mercoledì

Storia delle mentalità e psicologia storica

di Carlo Scognamiglio


Come ambito di studi straordinariamente apprezzato ed editorialmente florido a partire dagli anni Sessanta e Settanta, la ricerca, per dirla con Lucien Febvre, dei “sentimenti fondamentali degli uomini”[1], la storia delle mentalità rappresenta forse il più corposo e interessante orizzonte di ricerca della “nuova storia”. In Italia, il successo di pubblico della nuova storia può essere considerato eccezionale, sebbene si sia fatto strada con estrema fatica. In un primo momento infatti la storiografia tradizionale ha valutato con diffidenza questi orientamenti apparentemente riconducibili ad una “moda passeggera”, ma lentamente, anche in seguito al cambio delle generazioni accademiche, le valutazioni positive se non adesioni entusiastiche alla “nuova storia” si sono consolidate. Nell’Italia del secondo dopoguerra alcuni storici, per formazione crociana o marxista, indubbiamente tenevano il campo del dibattito storiografico con riferimenti forti e grande capacità di condizionare con le loro interpretazioni la nostra cultura nazionale. Tra gli studiosi più incisivi si possono ricordare in particolare Momigliano, Garin, Cantimori, Villari, Romeo. Le critiche più forti e significative all’impostazione delle Annales giungevano da Cantimori, il quale accusava Febvre di “decadentismo storiografico”, così come l’indagine della storia psicologica gli appariva povera di possibili sviluppi nel campo della ricerca storica. Se Francesco Pitocco giustifica tale fenomeno come dimostrazione di un processo di democratizzazione della storiografia nella società di massa, è possibile invece comprendere al meglio le ragioni di fascinazione e di interesse suscitate da tale approccio a partire da presupposti differenti.
Cos’è la storia delle mentalità? Di fatto i suoi praticanti non l’hanno mai definita come disciplina autonoma, bensì come un “campo di lavoro”, un insieme di ricerche con metodi e interessi parzialmente condivisi, anche se sviluppatesi in vario modo. Un esempio può essere dato da Ariés e Vovelle, che lavorano entrambi sulla concezione della morte, servendosi tuttavia il primo di fonti letterarie, il secondo di fonti seriali. Qual è l’interesse comune? Non è facile rispondere, in quanto la storia delle mentalità si fonda, come Le Goff ha ben evidenziato, su una serie di ambiguità, come i concetti di sensibilità, idee o comportamenti, ma che rivela in ciò tutto il suo fascino: “si parla molto di Storia delle mentalità, ma se ne sono dati pochi esempi convincenti. Mentre si tratta ancora di un terreno vergine, da dissodare, ci si chiede se il termine corrisponde a una realtà scientifica, se implica una coerenza concettuale, se è epistemologicamente operativo”[2]. Nonostante l’equivocità della ricerca dunque ne viene ribadito l’interesse[3].

La storia delle mentalità secondo i fondatori delle Annales.Lucien Febvre e Marc Bloch fondarono nel 1929 la rivista delle Annales d’histoire économique et sociale. L’idea era quella di fondare una rivista internazionale di storia economica, con la finalità di agganciare ambiti di indagine storiografica fino ad allora particolarmente trascurati dalla storiografia tradizionale. La bestia nera era in primis la storia diplomatica, manifestantesi sotto le spoglia di storia evenemenziale, tale da nascondere la vera storia, quella delle strutture nascoste e occultate dal rumore degli “eventi” e dall’ingombro dei “personaggi storici”. I veri filoni della storia che Febvre seguiva come un segugio, erano dunque quelli economici, sociali, intellettuali, religiosi e psicologici. Febvre si distanziò subito dalla storiografia tradizionale, ma evitava di confondersi con il materialismo storico, cui imputava la colpa di sbilanciare la propria indagine sul fatto economico, concependolo come causa principale del cambiamento. La nuova storiografia che nasceva, aveva un aspetto combattivo ma confuso. Rifiutava spiegazioni univoche, ma cercava una storia “totale”, che restituisse ai contemporanei una visione “globale” dell’uomo del passato.
