzo teoretico di analisi e comprensione del reale.