martedì

Siamo proprio sicuri di voler rinunciare alla lezione frontale?

Un’inchiesta giornalistica presentata in questi giorni da Repubblica traccia sostanzialment
e un’apologia delle numerose sperimentazioni che negli ultimi anni stanno tentando di soppiantare la modalità didattica della lezione frontale. L’argomentazione dei riformatori è piuttosto nota, e suona più o meno in questo modo: la scuola deve superare metodi e strumenti di lavoro ottocenteschi, a cominciare dalla disposizione dell’arredo fino alla struttura relazionale alunno-alunni-docente. Tale rinnovamento è reso necessario dalla società che cambia, dalle nuove tecnologie e dall’esigenza di “competenze”, di cui gli studenti avranno bisogno, in un mondo del lavoro in perenne trasformazione.
La vecchia lezione frontale è qui rappresentata con l’abusata immagine del travasare contenuti da una mente a un’altra, la quale a sua volta parrebbe essere del tutto refrattaria ad accogliere informazioni già elaborate dal docente. 
Chissà per quale motivo, quando decidiamo di sperimentare qualcosa di nuovo, ci troviamo necessariamente costretti a dileggiare il “vecchio” come se fosse il peggiore dei mali; è come se noi, così capaci di sperimentare e creare, non fossimo poi figli di un sistema educativo tradizionale. Potremmo forse essere più onesti, e dire che intendiamo definire dei nuovi metodi per risolvere problemi di gestione della classe – che altrimenti risulterebbero troppo difficili da affrontare – o semplicemente per noia, oppure per curiosità. Non mi pare necessario edificare una teoria scientifica fondata su una caricatura della realtà.
La cosiddetta lezione “frontale” segue lo schema classico di un oratore che si rivolge a una platea di uditori, i quali hanno naturalmente titolo a intervenire, domandare, commentare. Pertanto suggerirei di rimuovere subito l’immagine del “travaso”. Non si può negare che questa modalità didattica, così antica ed efficace, possegga alcune straordinarie virtù. La lezione frontale, soprattutto se non si appoggia a quelle “grucce spirituali” – per parafrasare Piaget – costituite da immagini, schemi, slide o audiovisivi, possiede il grande pregio di illustrare eventi, concetti, relazioni e pensieri, con il solo uso delle parole. Lo sforzo immaginativo e astrattivo richiesto all’uditore è elevato, e tale da potenziare notevolmente le sua capacità cognitive. Altro che competenze di Lisbona! Il rafforzamento logico e creativo favorito dalla lezione frontale è paragonabile solo all’esperienza della lettura. Ma poiché durante la lezione la fonte e il destinatario sono presenti nello stesso luogo, l’uno di fronte all’altro, l’uditore ha sempre la facoltà di modificare, con le proprie curiosità, alcune linee del ragionamento, o contribuire alla sua articolazione. In questo senso, si tratta di una forma di apprendimento attiva e partecipativa, che non ha nulla a che fare con l’idea di passività (tra l’altro, sia detto per inciso, la mente non può mai essere passiva, perché nel recepire elabora).
Ma è anche vero che negli ultimi anni, per gli alunni appartenenti ad alcune classi sociali disagiate, in particolare quelle dove gli stimoli educativi in ambito familiare e territoriale restano poveri, ma anche per quegli studenti poco abituati a lunghi periodi di studio o caratterizzati da una debole evoluzione linguistica, la lezione frontale è troppo faticosa, i tempi di attenzione si sono ridotti, e la capacità astrattiva assai indebolita. Pertanto diventa necessario, in certi contesti, ricorrere a dei facilitatori, come le mappe concettuali o le esemplificazioni esperenziali. 
Non si può inoltre negare che il cooperative learning offra la possibilità di mettere in pratica alcune abilità sociali e di negoziazione, promuovendone lo sviluppo, che l’approccio didattico tradizionale lascia nell’ombra; anche la “classe capovolta”, inducendo gli allievi a un maggiore protagonismo in aula, presenta i suoi pregi in certe situazioni (ad esempio là dove il tempo di viaggio per raggiungere la scuola riduce la possibilità di trascorrere un pomeriggio intero a studiare). 
Un giorno un maestro di judo molto apprezzato in patria si allontanò dalla propria scuola per un certo periodo, e al suo ritorno sorprese i suoi allievi con nuovi movimenti capaci di mettere fuori combattimento ciascuno di loro. Tutti vollero sapere di cosa si trattasse, e lui rispose: “questo è il karate”. Tutti chiesero di apprenderlo e si applicarono a lungo. Dopo un secondo periodo d’assenza, il maestro tornò con delle competenze che spiazzarono ancora una volta i suoi allievi. Stavolta disse: “questo è il kung fu”. Tutti si disposero allora ad apprendere questa nuova arte. Infine, dopo un terzo periodo d’assenza, il maestro sconvolse per l’ennesima volta i suoi studenti con una mossa apparentemente sconosciuta. E aggiunse: “vedete? Questo è il judo”. 
Possiamo ricorrere a questo o quel metodo, ma siamo sempre noi a gestirli, non può essere la metodologia a programmare noi.
Mi pare di rilevare, nell’inchiesta di Repubblica, un certo orgoglio di alcuni docenti nella totale traslazione del lavoro di studio dal libro cartaceo al tablet. Anche questo dato mi lascia molto perplesso. Nessuno può negare la funzionalità di mezzo tecnologico per la ricerca, o la raccolta di dati, o altre attività analoghe, ma siamo sicuri che leggere e scrivere su un pezzo di carta sia poi una pratica tanto superflua? Ho i miei dubbi. Non drammatizzerei la questione, però in questo senso Umberto Eco aveva sviluppato osservazioni critiche assai interessanti. 
Sono invece del tutto contrario alla pratica, ormai condivisa da molti docenti, di utilizzare le piattaforme disponibili online per la condivisione di temi, riassunti, esercitazioni, video e quant’altro. Occorre ricordare che la maggior parte delle applicazioni in rete sono proprietà privata di multinazionali, e che ogni documento pubblicato sul web, anche se inviato per email, resta comunque a “disposizione” di quelle aziende, e ancora non è chiaro quali usi possano fare o non fare di quelle informazioni. Un conto è la decisione individuale di pubblicare materiale in rete. Altra cosa è che un’istituzione pubblica imponga a dei minorenni di consegnare i propri temi o i propri lavori personali a un soggetto economico privato. Tra l’altro, come Roberto Finelli ha scritto bene in un suo libro recente, non è vero che queste piattaforme digitali liberano la creatività, ma per essere usate presuppongono un adeguamento del sistema cognitivo e del processo di lavoro a quanto pre-ordinato dal progettista del software. Ma questo è un discorso troppo ampio, che non intendo aprire ora.
Sarebbe forse meglio, dunque, parlare di metodologie integrate, e non di radicale svecchiamento della didattica; le scelte metodologiche vanno implementate in funzione del contesto e dei destinatari, e non connesse a una rottamazione tout court di una “vecchia” didattica, ridicolizzata ingiustamente da presunti innovatori. 
Forse dovremmo vivere più serenamente le nostre curiosità, senza con ciò percepire noi stessi come l’alba serena che succede a una notte lunga e tormentata. Il rischio, altrimenti, è di apparire ridicoli.

