mercoledì

Metafisica e realtà

(recensione scritta per il giornale online filosofia.it)

Il volume curato da Marialuisa Pulito e dedicato al filosofo Paul Gilbert, si presenta con un titolo assai impegnativo: Metafisica e realtà (Edizioni Stamen, 2016). Vi sono raccolti nove saggi, in buona parte scritti da allievi di Gilbert, orientati a valorizzare il pensiero del maestro, o a ricalibrarne le problematiche filosofiche. L’ultimo contributo è firmato dallo stesso Gilbert, e in un certo senso suggerisce l’idea di una Selbstdarstellung intellettuale, nella misura in cui alcuni elementi-chiave della sua riflessione metafisica sono messi in evidenza in maniera schematica ma sufficientemente chiara. In generale, Gilbert pare particolarmente turbato dalla necessità di dover rispondere alla domanda sull’utilità della metafisica. Lo si evince non soltanto dal titolo del suo saggio (La metafisica è impossibile o inutile?) ma anche dalla fiera citazione aristotelica posta in apertura di libro («Tutte le altre scienze saranno più necessarie di questa, ma superiore nessuna», Aristotele, Metafisica, 983 a 10), e soprattutto dalle testimonianze dirette dei suoi allievi, di cui il volume è costellato.
Prima di discutere le tesi di Gilbert e degli altri autori, è d’uopo per un verso riconoscere quanto sia comprensibile la necessità, per chi si occupa di metafisica oggi, di dover ribadire l’ineluttabilità di tale livello teoretico, specialmente in un’epoca storica in cui stancamente risuona l’eco della fine o della crisi della metafisica, che da oltre cento anni non smette di reiterare, metafisicamente, la morte di qualcosa che se non fosse necessario non si comprenderebbe neanche tanta insistenza nel negarne il fondamento. Ed è pur vero che – sempre bene ribadirlo – nella società occidentale, il cui universo simbolico è occupato dall’esaltazione autodistruttiva della tecnica, i pochi superstiti della metafisica devono dolcemente alzare la voce per farsi sentire, prestando cura al non apparire affetti da fanatismo. Altrettanto abusato è per altro verso il vittimismo della filosofia prima, che non sempre è capace di ammettere le proprie difficoltà e limiti, tante volte evidenziati nella storia del pensiero occidentale, arroccandosi in anticaglie corrose dalle proprie fragilità concettuali.
In questa luce di serena combattività mi pare si possa leggere l’approccio proposto da Gilbert. L’autore non dubita dell’importanza, o meglio, dell’ineludibilità del discorso metafisico, ma prova a tracciare la strada di una migliore capacità di confronto con la filosofia del Novecento. Uno dei punti salienti del discorso proposto da Gilbert concerne la differenza tra “sapere” e “scienza”. Se anche su un piano etimologico sapere o comprendere evocano un rispetto per l’oggetto della conoscenza, come un prendere contatto con esso senza alterarlo, l’idea di scienza parrebbe rinviare invece a un’imposizione al reale di uno schema razionale rigoroso e preordinato, in cui mappare o semplificare la complessità dell’oggetto. Da questo punto di vista, la metafisica apparterrebbe alla prima tra le due modalità conoscitive. È un’aspirazione all’intuizione intellettuale dei principi primi, che non vuole forzare l’oggetto né ritiene fino in fondo di poter chiudere con un punto la propria ricerca. Senza dover richiamare in gioco il carattere aporetico del pensiero platonico, Gilbert cita utilmente le prime righe della Metafisica di Aristotele, dove si afferma che «tutti gli uomini tendono a vederci chiaro», ponendo l’accento proprio su quella tensione, sull’idea dello sforzo approssimativo, che non pretende mai di esser giunto al compimento. Per questo la metafisica non è “cattura” della verità, è invece amicizia, amore per il sapere, filosofia.
Un filosofo a me caro, Nicolai Hartmann, che ha dedicato all’ontologia la sua intera esistenza, suggerisce di non ricorrere al termine “metafisica” in forma sostantivale, bensì soltanto come aggettivo, per indebolirne l’ambizione, senza però rinunziarvi, poiché si annida in esso il significato della provvisorietà, di un procedere aporetico solo temporaneamente accomodato in una soluzione teorica, e tuttavia si tratta di un incedere inalterabile, poiché è esso stesso il pensiero filosofico.
A pagina 152, Gilbert ricorre a un’espressione particolarmente efficace, quando scrive che «la condanna de ‘la’ metafisica, ricorrente nella letteratura contemporanea, è patetica», poiché l’intenzione spirituale verso il comprendere, secondo l’autore, «sorge da un atteggiamento umano essenziale». L’uomo, in definitiva, è un animale metafisico. Questo medesimo tema è proposto dal primo saggio della raccolta, proposto da Giovanni Cucci, e anch’esso annunciato in forma di domanda: La metafisica: un sapere ancora attuale? Oltre a ripercorrere alcune questioni-chiave, connesse alla storia della metafisica e dei suoi detrattori, Cucci esprime altre tesi che meriterebbero approfondimento. Ad esempio, egli sostiene che “escludere” la metafisica potrebbe aprire la strada alle derive dell’irrazionalità e ad autoritarismi di varia natura. Si tratta di un argomento curioso, perché se la metafisica è ineludibile, come abbiamo sinora ripetuto, in quanto l’uomo è un animale metafisico anche quando nega la necessità della filosofia prima, non si comprende come la metafisica possa essere esclusa da alcuno, se non essendo nuovamente implicata. Inoltre, dubito fortemente che gli autoritarismi politici possano essere figli di questa o quella filosofia, allo stesso modo in cui resto perplesso di fronte alle tesi che connettono le persecuzioni religiose o le Crociate alla metafisica o alla teologia medioevale.
Cucci insiste su questo punto sostenendo che «quando ci si chiude alla trascendenza e si pone nella ragione formale il criterio unico e assoluto del sapere, la conoscenza stessa finisce per sbriciolarsi» (p. 26), ma anche qui si pone per ovvia l’identificazione tra pensiero metafisico e pensiero della trascendenza, mentre probabilmente si può riconoscere anche come fondamentale il tema di una metafisica dell’immanenza.
Altra questione discussa nel libro, che pure merita un cenno, è il passaggio dalla metafisica all’etica, e il contributo di Pier Paolo Fiorini dedicato a La metafisica concreta di Paul Gilbert è da questo punto di vista capace di chiarire bene i termini del problema. Si parte da un nodo concettuale sicuramente discusso con insistenza nei secoli passati – basti pensare al parricidio platonico – e cioè la relazione tra l’immediata intuitività dell’Uno, nel suo rapporto con la diversità. L’esperienza dell’alterità è per Gilbert immediatamente affrontata su un terreno non teorico ma pratico. L’altro viene incontrato prima di essere pensato. Come in Max Scheler, anche qui l’amare precede il conoscere, le passioni anticipano l’atto intellettivo. Ma questa originaria datità dell’altro apre problemi complessi, come la questione dell’essere personale, e della sua sostanzialità, di cui si occupano anche Marialuisa Pulito e Sara Bianchini nei loro rispettivi contributi. E nonostante la pressione della sfera morale, con l’apertura del discorso sulla persona-sostanza, siamo ancora dentro un orizzonte prettamente metafisico, e come si vede bene, da quel perimetro non siamo mai in grado di sottrarci, senza smettere di occuparci di filosofia. Resta possibile, tuttavia, quella che io definisco una “sospensione”.