L’esigenza originaria che giaceva al fondo della fondazione delle Annales, che nell’ambizione di risultare una rivista di storia economica e sociale (dove per sociale si deve intendere “tutto ciò che riguarda l’uomo”, dalla politica alla morale, alla psicologa e quant’altro) nel suo stesso titolo tradiva l’intenzione di distinguere ciò che è economico da ciò che è sociale, consisteva nel superamento della storia semplicistica e riduttiva. In questo senso, Lucien Febvre riteneva il materialismo storico una prospettiva parziale e uni-fattoriale: «I fautori del materialismo storico cercano sempre di accrescere la parte dei fattori economici nei conflitti internazionali, a detrimento dei fattori politici e morali»[4].
Propugnatori di una storiografia multifattoriale dunque, i redattori delle Annales intendevano rappresentare la compresenza di molti aspetti della vita differenti tra loro ma reciprocamente incidenti l’uno sull’altro. Così scriveva per l’appunto lo stesso Bloch : «in una società, qualunque essa sia, tutto si lega e si condiziona vicendevolmente: la struttura politica e sociale, l’economia, le credenze, le manifestazioni più elementari come le più sottili della mentalità»[5].
La storia delle mentalità, come indirizzo di ricerca che mette al centro del proprio interesse, oltre ai più noti aspetti della storiografia non evenemenziale, le “visioni del mondo”, nella misura in cui questi si propongono come latenze ereditate dal passato concretizzate nell’atto pratico o comportamento, deriva senza dubbio dai fondatori stessi delle Annales, ma deve parte del suo bagaglio metodologico anche ad altri storici del Novecento, come l’olandese Huinziga e il tedesco Elias. Huinziga ad esempio, era particolarmente affascinato, nelle sue indagini sul Medioevo, dal porre in evidenza alcuni aspetti che sfuggono alla storiografia tradizionale, come l’immaginario, il sentimento, il gioco. Secondo uno dei maggiori esponenti della nouvelle histoire, Philippe Ariés, la prima generazione delle Annales era orientata principalmente all’analisi della storia economica e sociale, per cui la storia delle mentalità rimaneva soltanto un aspetto particolare di un’attività ben più complessa di congiunzione della ricerca storica a quelle che gli Inglesi chiamano social sciences. In verità la finalità che giaceva nelle intenzioni dei fondatori della rivista francese, era quella di costruire una storia “globale”, non però nel senso di una storia che si fondesse con tutte le altre scienze sociali, ma una storia che, essendo finalizzata all’uomo e alla sua vita, dovesse necessariamente avere al centro delle sue indagini l’uomo, nella globalità della sua esistenza; obiettivo mai perseguito dalla storiografia tradizionale. Nell’ottica delle Annales, storia delle mentalità, storia economica e storia religiosa non possono essere considerati come ambiti separati, non esiste l’ homo economicus separato da quello religiosus, ma esiste l’uomo come coesistenza storica di tutti gli aspetti della propria vita. In realtà la percezione di Ariés non era del tutto corretta, in quanto in molte parti delle opere di Bloch e Febvre è possibile percepire come l’elemento psicologico fosse centrale, se non addirittura il fattore essenziale di ogni ricerca storica: nell’ Apologia della storia Bloch sostiene infatti che «i fatti storici sono essenzialmente fatti psichici» (p. 163), così come insieme a Febvre non perde occasione di ribadire come la storia economica debba confluire in quello che è l’obiettivo più importante: «l’analisi di ciò che ci si permetterà di chiamare, in breve, i fenomeni di mentalità. Poiché la storia, in ultima istanza, è psicologia» (in Le succés au théatre et ses facteurs sociaux: une expérience, da un numero delle Annales del 1935). Altrove Bloch sostiene inoltre che «il problema economico si risolve in un problema psicologico» (Per una storia comparata delle società europee, 1928). Sebbene i testi di Bloch siano intrisi dell’elemento psicologico, e I re taumaturghi può in ultima analisi essere considerata un’opera di storia delle mentalità, nella prima generazione delle Annales chi si sforza di meglio teorizzare quest’elemento è Lucien Febvre.
