lunedì

Sul prestigio sociale degli insegnanti


Il più riconoscibile leitmotiv dell'importante denuncia quotidianamente gridata dagli insegnanti italiani, a proposito della riduzione ai minimi gradi della loro agibilità professionale - quanto meno osservandola dal punto d'osservazione della mia esperienza personale - è il crollo del prestigio sociale della funzione docente. Lo smarrimento di tale titolarità viene spesso anteposto o alla questione salariale, e anzi collocato al tempo stesso o alternativamente come causa e conseguenza della propria debolezza retributiva.
E' facile constatare quanto ci sia di vero in una simile denuncia. La sufficienza con cui genitori e alunni curano le proprie relazioni con docenti e dirigenti, spesso animata da desiderio di svolgere un compito di controllo e critica su questioni strettamente concernenti la professionalità docente, è senz'altro un sintomo evidente della malattia. Chi frequenta un po' le facoltà umanistiche, da sempre fucina di vocazioni professorali, percepisce come già da prima della feroce riforma Gelmini, si vada dilatando il numero di studenti che rinunziano da subito a riempire il proprio piano di studi con gli esami necessari all'insegnamento. Che poi le amministrazioni pubbliche non valutino un professionista dell'educazione degno di avere un contratto stabile e per poco più di mille euro al mese, e quelle private e blasonate non arrivino neanche a quota mille, mi pare un ulteriore e indubbio segnale di tale decadenza.
Non che in passato i professori italiani guadagnassero fortune e ricchezze, ma, si sente dire, godevano di un certo riconoscimento sociale, che in qualche misura compensava la debolezza materiale. Un senso condiviso di superiorità morale o spirituale, capace di generare rispetto (o soggezione?) nell'allievo e nel genitore, è andato sparendo, portando con sé - si dice - un forte elemento di motivazione. Sembra filare, ma non fila.
Molti docenti, soprattutto nei licei, combattono duramente per non perdere quel prestigio. Questo perché, nel rapporto con l'allievo, quanto meno, ritengono di necessitare di quell'autorevolezza morale e spirituale in grado di condurlo verso la crescita e il miglioramento. Trovo superfluo rilevare l'incredibile esigenza di tradurre in manifestazioni comportamentali estrinseche questo "rispetto", come la richiesta ancora così forte quanto ottocentesca di far alzare i ragazzi all'ingresso in aula del docente. Roba che non si fa nemmeno all'università, ma che persiste nella scuola. Prima del grande movimento studentesco era l'autorità a garantire il prestigio. Persa quella, lo si aggancia all'autorevolezza. Ma il punto non è qui discutere se l'insegnante abbia o meno la legittimità ontologica in ciò, bensì capire se quel prestigio lo agevoli oppure lo ostacoli nel proprio lavoro.
Il concetto di autorevolezza, su cui si vorrebbe poi fondare il proprio prestigio sociale, implica talvolta una deformazione della propria introspezione. Il docente può scivolare in un insidioso sentimento di missione, trascinando sulle proprie spalle il peso dell'intero processo educativo, pensando di salvaguardare col prprio messaggio l'allievo da apatia e consumismo. Ma questo è falso, come è falso pensare che la gran parte del processo di apprendimento avviene tra le mura scolastiche. L'idea che l'insegnante possa aiutare l'allievo a sviluppare un pensiero critico e a muoversi nel mondo d'oggi è di per sé equivoca. Non fosse altro perché il pensiero critico non è da intendersi come pensiero che critica, cioè nichilisticamente in grado di ribaltare ogni posizione organica. Ma esso è lockianamente da concepire come capacità di elaborare prospettive originali. Gli insegnanti di filosofia, diritto o scienze, non possono presumere di essere con il loro stesso spirito in grado di stimolare l'allievo verso l'auspicabile meta. Essi lo guideranno nella lettura di Platone, della Costituzione e nel grande libro della natura. Ma sarà solo il corpo a corpo che l'allievo che intraprenderà con quei contenuti a farlo arrampicare sulle spalle dei giganti, non l'esortazione professorale a pensare con la propria testa. Certo l'insegnante è un esempio culturale, ma come le teorie del modellamento di Bandura hanno dimostrato, l'esempio agisce tanto più efficacemente quanto meno grida "guardate come faccio io". L'insegnante deve mirare a scomparire, a rendere chiari e limpidi i passaggi concettuali e a far muovere gli allievi nei labirinti del sapere. Solo il docente che si eclissa, che perde il suo protagonismo didattico, ha centrato l'obiettivo della funzione docente. Come il grande attore produce immedesimazione quando lo spettatore dimentica di essere a teatro, immerso com'è nel cuore del dramma, così bravo docente deve far dimenticare la propria presenza, deve agire nell'ombra. L'esempio è, e non chiede d'essere seguito. Solo così sarà seguito.
Non c'è da dubitare sulla buona fede del docente che sovrastima il proprio ruolo educativo. Ed è vero che in molti casi la scuola salva l'allievo da una famiglia dissennata, ma non per via della sua capacità di costituire una famiglia alternativa e migliore, bensì vivendo con i giovani nel fascinoso mondo della conoscenza, secondo obiettivi e ordine concettuale. Tra l'altro l'autopercezione di un'autorevolezza da riconquistare spinge in molti casi il docente a fare dell'educazione un caso di coscienza, lavorando molte ore in più rispetto al salario percepito, cosa che danneggia gravemente la causa del corpo docente. Questa del prestigio sociale o morale del docente è tra l'altro una problematica tutta italiana, in quanto all'estero il problema è discusso in termini più limpidi e netti. Il salario non è misurato in base all'infliuenza sociale della formazione, ma sulla necessità intrinseca allo svolgimento della stessa. Se si riuscisse a risolvere questa vergogna nazionale che è il precariato, la questione potrebbe esser posta in altri termini.
Come docente, chiderei da subito un aumento di stipendio, ma sarei disposto a sostituirlo volentieri con la disponibilità di strumenti di lavoro, cioè i consumi cultuali. Rivendicherei il diritto ad avere un buono per l'acquisto di una ventina di volumi l'anno, l'abbonamento a un quotidiano, il finanziamento di esperienze all'estero e l'ingresso gratuito in cinema, teatri, musei. Per non parlare del legittimo rimborso dei viaggi (obbligatori) per raggiungere inarrivabili sedi lavorative, e dei buoni pasto. Insomma, in Italia il docente non è di fatto messo in condizione di svolgere la funzione di facilitatore all'acquisizione di saperi alla quale è chiamato.
Certo può ben svolgere la funzione di modello spirituale, e per essere credibile agli occhi degli studenti deve dimostrare spessore culturale e motivazione esistenziale, cioè dev'essere un esempio esattamente come ciascuna persona, in ogni momento della sua esistenza.
.
.
.

