lunedì

Lettera aperta al direttore del Messaggero, Roberto Napoletano

Caro Direttore,
per molti mesi ho letto e ascoltato le Sue dichiarazioni in merito a un problema da Lei ritenuto "strutturale" rispetto alla decadenza della scuola italiana, e di riflesso della nostra società. In tutti i programmi televisivi in cui Lei è stato invitato negli ultimi anni, non ha mai perso occasione per evocare un episodio - a Suo dire realmente accaduto - ritenuto un emblema di quell'erroneo atteggiamento culturale troppo spesso adottto dal corpo docente italiano. Il caso è quello di un colloquio tra genitore e insegnante, durante il quale il docente riconosce l'eccezionale bravura dell'allieva, ma ne individua quale difetto l' "incontrollabile desiderio di primeggiare". La Sua valutazione sul caso induce a deprecare l'atteggiamento "livellatorio" dell'insegnante, colpevole di trascurare quella SANA competizione di cui avrebbe tanto bisogno la scuola per coltivare le eccellenze e per rendere vincente la nostra società.
Sono in totale disaccordo con Lei, e mi permetto di risponderLe con un altro episodio, accaduto a me qualche giorno fa.
Insegno filosofia in un Istituto superiore di Roma. Un bel giorno propongo alla classe, come esperimento didattico potenzialmente stimolante e fonte di arricchimento reciproco, la possibilità, del tutto volontaria e non discriminatoria, di sostenere le interrogazioni in lingua inglese. Come dire: "chi se la sente può provare, io premierò anche con un bel voto la riuscita di questo sforzo". Il caso ha voluto che a mia insaputa uno degli studenti migliori fosse madrelingua inglese. La reazione della classe? Un putiferio, perché con quel criterio (ribadisco, accettabile solo su base volontaria da parte di singoli studenti quale fonte di arricchimento culturale), avrei "avvantaggiato", "fornito qualcosa in più", "agevolato nella competizione", la persona nata all'estero. La proposta è stata marcata come una "palese ingiustizia". Si rende conto del linguaggio emerso, capisce cosa ha determinato quella reazione istintiva?
Caro direttore Napoletano, Lei sostiene che nella scuola e nella società c'è poca competizione. Io dico invece che è troppa, è un individualismo endemico che la attraversa, e distrugge radicalmente ogni spirito di gruppo, al punto da rendere miope anche chi ci vede benissimo. La competizione nella scuola, e secondo me in ogni altro settore della vita pubblica, non è affatto SANA, perché quella della competizione verso l'eccellenza è peggio di una leggenda metropolitana. La competizione è come la concorrenza, e si fa solo al ribasso. Soprattutto nella scuola, dove gli studenti sono sempre in confronto reciproco, ma è un competere basato sul tentativo costante interporre di un bastone tra le ruote a chi prova ad accelerare. A causa di questa malformata concezione della competizione, non si riesce a capire un concetto base della pedagogia: nulla sarebbe più iniquo del trattare tutti allo stesso modo. E invece ecco gli studenti sempre pronti a polemizzare se il docente è più morbido nella valutazione di chi ha una lieve disabilità, di uno straniero, o di un soggetto emotivo.
In questo modo però, si perde tutti. In pedagogia, caro direttore, funziona meglio lo spirito cooperativo, rispetto a quello competitivo. E nella società? Lei crede forse che la crisi che stiamo vivendo, o i fatti di Rosarno, siano figli di uno spirito cooperativo, o di un individualismo incontollato e stolto?
Cordialità,
Carlo Scognamiglio

4 commenti:

  1. bacchico19:24

    Condivido, caro Carlo, e mi impegno a diffondere quanto hai scritto. Stefano

    RispondiElimina
  2. Mi sembra un'ottima lettera, con argomentazioni più che condivisibili. Sembra che il modello del mercato, della competizione selvaggia, si stia trasponendo a tutti i livelli della vita umana.

    RispondiElimina
  3. Anche se la metafora non ti piacerà...è Vangelo. Diffonderò per quel che posso

    RispondiElimina
  4. G.Franco Bosio14:59

    Condivido in parte le osservazioni e i rilievi qui presentati a proposito dello spirito competitivo e dell'apologia della "concorrenza": il grande rischio della "meritocrazia concorrenzialistica" e "competitiva" è proprio quello di far sentire coloro che non riescono a "piazzarsi" ai primi posti dei falliti per colpa loro perché privi di meriti, e dunque
    indegni di figurare in un posto onorevole della scala sociale.
    Resta tuttavia importante non trascurare affatto la valorizzazione dei meriti individuali di ciascun allievo, affinché siano riconosciuti da tutti. Uno dei problemi fondamentali della vera pedagogia consiste proprio nel superamento della cattiva alternativa "competitività- egualitarismo" su cui troppo e troppo a sproposito si è dibattuto, discusso, versando fiumi di inchiostro, proponendo esperimenti e metodologie spesso discutibili; la cosa più importante è in realtà un'altra: ottenere un riconoscimento ed una valorizzazione dei meriti individuali in modo tale che le capacità di ogni allievo, di ogni studente, di ogni discente possano produrre un bene e un vantaggio per la comunità di una classe, e inoltre riuscire a far sì che an= che i più svantaggiati e apparentemente meno meritevoli e meno "competitivi" scoprano e trovino in loro stessi capacità e valori tali da poter essere apprezzati da tutti e da produrre benefici per la comunità.

    RispondiElimina