A tal proposito uno dei testi più interessanti pubblicati da questo autore è Storia e psicologia, pubblicato in italiano in Studi su Riforma e Rinascimento e altri scritti su problemi di metodo e di geografia storica (Torino, Einaudi, 1966). In questo testo Febvre cerca di instaurare una relazione tra psicologia e storia su un terreno in tutto nuovo: a contatto con la ricerca storica la psicologia non è più “individuale”, felice orpello degli studiosi della vita dei Menschen die Geschichte machen, né può essere la vecchia “psicologia delle folle” o psicologia collettiva. Procediamo con ordine. La psicologia individuale risulta poco interessante, dal momento che è il ruolo dell’individuo nella storia che va fortemente ridimensionato. Il “personaggio storico” è per Febvre nient’altro che una credenza, una sorta di mnemotecnica, mentre le cose stanno inevitabilmente in maniera diversa: perché? «Dov’è l’essere umano che possa essere considerato una potenza autonoma, indipendente e isolata, una specie di creazione originale e spontanea, quando ogni persona umana subisce tanto forte gli influssi venuti in parte dalle profondità del tempo, altre più immediatamente esercitate dall’ambiente coevo e trasportate innanzi tutto dal linguaggio e dagli strumenti?» (p. 106). Febvre sa bene che l’individuo riceve dal linguaggio l’influenza della società come l’aria dai polmoni: un individuo non è mai altro che quello che la sua epoca ed il suo ambiente sociale gli consentono di essere. Febvre poggia le proprie convinzioni psicologiche sugli studi di Henri Wallon, ma è possibile astrattamente istituire un confronto con la teoria di Vygotskij.
Nel 1925, nell’opera La coscienza come problema della psicologia del comportamento, Vygotskij ribadisce la sua impostazione marxista allorquando definisce la coscienza “l’oggetto della psicologia del comportamento”; nella fattispecie sviluppa la posizione di Marx secondo la quale l’attività pratica concreta genera una coscienza determinata storicamente: per Marx ed Engels infatti il linguaggio è antico quanto la coscienza, il linguaggio è la coscienza reale, pratica, che esiste anche per altri uomini e che, dunque, è la sola esistente; e il linguaggio come la coscienza sorge dal bisogno, dalla necessità di rapporti con gli altri uomini. La coscienza è, dunque, fin dall’inizio un prodotto sociale e tale resta fin tanto che in genere esistono uomini[6].
Il linguaggio è per Vygotskij lo strumento psicologico più importante e altera completamente il flusso e la struttura delle funzioni mentali. In tal senso, esso acquisisce oltre alla funzione socializzante, una seconda, non in ordine di importanza, determinante funzione per lo sviluppo cognitivo che è quella di assurgere a strumento di organizzazione del pensiero.
Coerentemente a tali assunti l’indagine psicologica nella storia dovrebbe attraversare tre livelli progressivi:
1. psicologia collettiva: per rintracciare tutto ciò che l’uomo deve al suo ambiente sociale;
2. psicologia specifica o psicofisiologia: per indicare cosa l’uomo deve al suo organismo specifico;
3. psicologia differenziale: per indicare cosa è dovuto agli accidenti della vita sociale di un individuo;
Certamente Febvre è ben consapevole di come sia difficile, o quasi impossibile, alla luce delle attuali conoscenze psicologiche, analizzare i comportamenti di gruppi sociali del passato per spiegarne le motivazioni e le emozioni; tuttavia, «bisogna soprattutto spiegare», è questo il compito dello storico. Febvre si interessò a un particolare aspetto della psicologia umana, che definiva sommariamente “sensibilità” (cfr. Come ricostruire la vita affettiva di un tempo. La sensibilità e la storia), intendendo con ciò “la vita affettiva e le sue manifestazioni”. Non si tratta di una ricerca generica, ma fondata su alcune specifiche classi di documenti:
· documenti morali: da archivi giudiziari;
· documenti artistici: dall’arte plastica e musicale;
· documenti letterari: da testi con importante diffusione;
Naturalmente il lavoro di ricostruzione storiografica, a partire da detti documenti, dovrebbe avvenire mediante conoscenza aggiornata e contatto continuo con gli psicologi altrimenti, secondo Febvre, «non ci sarà possibilità di storia». Questo breve testo si conclude con un’esaustiva domanda retorica: è un sogno di malati pensare e sostenere che la psicologia sia alla base stessa di tutto il lavoro valido dello storico?