7 commenti:

  1. Anonimo12:37

    "I maestri di scuola, mal pagati, si fanno consolare con le belle parole sulla santità della causa che servono", si legge ne "l'ideologia tedesca" di Marx ed Engels (Edizione degli Editori Riuniti, 1993, pag. 165). Dunque da tempo gli insegnanti sono presi per i fondelli anche sull'aspetto economico, perciò penso che su questo terreno non si debba più mollare nemmeno un millimetro, al contrario. Perciò quando tu dici che saresti disposto a rinunciare ad eventuali aumenti salariali in cambio di strumenti necessari a migliorare la tua professionalità, penso che questi ultimi debbano essere richiesti in aggiunta, mai in sostituzione dei necessari aumenti salariali (più precisamente, degli stipendi). Gli aumenti salariali -tutti da conquistare - non devono essere oggetto di nessuno scambio, anche quando quest'ultimo avviene a titolo personale ed ipotetico. Non si può rinunciare anche solo in parte ad un diritto (quello ad un salario in grado di garantire una vita dignitosa) in cambio di un altro, quello a poter migliorare costantemente la propria professionalità. Non dico che i diritti debbano essere rivendicati tutti insieme, può e deve esserci un ordine di priorità, ma non di scambio. Naturalmente la parte del tuo intervento di cui ho scritto non comporta tutto questo (scambio tra diritti) ma mi sembra che apra di fatto una breccia in tal senso.

    Giovanni

    RispondiElimina
  2. Dunque, mi spiego meglio. C'è l'aumento salariale che deriva dalla contrattazione, e quello non si pone - per me - neanche in discussione. L'aspetto di dibattito cui io mi riferisco riguarda la famosa differenza tra lo stipendio italiano e quello europeo. Il professionista europeo percepisce un salario molto maggiore del nostro, e impiega parte di esso per viaggiare, comprare libri, giornali, pagarsi il pranzo quando rimane al lavoro etc. In Italia molti insegnanti, visti i bassi salari, sono stati constretti a rinunziare a tutto questo. E i consumi culturali non sono solo strumenti professionali, ma rispondono ormai a un bisogno primario. Quindi, quantificando, il riconoscimento di quei bisogni equivale a un effettivo aumento (cospicuo) di salario. La mia è una provocazione non orientata ad aprire una breccia nella contrattazione, ci mancherebbe, ma a far intendere la vera sostanza della problematica professionale italiana.
    grazie per il commento

