domenica

I desideri di Epicuro



Un breve ma intenso saggio di Francesco Verde dedicato alla psicologia epicurea (Monismo psicologico e dottrina dell'anima in Epicuro e Lucrezio, in Anima-Corpo alla luce dell'etica, a cura di E. Canone, Olschki 2015, pp. 49-64), costituisce un indubbio contributo per chi voglia provare a riordinare, in un quadro possibilmente organico, l'orizzonte della rappresentazione antica della conoscenza psichica. Sono almeno due le cornici concettuali che è necessario fissare stabilmente per cogliere l'evoluzione del pensiero epicureo, ed entrambe ne oltrepassano i contorni. La prima, come correttamente Verde sottolinea in apertura del saggio, concerne la strettissima connessione tra psicologia ed etica nel mondo antico. La distinzione odierna tra i due territori d'inchiesta è palesemente astratta e fittizia. Non vi può essere alcuna concezione etica che non presupponga una visione antropologica e una rappresentazione psichica dell'uomo e delle forze che ne governano la condotta. Analogamente, non sussiste alcuna psicologia indifferente alle conseguenze etiche delle proprie conclusioni logiche o osservative. Per i filosofi antichi la questione era assai più trasparente di quanto non lo sia per gli specialisti contemporanei, ed è una lezione di cui non dovremmo abbandonare il significato.
La seconda precisazione concerne più strettamente il pensiero epicureo, e si riferisce alla sua corretta collocazione epistemologica. Epicuro è un atomista, e dunque - per ricorrere a una categoria dei nostri tempi - un riduzionista. Non è possibile allora strutturare alcun commercio utile tra la filosofia platonica e quella epicurea. Se da Socrate ad Aristotele si coltiva un'idea del bene che, attraverso differenti definizioni, è frutto di una scelta intellettuale, e solo secondariamente si rivela capace di garantire felicità, cioè benessere e realizzazione dell'essenza più pura di ciò che si è, altra dev'essere la strada perseguita dal materialista. Si procede alla rovescia. Posto che l'uomo agisce sempre sotto l'influenza di una ricerca di soddisfazione (piacere) o fuga dal dolore, il raggiungimento pieno e stabile di una condizione beata è anche l'orizzonte etico più elevato, cioè l'unico possibile bene. 
Confrontandosi con alcune criticità interpretative, Verde rintraccia un'evoluzione nella concezione psicologica di Epicuro: in una fase giovanile, testimoniata in particolare dalla Epistola ad Erodoto, prevale una visione unitaria dell'anima, intesa come "corpo in un corpo" (con tutti i paradossi derivabili da una tale concezione), composto da atomi sottilissimi, assimilati a un "soffio", e diffusi capillarmente in ogni nostro anfratto organico, spiegando così la generale sensibilità al piacere o al dolore. In un momento successivo della propria maturazione intellettuale, Epicuro avrebbe invece recuperato una bipartizione di impronta aristotelica delle funzioni psichiche, distinguendone una orientata alla sensazione (anima), cui viene associata come in un unicum la dimensione appetitiva, e un'altra responsabile delle dinamiche razionali (animus), capaci di calcolo e ponderazione.
Nella concezione epicurea, dunque, la base della vita psichica è data dal manifestarsi di sensazioni piacevoli o spiacevoli. Le seconde sono di fatto proposte solo come negazione delle prime, le quali sono veri piaceri oppure, come vedremo tra poco, piaceri apparenti. L'unica ed essenziale sensazione piacevole può essere considerata quella che non trapassa mai nel suo negativo, e dunque permane; si tratta del piacere catastematico, non esposto a turbolenze dell'animo (è la condizione atarassica). I piaceri apparenti, o "in movimento", apprezzati dai cirenaici, presentano invece il forte limite della precarietà, e di un legame troppo stretto con dolori connessi inesorabilmente a quelle stesse gratificazioni. 
Verde non si sofferma su questo aspetto, ma può esser utile sottolineare la delicatezza del rapporto tra il piacere e la spinta psichica che conduce a esso. Si tratta del desiderio. Con un lessico contemporaneo, potremmo rileggere il pensiero epicureo secondo le leggi dell'equilibrio omeostatico, là dove il desiderio esprime il bisogno di soddisfare delle necessità organiche. Lo squilibrio genera dolore. Il desiderio naturale e necessario spinge affinché venga ristabilito l'equilibrio, e genera un piacere, determinato dalla cessazione della sofferenza psichica. Tuttavia, per ragioni naturalisticamente non spiegabili, come accade nella piramide di Maslow, emergono per l'uomo desideri più complessi. Naturali ma non necessari oppure non naturali, né necessari. Diffidente nei confronti di ciò che esorbita la natura, e che stride e diviene incomprensibile in una concezione puramente materialistica della psiche, Epicuro è costretto a mantenere le distanze, e per alcuni di questi desideri finisce per suggerire l'evitamento. Ma, come si vede, la funzione sensitiva è qui contaminata da una funzione razionale che viene a esercitare un controllo, un calcolo, una valutazione. Una discriminazione.
Sarà la ragione a comprendere quando sarà il caso di rinunziare a un piacere, onde evitare un maggiore dolore, o ad accettare un dolore, per procurarsi un più grande piacere. Ma la ragione non  è solo calcolo o censura. La dianoia interviene nel processo di costituzione delle opinioni, e dunque delle emozioni, che come gli stoici Epicuro concepisce quali credenze mal ponderate, o del tutto infondate. 
E false opinioni sono proprio quei piaceri in movimento di cui dicevamo prima, cioè le emozioni. Scrive Verde: "la differenza tra animus (= to logikon) e anima (= to alogon), infatti, è strategica per non uniformare il carattere di quelli che chiameremmo in termini moderni sentimenti o emozioni -  come la paura e la gioia - su quello delle mere sensazioni (aisthesis) e delle affezioni (pathe: piacere e dolore)" (p. 63).
Così dunque la filosofia, intesa come esercizio ginnico per l' animus, funge da farmaco contro le emozioni infondate, quali il timore degli dei, della morte, del dolore fisico, o contro emozioni anticipanti e distruttive, come l'ansia di raggiungimento del piacere. 
L'edizione materialistica del rapporto tra anima illogico/appetitiva e anima intellettiva presenta tuttavia punti di oscurità, che emergono proprio là dove sorge la necessità del controllo, là dove si moltiplicano, in modo non "naturale", i desideri.