giovedì

Sono un professionista delle tartine (in difesa della politica parlata)


A dire il vero non mi piacciono le tartine, però mi appassionano i convegni. Apprezzo il verbo “parlamentare”così come mi inorgoglisce il poter discutere, ragionare, prender tempo e ponderare ogni decisione. Ho fiducia nella parola, nel confronto dialettico. Non ho fretta. Sono fiducioso che le analisi e i confronti, sul lungo periodo, producano trasformazioni ponderate e condivise. Diffido invece della retorica del “fare”, che non si pone il problema del far bene o far male, privilegiando un attivismo corto d’ingegno e riflessività. Tanto poi che quasi sempre si tratta di un “fare” tronfio del proprio disdegnare il pensiero critico, ed essenzialmente ridotto a mera comunicazione pubblicitaria
.

Che una parte di Paese si sia completamente inebetita all'inseguimento di un pragmatismo spiccio, incarnato nell'etica imprenditoriale prima, e nell'incontinenza rinnovatrice poi, non mi sorprende più di tanto. Considero il fenomeno un’inevitabile ricaduta culturale del capitalismo, che penetra il sistema cognitivo individuale e sociale, inducendo ciascuno a ragionare nell’ottica dell’efficienza e della velocità produttiva, a discapito di qualunque orizzonte di senso. Ma quella relazione tra funzionalità del mezzo e conseguimento del fine è per lo più uno stato d’animo, e prescinde dai risultati reali.
Nemmeno mi ha sorpreso troppo ritrovare quello spirito nei programmi di ristrutturazione della scuola e del mercato del lavoro, congiunti poi malamente nella modalità prevista dell’alternanza scuola-lavoro. L’efficientismo è il nuovo universo simbolico, ma appunto, è meramente simbolico, perché poi della sua efficacia – posta la bontà e il senso di tale termine -  sentirei senz’altro di dubitare.
Il mondo della scuola è un microcosmo, su cui si proiettano - amplificate - alcune delle criticità più acute delle trasformazioni sociali, ma pure alcuni elementi di freschezza e positività, quasi sempre dovuti alle nuove generazioni. Possiamo osservare, senza timore di incorrere in gravi errori, che con le più recenti iniziative legislative le tre “i” sono state riproposte sotto nuova veste, e che la libertà d’insegnamento rischia di assottigliarsi in conseguenza della morsa stretta dalla tenaglia del cattivo uso di “prove comuni” e processi di autovalutazione d’istituto, e sotto la minaccia di una deriva autoritaria nell’organizzazione dell’istituzione.
Ma leggendo le norme sulla scuola approvate negli ultimi vent’anni, tutto concorda nella trasformazione del processo educativo in una direzione (a mio parere) goffamente pragmatica. Persino lo studio dell’arte viene manipolato, connettendolo inesorabilmente alle potenzialità di sfruttamento del nostro “petrolio” nazionale, piegando fieramente l’essenza della trasmissione della tradizione artistico-culturale alle esigenze dell’industria turistica e dell’imprenditorialità made in Italy. Nessuno ha spiegato ancora a questi elevati ingegni che l’associazione logica tra espressione artistica e profitto destituisce di senso il primo termine, e forse genera quel fenomeno tristemente noto come “consumo culturale”, lo stesso che ha trasformato l’Auditorium-parco della musica in un centro commerciale e le gallerie d’arte in anticamere dei relativi bookshop.
Tutto questo lo capisco. Era nell’aria. I più recenti esiti elettorali, che pure disegnano un voto antropologico pre-politico, non scalfiscono, ma anzi amplificano, l’istanza di un efficientismo indolente. Fino a ieri troneggiava la caricatura dei “professionisti delle tartine” o “professoroni”, tra i giovani politici del fare, ma da domani il rischio di una logica spiccia della politica “performante” potrebbe essere addirittura accentuato.
Tuttavia, resto spiazzato quando discorrendo con colleghi insegnanti, magari della mia stessa materia, percepisco anche nel loro incedere un certo assorbimento del paradigma ingegneristico. Se si prova a suggerire la costruzione di un momento di riflessione, anche convegnistico, o a sollecitare una dimensione di indagine collettiva sulla situazione storica che ha completamente asservito all’idea dell’utilità strumentale ogni possibile discorso sul bene e sul vero, si sente sbuffare, bofonchiare, protestare (devo dire che sempre più spesso incontro filosofi che odiano la filosofia, che considerano la discussione un inutile parlarsi addosso, un pletorico e autoreferenziale teorizzare).

Meglio essere pratici, concreti, magari organizzare un flash mob o un appello online.

A me, invece, piace discutere e anche litigare. Mi piace votare e vincere o perdere dopo una lunga discussione. Mi piace distinguere una persona dalle sue opinioni. Preferisco pensare, e dopo agire. Diffido di chi legifera alla rinfusa, per poi correre o costringere gli altri a inseguire un adattamento spiccio.
Non esiste un’alternativa alla partecipazione politica che possa essere mediata da forum, social network, commenti online, votazioni telematiche o manifestazioni di voyeurismo per le assemblee in streaming. Bisogna resistere all’idea di una liquidazione del confronto pubblico, dei momenti della discussione e del dialogo. La politica parlata non è la politica del vacuo leaderismo o di un movimentismo rituale. La politica parlata, nel bene o nel male, ha condotto l’Italia fuori da un drammatico dopoguerra. Le parole sono l’anima dell’arte e del pensiero, sono il vento della politica e della stessa azione. Esse hanno dato fiato a una società severamente mortificata dal fascismo e hanno fatto nascere le articolate istituzioni democratiche che oggi dobbiamo ancora difendere - a cominciare dal Senato della Repubblica - da uno miope decisionismo.
Una società in cui si parla poco, è una società autoritaria.


Certo, si dirà, la storia non è fatta di parole, e nemmeno la storia d’Italia potrebbe fare a meno di un certo spirito d’iniziativa di gruppi sociali propulsivi: ci sono state le azioni resistenziali, e poi i grandi movimenti di massa, ma dietro ogni azione c’era un lungo processo analitico: riunioni interminabili, fumosi raduni o animati dibattiti parlamentari; analisi acute o approssimate, talvolta completamente erronee. 

Conflitti e convegni, insomma. Dobbiamo tornare ad aver fiducia nella parola e nel confronto. Senza paura, senza fretta, senza insofferenza. Privi di questo, saremo scevri della nostra stessa umanità, che è cosa più importante dello spread. Non dimentichiamolo.



1 commento:

  1. Sono d'accordo che la scuola è la cassa di risonanza di molte trasformazioni sociali. La differenza che le Guerre mondiali sono state limitate a poche nazioni, la caduta del muro di Berlino ha avuto una eco molto più vasta, per non parlare delle recenti ripercussioni dei nostri interessi reali in paesi come Cina e India. Quindi la crescita di determinate difficoltà è esponenziale, pur rimando certi valori di base essenzialmente gli stessi.

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