    RispondiElimina
  3. Anonimo20:52

    Premesso che non sono un fan delle provocazioni comunque motivate, provo a spiegarmi anch'io meglio. Indipendentemente da come viene regolata la questione in altri paesi, ritengo che il salario/stipendio, per permettere come ho scritto una vita dignitosa, debba comprendere anche una somma per il primario bisogno culturale, e questo deve valere per tutti i lavoratori. Per gli insegnanti, quella parte delle spese personali/culturali legate strettamente alla loro professione deve prevedere una somma aggiuntiva, che potrebbe essere anche erogata come rimborso spese, naturalmente quantificando un tetto massimo. Comunque il nocciolo del mio primo commento non riguardava le diverse proposte che si possono avanzare, ma la netta opposizione a qualsiasi cosa sia o comunque somigli ad una forma di scambio tra diritti.

    Giovanni

    RispondiElimina
  4. anche se, rimanendo nell'ordine di una riflessione marxiana, come tu la imposti, non sono sicuro abbia un senso ricorrere a espressioni come "scambio di diritti"... insomma, dov'è la teoria del diritto in Marx? Semmai la cosa dovrebbe essere guardata nei termini del valore di scambio, e allora le questioni sono due: 1) come si calcola il valore di scambio del lavoro docente in termini marxiani? Produce valore? quale? quante ore di lavoro occorrono a determinare quale prodotto? Althusser aveva ragione nel dire che il lavoro docente ha come prodotto la riproduzione sociale dei rapporti di classe? Oppure il valore nel lavoro docente non è congelato nel prodotto? E ancora, se il valore di scambio delle merci culturali (libri, giornali, musei) equivale o sopravanza un aumento di reddito del cinquanta per cento rispetto al reddito attuale, perché non accettare quel tipo di scambio? Come vedi, tirare Marx per la giacchetta in questa discussione complica di molto le cose...

    RispondiElimina
  5. Anonimo19:04

    Comincio dal fondo. Se "tirare Marx per la giacchetta" vuol dire che ci sono argomenti, temi o quant'altro in cui Marx non c'entra, la penso in maniera diametralmente opposta. Certo, su alcune questioni Marx ha fatto un bel pezzo di strada, in altri casi ci sono soltanto principi generali e la strada bisogna costruirsela, ma non ritengo che ci siano campi, di alcune genere, in cui Marx non c'entri. Detto questo, non ho affatto impostato il mio commento in termini teorici, al contrario ho detto di ritenere sbagliato rinunciare anche ad una piccola parte degli aumenti di stipendio che spetterebbero agli insegnanti in cambio di altri servizi. Nella tua prima risposta hai scritto che si trattava di una provocazione, quindi che eravamo sostanzialmente d'accordo. Come mai hai ora sentito il bisogno di tirare in ballo questioni come la teoria del diritto in Marx, questioni riguardanti il valore di scambio e simili, cioè argomenti ovviamente intrattabili con i veloci scambi di commenti che caratterizzano il tuo come la maggior parte degli altri blog?

    Giovanni

    RispondiElimina
  6. significa che sono d'accordo sul fatto che la mia non può essere una proposta concreta, ma non sono convinto della risposta che evoca lo "scambio dei diritti", che invece è proprio una questione teorica. Cioè, su cosa li fondiamo questi diritti? su quale impianto teorico? cioè come li definiamo? dico che se l'intento è questo, allora Marx non ci aiuta, secondo me, ovviamente. Marx forse può aiutarci nel valutare il valore del lavoro docente, ma la cosa è complicata lo stesso.

    RispondiElimina
  7. Anonimo22:58

    Non è detto che dobbiamo sempre risalire a monte delle questioni, possiamo benissimo restare a valle, anzi è consigliabile nella stragrande maggioranza delle questioni oggetto di un blog. Nel caso specifico, a "valle" c'è la semplice questione: io ritengo che gli aumenti salariali degli insegnanti non debbano essere scambiati con nulla, soltanto aggiunti ad altre pur sacrosante richieste. Il punto, lo ripeto in altre parole, è quello di lasciare che le questioni salariali continuino ad avere una loro autonomia, ferma restando l'opportunità/necessità di affiancarvi altre rivendicazioni.

    RispondiElimina