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Come e perché ripensare la natura delle emozioni

Nella parte centrale de La fondazione dell’ontologia Nicolai Hartmann dedica ampio spazio all'analisi degli atti emozionali trascendenti. La trascendenza si riferisce alla capacità di questi atti di intenzionare, scoprendone dunque la sussistenza, una sfera dell’oggettualità autonoma dal soggetto, ma che si dà all’ atto emotivo in una maniera diversa dalla relazione coscienziale. L’atto emotivo è un atto prioritario da questo punto di vista, rispetto a quello gnoseologico. Secondo Hartmann, riprendendo in ciò una tesi di Max Scheler, nella “connessione vitale” l’emozione precede la cognizione. La connessione vitale viene a essere la relazione pluristratificata dei soggetti spirituali, i quali per poter sussistere presuppongono come “gradi d’essere” intrinsecamente implicati – con le relative legalità – una dimensione fisica, biologica e psichica. L’intrecciarsi e il sovra-formarsi di leggi, fenomeni e circostanze, determinano la “connessione vitale”. In tale tessitura, che descrive sostanzialmente la complessa natura del mondo, soltanto per via d’astrazione possiamo procedere nel distinguere un conoscente da un conosciuto, un protagonista attivo dell’atto cognitivo da un oggetto posto o pensato. Compiendo tale astrazione, noi proviamo a isolare – definendo “conoscenza” tale fenomeno – un atto trascendente non-emozionale, anzi l’unico atto trascendente che individuiamo come scevro da elementi emotivi. Qui Hartmann sbaglia, si esprime male, e compie una forzatura, non è possibile a rigore pensare di produrre una cesura o un ritaglio nella connessione reale, ma siccome – Hegel insegna – abbiamo bisogno del momento intellettivo, per poter descrivere l’atto gnoseologico dobbiamo depurarlo dalla componente emozionale. Quindi è una forzatura che possiamo anche accogliere, in via del tutto transitoria.
Posta la peculiarità della conoscenza, tutti gli atti trascendenti, scrive Hartmann, sono di tipo emozionale. Implicano cioè a vario titolo un agire o un patire, un incontrare l’inseità dell’oggetto attraverso la durezza della sua resistenza - quando agiamo - o della sua capacità d’impatto, quando ne patiamo l’effetto. L’emozione è dunque per Hartmann il “continuo esser-tenuto-in-tensione" (beständige In-Spannung-Gehalte-sein),  la relazione di una soggettività coscienziale con l’alterità oggettuale, secondo una modalità dell’agire o del patire. In questa seconda tipologia di emozioni, Hartmann raccoglie tutti gli atti “recettivi”, come l’esperire (Erfahren), il sentire immediato (Erleben), il subire (Erleiden), il sopportare (Ertragen), o in generale l’essere colpiti (Betroffensein). In tutti questi atti il soggetto si scontra con la durezza del reale.
Altrettanto evidente è l’inseità del mondo agli atti emozionali prospettivi, che si basano su una natura proiettiva, anticipatrice. L’uomo, secondo Hartmann, non vive senza “previsione” (Vorsehung). Ma piuttosto che trattarsi solamente di una competenza logico-analitica, essa sorge a un livello più originario dell’attività soggettiva, quella dell’emozione anticipante, come nei casi dell’attendere, del presentire, del prepararsi o dell’accingersi, che costituiscono egualmente una predisposizione all’atto recettivo, un prepararsi a essere colpiti. Alcune delle emozioni correlate a questi atti parrebbero avere un carattere sostanzialmente neutrale, come l’attesa, il presentimento o la curiosità. Altri, invece, mostrano un segno chiaramente marcato, come il pregustare, la speranza, il timore, l’apprensione, l’ansia, l’angoscia.
Questo elemento così fortemente valutativo-selettivo nella gamma delle emozioni umane, sebbene Hartmann non espliciti chiaramente la sua opinione in merito, non può che implicare un'impossibilità di esaurire il discorso sulle emozioni attestandosi alla sola sfera psichica. Il valutare infatti, nell’ontologia di Hartmann, si costituisce attraverso sguardo rivolto ai valori, che sono enti ideali, e che non sembrerebbero esser riferibili allo strato psichico dell’essere, bensì connessi alle relazioni sociali e alla tradizione, suggerendo appunto un impianto categoriale che troviamo soltanto nello strato spirituale dell’essere.