3 commenti:

  1. I benefici delle nuove tecnologie digitali sono ancora da verificare. Ritengo lezione frontale e libro cartaceo strumenti fondamentali per la scuola ed ineliminabili.

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  2. Ciao Carlo,

    Mi trovi d'accordo sul valore della lezione frontale e su come non sia necessario rottamare metodi consolidati d'insegnamento per abbracciarne anche di nuovi.

    L'unico mio dubbio è sull'utilizzo di piattaforme online che tu citi. Non so a quali tu faccia riferimento ma sono abbastanza sicuro che esistano alternative open source... certo queste presuppongono un loro mantenimento (e relativi costi) da parte della scuola o altra istituzione pubblica.
    Per quanto riguarda l'adeguamento del sistema cognitivo e del processo di lavoro, si potrebbe dire che questo già avviene in altri contesti a cui gli alunni sono comunque esposti e, quindi, è forse un processo inevitabile?

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  3. E quando sperimentiamo qualcosa non siamo mai certi della ricaduta né del successo. Gli apprendimenti nelle didattiche alternative non sono misurabili pienamente. Per una scuola di massa può essere un problema... per un parcheggio formativo-ricreativo lo e' molto meno. Comunque la lezione frontale è la base di tutto. Gli studenti poi ogni tanto esplodono: basta prof. la prego facciamo una lezione 'tranquilla' e ci interroga 'normale'!!! Calvino ce l'aveva con l'educazione alla creatività perché diceva che la divergenza viene dopo... dopo una bella base di convetgenza. Non sono del tutto d'accordo con lui ma neanche tutta contraria. Arrivrderci a tutti

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