domenica

Scontri di civiltà in libreria

di Carlo Scognamiglio

Mi pare interessante rilevare come le nostre librerie si stiano popolando di romanzi scritti da autori arabi, a prescindere se asiatici o africani, dando vita a un nuovo splendore del gusto per l'esotismo e in particolare rispondendo al desiderio di maggiore conoscenza o confidenza con le culture altre. Che si tratti poi, nello specifico, della cultura araba, non sorprende, non solo per la straordinaria ricchezza e vivacità di quella cultura, ma anche perché la sollecitazione che viene dall'epica del "conflitto di civiltà" acuisce l'aspirazione alla conoscenza e al contatto culturale. Però c' è modo e modo.
Due diversi, radicalmente secondo me, approcci al contatto con l'alterità culturale, e in particolare al mondo arabo, si possono rappresentare attraverso la dicotomia che istituirei tra due diversi romanzi di grande successo negli ultimi tempi.

Il primo, Il cacciatore di aquiloni di Khaled Hosseini, incarna la povera operazione ideologica di appiattimento delle culture e delle loro differenze in un'ideologia sostanzialmente post-ideologica. In altri termini, la struttura narrativa "holliwoodiana" del romanzo è essa stessa l'ideologia che sottende l'intera narrazione. Il cacciatore di aquiloni solletica il gusto dell'esotismo del lettore benpensante ma lo rassicura. Nell'epopea afgana, i sovietici vengono rappresentati come il demonio numero uno, i talebani come il demonio numero due, gli Stati Uniti come terra del riscatto e della salvezza. Il tutto in maniera assolutamente a-problematica e nell'assenza di qualsiasi complessità. Il tessuto emozionale si esaurisce nel richiamo a valori di base come l'amicizia, e a un fondo di nostalgia per una società (schiavistica, tra l'altro) che non c'è più. L'io narrante, pur essendo afgano, si comporta, pensa, parla, aspira, incarnando tutto il repertorio comportamentale di un personaggio di un film americano. Il romanzo si conclude con una logica da scontro finale in cui il male viene sconfitto dal bene. Quello che rimane in bocca è il sapore delle belle descrizioni di quel fascinoso mondo dell' Afghanistan, associato a una sotterranea rassicurazione sulla bontà dell' American Way of Life. Un modo molto curioso di avvicinarsi o di avvicinare (essendo l'autore egli stesso afgano) ad altre culture: il totale appiattimento dell'una sull'altra.

L'altro romanzo, che sta anch'esso raccogliendo grande successo, secondo me con piena legittimità, è Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio, scritto dall'algerino Amara Lakhous (edizioni e/o). Un libricino molto bello, veramente e profondamente poetico, che esprime sensibilmente la novità di quello che chiamerei "esquilinismo", cioè un modo interessante e vivace, che a partire dalle esperienze musicali e vitali del quartiere Esquilino di Roma, propone in effetti una visione complessa, estremamente complessa della diversità culturale. Le differenze che si muovono sull'orizzonte del romanzo sono profonde, sono sostanziali, e sono simmetriche, segnate da reciproche diffidenze e ispirate da storie personali difficili e variegate. Ma l'eccesso di diversità fa sì che le stesse identità si dis-identifichino. Non esiste l' "algerino", l' "iraniano", il "romano", ma il singolo algerino, la persona iraniana, l'individuo romano. Il tipo si perde, e troviamo invece il mescolamento delle culture e delle individualità. Stilisticamente ne deriva uno straodinario romanzo "collettivo" dove tutte le narrazioni concorrono a intessere la trama. Il romanzo di Amara Lakhous è veramente il manifesto del multiculturalismo.

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