Come è chiaramente ricostruito nell’ottimo saggio di Giovanni Scattone, dedicato al rapporto tra Libertà e male radicale, non si possono eludere, in questa discussione, gli esiti del lavoro filosofico condotto da Immanuel Kant. Nella tematizzazione della libertà, e dunque dell’etica, Kant ribadisce un tragico dilemma: la libertà non può essere pensata su un piano scientifico, né dimostrata in un quadro argomentativo metafisico, ma dev’essere posta in un atto di volontà, cioè riconosciuta come necessaria all’agire stesso. Ecco quindi che per capire il senso della libertà devo “sospendere” la struttura teorica del mio vedere intellettivo, lasciando spazio al solo volere. Come nelle sperimentazioni percettive della Gestalt, non posso cogliere con il medesimo atto la forma e lo sfondo, e anche qui devo necessariamente alternare il pensare e l’agire, perché c’è tra i due senz’altro una continuità, ma c’è anche uno scarto. Così come Scattone giustamente fa notare, «l’impressione è insomma che il vecchio problema della libertà che tormentava Kant sia ancora ben lontano dall’essere chiarito» (p. 98), e in questo tormento dobbiamo vedere non solo la conferma di quel tratto sempre provvisorio della metafisica, ma la stessa natura straordinaria dell’inappagata passione umana per il sapere.