Le emozioni sono inestricabilmente connesse ai valori. I comportamenti e i sentimenti sono anch’essi segnati da quegli accenti assiologici, contemporanei all’atto emotivo stesso. Secondo Hartmann gli atti emozionali, che comunque precedono sempre il giudizio intellettuale, sono impregnati di valorazioni (durchsetzt von Wertungen), cioè al tempo stesso gli atti emozionali rappresentano un momento di apprendimento di valore e di scelta di valore. Rispetto alla prima delle due dimensioni, Hartmann intende riferirsi allo “sguardo” rivolto ai valori, che non è comparabile a un atto gnoseologico, ma si tratta di quel sentimento che “vede” i valori, e magari ne scopre di nuovi. Hartmann ricorda come nell’Etica Nicomachea di Aristotele, dietro la serie di virtù si nasconda una serie di atti attribuenti ed escludenti valore, corrispondenti a una gradazione del sentimento di valore. In tal senso lo sguardo ai valori è al tempo scelta di valore, e occorre ammettere un apriori del “sentire” che non è preso a prestito dal conoscere, pur essendo un analogo della struttura trascendentale della conoscenza (come in Scheler e Pascal). 
Si tratta di una dialettica dell’accettare/respingere che si raddoppia in una determinazione primaria (atti emozionali recettivi o prospettivi), non ancora finalisticamente orientata, ma del tutto immediata e assimilabile alla determinazione hobbesiana, cui si sovrappone una determinazione secondaria (atti emozionali spontanei), di natura teleologica. 
Naturalmente, ammette Hartmann, si tratta di un tema assai complesso, forse imperscrutabile: “tutto quello che nella complessa ricchezza di contenuti del coesperire morale è di origine apriorica – e in corrispondenza a ciò deve avere il suo fondamento nelle comuni strutture emozionali fondamentali degli esseri personali (gemeinsamen emotionalen Grund strukturen) – è per ora abbastanza poco conosciuto, ed è compito di un’apposita ricerca, che per il suo carattere è al confine tra psicologia, teoria della conoscenza, ed etica”. E in effetti, solo una ricerca pluristratificata può cogliere la complessità della dimensione emotiva: “L’interiorità o l’esteriorità del soggetto non fanno la differenza rispetto alla realtà della determinazione. Il problema psicofisico è certamente ancora connesso a questa duplicità: ma i due elementi sono all’interno della stessa realtà fisica e di quella psichica, partono nello stesso momento, solo la spazialità li distingue”. Importante e difficile è cogliere proprio la dimensione stratificata della stessa sfera affettiva. Ad esempio, la paura di immagini evocanti il diavolo, può manifestarsi a un livello organico (accelerazione cardiaca, sudorazione, respirazione alterata), un grado psichico (agitazione, istinto di fuga, assenza di reazione, afasia), e rinviare a una dimensione spirituale (tradizioni iconografiche, racconti o leggende apprese nel corso del tempo, associazioni simboliche). 
Ma è proprio in questo esercizio che l'ontologia di Hartmann si rivela funzionale a una rilettura complessiva del problema della vita affettiva. Scrive giustamente Robert Zaborowski: “This model could help to solve the controversy between an exclusively spiritual approach to the nature of emotions as well as between the approach that emphasizes passivity and the one that emphasizes activity”. In altri termini, mi pare che un approccio ontologico a questo problema possa agevolare un'uscita dalla gabbia dell'alternativa di impianti epistemologici eccessivamente contrapposti, e costituisca un punto di riferimento cruciale per una nuova problematizzazione, parafrasando Scheler, della posizione dell'uomo nel cosmo.






1 commento:

  1. La lezione di Hartman sembra attuale, nel senso che l'uomo di oggi ancora ha bisogno di emozionarsi. Non importa da quali fonti provenga l'emozione, essa è in stretta relazione con l'impegno etico.

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