domenica


Recensione a: Franco Bosio,Natura, mente e persona. La sfida dell’intelligenza artificiale.Padova, Il Poligrafo, 2006

di Carlo Scognamiglio
recensione già pubblicata sul sito www.recensionifilosofiche.it


Il paradigma husserliano della contrapposizione tra scienze positive e finalizzate al controllo tecnico-tecnologico della natura e l’originaria epistéme fondata sul Lebenswelt, si ravvisa, quale sfondo teoretico, nel nuovo libro di Franco Bosio. Questi riconosce infatti la ragione originaria di un opportuno recupero di quelle correnti e quegli autori che, posti di fronte alle imponenti quanto disorientanti innovazioni tecnico-scientifiche, hanno cercato la via della riunificazione, tramite la mediazione filosofica, di un’autentica ragione epistemica. Heidegger, Scheler e Jonas sono tra gli autori maggiormente citati; autori con i quali viene condiviso un generalizzato senso di preoccupazione. Non è un caso che Bosio ritenga di dover introdurre il proprio volume con un’esplicita presa di distanza da ogni ottimismo “postmoderno”: “Ciò che sembra divenuto più povero è la vita personale di ciascuno, ridotta a ruoli e figure generiche e ripetitive” (p. 11). La domanda etica posta a fondamento del ragionamento è una domanda forte, che chiede la decifrazione di concetti quali “anima” e “persona”, indagati mediante un processo negativo. Conscio della stretta parentela tra etica e definizione della “coscienza”, Bosio affronta sequenzialmente le principali concezioni riduzionistiche della vita psichica, con l’evidente finalità di prospettarne un inevitabile abbandono e superamento.
Primo obiettivo da centrare, conformemente al fine delineato, è la messa in discussione del quadro epistemologico dominante. La prospettiva di una futura automazione e alienazione dell’esistenza umana, alimentata dalla mancanza di “senso”, induce a un tentativo di riconquista di quel “senso” cui la scienza, nonostante i suoi eccezionali progressi, non è in grado di rispondere, mediante l’azione della filosofia. Scorrendo le pagine del libro s’incontrano a questo proposito espressioni letterariamente molto significative, come il ricorso ad aggettivi quali “inarrestabile” e “stritolante” in riferimento allo sviluppo tecnologico.
Bosio intravede negli studi sull’intelligenza artificiale, e sulle loro applicazioni, l’orizzonte ultimo o l’estrema conseguenza di una scienza lontana da un suo logos originario ma dissipata negli ideali della misurazione e dell’utile. Le tesi riduzionistiche sono accuratamente esaminate e le questioni teoretiche sono sviluppate con argomentazioni valide e persuasive. Tra esse emerge per importanza la critica alla causalità meccanica. I modelli cognitivisti, come quelli fisicalisti, tendono a fornire un’interpretazione dei processi funzionali della mente attraverso relazioni di causalità diretta e unidirezionale. Un modello, questo, assolutamente fuorviante nell’analisi della sfera vitale; difatti è possibile osservare in tutti gli esseri viventi una dinamica determinata da finalità di preservazione e funzionamento dell’organismo. A tal proposito sarebbe errato ricorrere al modello di spiegazione meccanico nell’orizzonte dei processi mentali. Si deve pensare piuttosto alla causalità vitale, che non prescinde mai dalla relazione tra parti e totalità, e ricorrere a un approccio “sistemico” nella relazione mente-corpo. A tale formula occorre tuttavia aggiungere la relazione dialettica della mente con l’ambiente circostante, in maniera tale da complicare ulteriormente la possibilità di osservazione.
La cibernetica ha dunque speranza di ri-produrre la vita? Se l’intelligenza artificiale richiede una programmazione basata su processi causali di tipo meccanico, unidirezionale e reversibile, non potrà mai conseguire il risultato di produrre un agente causale interno con una prospettiva “olistica”, multidirezionale e irreversibile (com’è la vita). Come osserva Hans Jonas in Organismo e libertà, nel rapporto uomo-macchina il prius ontologico è la vita, non la realtà inerte.
Nella seconda metà del volume Bosio affronta invece i delicati aspetti della soggettività, fino a problematizzare il concetto di identità personale. Anima e persona si alternano nel testo come orizzonti da conseguire a discapito dei loro detrattori. Sono forti gli argomenti critici nei confronti dei “negatori” dell’idea di persona e di sé, ma altrettanto fragili, occorre riconoscerlo, appaiono i propositi teorici di affermazione o di definizione di quei concetti. Tali difficoltà evidenziano una questione che possiamo rinvenire come sostrato di tutto il libro: la critica al modello cognitivista, e in particolare alle ambizioni dell’Artificial Intelligence, e a ogni prospettiva funzionalistica o riduzionistica, colgono nel segno contestando a tali modelli la capacità di rappresentare la reale dimensione della vita psichica? Certamente la spiegazione della vita della mente sulla scorta di ricostruzioni della dimensione fisiologica del cervello e della sua relazione con il corpo sottintende una “visione” e un’interpretazione “materialistica” della psiche. Allo stesso modo il semplice ricorso a modelli astratti, come gli algoritmi, prefigura qualcosa di più di un’analogia tra menti e processori. Tuttavia, proprio in virtù delle considerazioni che Bosio opportunamente sviluppa nella prima parte del libro, lamentando una carenza di “senso”, occorre entrare nell’ottica di una scienza, quella contemporanea, che solo marginalmente pone al centro della propria mission epistemologica la conoscenza e rappresentazione della realtà. L’A.I. è proprio la dimostrazione invece di un orientamento verso l’utile, il funzionale. Altre branche della psicologia, dal cognitivismo al comportamentismo, fanno riferimento a una concezione “pragmatica” della verità: non essendo in grado di osservare l’anima, i sogni, i processi “interiori”, l’identità personale e le molteplici funzioni mentali, occorre orientarsi, sulla strada della costruzione di tecniche e tecnologie (terapeutiche, didattiche, sperimentali, operative, e quant’altro). La contestazione del cognitivismo sul piano della sua utilità viene invece proposta da Bosio esclusivamente su un piano di contrapposizione tra ottimismo e pessimismo, sulla scorta dello Heidegger de L’epoca dell’immagine del mondo.
Il libro di Franco Bosio è nel complesso un’opera coraggiosa e interessante, che solleva temi di grande delicatezza, e che in alcuni passaggi lascia sorgere il desiderio di una trattazione più articolata. Questo volume in qualche modo risponde o prova a rispondere alla domanda relativa alla relazione tra scienza e filosofia, mediante la proposta di una riconduzione del tema della “mente” a una prospettiva filosofica più razionale e meno dogmatica o pragmatica. È altresì vero che occorrerebbe, secondo il parere di chi scrive, essere accorti e prudenti nel delegittimare con eccessivo zelo, campi di ricerca, come quelli sulle intelligenze artificiali, i quali possono intervenire e intervengono nel miglioramento della vita pratica, dell’organizzazione della conoscenza, e offrire ulteriori spunti alla ricerca psicologica e filosofica in primo luogo.

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