lunedì

Le divisioni tra docenti sono semplicemente patetiche



Si tratta di una vecchia storia. Non è una novità che nella scuola italiana – come accade del resto in
gran parte del mondo del lavoro – si riproducano conflitti e divisioni all’interno del medesimo corpo professionale. Di fronte a una condizione di sofferenza contrattuale, l’antagonismo non si esprime nei confronti del governo o del ministero, ma si scatena orizzontalmente in una lotta tra pari, completamente insensata e deleteria. Il fenomeno è noto, ma come diceva Hegel, “ciò che è noto, proprio per questo non è conosciuto”.
Questo pomeriggio, davanti agli uffici dell’Ufficio Scolastico Regionale del Lazio, è andata in scena una triste contrapposizione tra gli autoconvocati della scuola, che avevano indetto un presidio per contestare la situazione di oggettivo caos in cui sono precipitate le scuole in questa fase applicativa della Legge 107, e un drappello di colleghi iscritti alle GAE, che lamentavano invece una mancata applicazione della medesima riforma, per cui hanno visto sfumare la loro possibilità di assunzione (in conseguenza, secondo loro, dalle eccessive pretese di non essere trasferiti da parte dei neoimmessi in ruolo). Ritardi, inefficienze e ambiguità normative hanno effettivamente prodotto confusione e cattiva gestione in questa prima fase dell’anno. Tutti hanno le loro ragioni, perché oggettivamente l’implementazione del “cambiare verso” non appare poi così lineare, e i lavoratori si contendono posti e salari, anche a colpi di ricorsi e controricorsi: una ghiottoneria per i cronisti filogovernativi. Una iattura per gli studenti.
Insomma è il solito imbroglio. Storie di questo tipo se ne potrebbero narrare a migliaia.
Certamente è vero, come molti mettono in evidenza, che le leggi sull’istruzione sembrano scritte appositamente per dividere i lavoratori, e infatti forse è questo il segmento professionale in cui la frantumazione sindacale è maggiormente vistosa; ma prima o poi dovrà pur provare a capire che cosa determina nella scuola un tale permanente dissidio, e quali responsabilità  in ciò hanno gli stessi lavoratori. Ogni tanto bisogna trovare il coraggio di lavare i panni sporchi in pubblico.
Poniamo pure che le strutture dirigenti di un’organizzazione mirino a mettere oggettivamente in conflitto gli interessi dei subordinati per meglio governarli, e per dirottare la loro aggressività in una lotta fratricida. Possibile che gli “intellettuali” costituenti la classe docente siano così broccoli da cascarci sempre? Evidentemente sì, è possibile, ma perché? Competizioni nella scuola ce ne sono sempre state, ma grazie ai nuovi poteri concessi al dirigente e all’introduzione dello staff di presidenza, per non parlare del bonus per il merito, quei conflitti tendono inevitabilmente ad aumentare. Lo sappiamo: e allora come è possibile cadere sempre nel medesimo trappolone?  Perché si gioca al tiro al bersaglio con i colleghi che accettano di assumere qualche incarico organizzativo (per ambizione personale, per denaro, o per spirito di servizio, non importa)? E perché alcuni si permettono di giudicare altri colleghi come fannulloni, assenteisti o impreparati?
Questo  può accadere nella singola istituzione; poi però ci sono le competizioni tra scuole, tra indirizzi di studio, tra classi di concorso (i letterati che insegnano al liceo contro quelli dei tecnici, i filosofi che insegnano anche storia e quelli delle scienze umane, e così via). Poi tra posto comune e posto di potenziamento, neoassunti e vecchie glorie.
Considero l’attitudine al conflitto, alla tensione o all’antagonismo tra colleghi un atteggiamento semplicemente patetico, che esprime un bisogno di dirottare la propria frustrazione sul primo bersaglio utile, che è poi una prassi tipicamente autolesionista (peraltro, in questo quadro, nella maggior parte dei casi considero fallace anche un conflitto pregiudiziale tra docenti e dirigenti scolastici).
Tralasciando le responsabilità dei governi, non si può eludere la colpa dei governati, incapaci di uno sguardo più ampio, pur avendo tutti i mezzi culturali per vedere il contesto globale, e non solo il particolare. Va bene, ci sono lo stress e l’insoddisfazione derivati da anni di sfruttamento (per alcuni). La frustrazione è un fatto, e anch’essa è causata da politiche sbagliate e contraddittorie. Ma non basta.  Proviamo ad aggiungere un altro tassello. Ricorrendo a una categoria analitica mutuata dalla sociologia marxista, si può forse spiegare un altro pezzo di questa storia, che concerne la differenza nella composizione sociale della classe docente. In uno stabilimento metallurgico gli operai mediamente appartengono, per estrazione e condizione sociale, alla stessa classe. Condividono per forza gli stessi bisogni (e pensare che spesso si dividono anche lì). Nella scuola abbiamo invece le estrazioni più eterogenee: proletari emersi dalla loro classe sociale grazie a borse di studio, ceti medi proletarizzati per via dei bassi salari, ma pure mariti e mogli di imprenditori o professionisti affermati, così come i componenti di un ceto medio agiato (questo vale soprattutto per i docenti che hanno iniziato a lavorare trenta anni fa). Evidentemente le prime categorie avrebbero bisogno non solo di farsi riconoscere tutti i diritti uno a uno, ma pure di accaparrarsi qualche cosa per arrotondare (un’ora eccedente, un esame da membro esterno o un incarico a pagamento). I secondi meno; magari protestano e scioperano, talvolta per unità di corpo, non sempre per bisogno, ma qualche volta pure per dare pace al senso di colpa derivato dalla loro condizione privilegiata, oppure perché hanno necessità di un giorno di libertà, seppure non pagato. Paradossalmente i più “poveri”, proprio di fronte alla frammentazione sindacale, finiscono per non scioperare, non volendo sciupare un giorno di salario per la bandierina di un piccolo pezzo della comunità scolastica. Un vero disastro.

Gli uni e gli altri inseguono problemi diversi e reagiscono diversamente alle leggi. Questa differenza non è secondaria, non si può trascurare. Tutti sono accomunati, mi piace pensare, dall’amore per il proprio lavoro e per il rispetto della dignità della professione. Ma i bisogni economici sono diversi, e talvolta i primi sono insensibili ai secondi. Urge dunque trovare una piattaforma chiara, che metta insieme le esigenze in modo univoco. Intanto, potrebbe bastare imparare a gestire le frustrazioni. Sarebbe già qualcosa.