La convergenza e reciproca influenza dei vari fattori nella storia viene dunque efficacemente espressa nella parola che trova spazio nella nuova dicitura del titolo della rivista (adottato dopo la fine della seconda guerra mondiale) : civilisations[7] . La seconda generazione delle Annales dà nuovo vigore alla storia della rivista, colpita duramente con l’uccisione di Bloch da parte dei nazisti, mediante il notevole contributo di due giovani storici: Charles Morazé e Fernand Braudel, il teorico della “lunga durata”. Quest’ultimo pubblica nel 1976 il suo capolavoro: Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II. Si tratta un testo paradigmatico, caratterizzato dall’obiettivo di riportare la storia della grande politica spagnola nel suo contesto naturale storico e geografico. In prima istanza Braudel studia le forze permanenti agenti sulla volontà degli uomini, senza che questi possano averne consapevolezza; successivamente ricerca le forze particolari, ma parzialmente permanenti, impersonali e collettive, ma stavolta databili. Infine si giunge agli avvenimenti.
Secondo la ricostruzione fornitaci da Ariés, la seconda generazione di storici influenzata dalle intuizioni di Bloch e Febvre, sviluppò prevalentemente, rispetto al quella concezione della globalità dell’uomo e della storia, l’ambiente di ricerca prettamente economico. Tuttavia, all’interno di quest’orizzonte, uno specifico aspetto, quello demografico, era destinato a riaprire la questione della “mentalità”, riproposta stavolta arricchita dal fondamento dei dati statistici: «Le serie numeriche della lunga durata permisero di conoscere modelli di comportamento altrimenti inaccessibili e nascosti» (Ariés, p. 150). Con la seconda generazione dunque la storia delle mentalità risorgeva in pratica dalla demografia storica.
Nel 1969 Braudel e i suoi collaboratori cedono la direzione della rivista a un nuovo comitato direttivo, in cui compaiono storici oggi molto noti come Jacques Le Goff, e che daranno luogo a quella che è stata soprannominata la “nuova nuova storia”, cioè a una sorta di rinnovamento dello spirito delle Annales, grazie al contributo di autori come Duby, Ariés o Vovelle e Chanu.
A partire dagli anni Settanta si assiste dunque all’insorgenza progressiva di una terza generazione della storia sociale, rinvigorita dalla riscoperta delle mentalità derivata dagli studi demografici. La differenza tra questa nuova generazione e i fondatori delle Annales è ben evidenziata da Le Goff: “la storia economica e sociale, sotto la forma in cui la praticavano le Annales del primo periodo, non è più il fronte avanzato della nuova storia: l’antropologia è diventata l’interlocutrice privilegiata […] la storia delle mentalità e delle rappresentazioni, appena abbozzata nella prima fase delle Annales, è divenuta una delle principali linee di forza. Una vera novità è infine la storia quantitativa”[8] .
Cosa si intende, di fatto, con storia delle mentalità? Quali ricerche possono essere considerate coerenti con tale fine? Ariés ci fornisce alcuni esempi di rilievo. Il primo è l’esempio del lavoro di Duby su Le origini dell’economia europea. Guerrieri e contadini nel Medioevo (Bari, Laterza, 1973), che pur apparendo come un testo di storia economica presenta un capitolo significativamente indicato come “Gli atteggiamenti mentali”. Nell’analisi dei doni che i contadini elargivano al sovrano, Duby ritiene di poter intravedere una serie di scambi tra il mondo divino ed umano (essendo il sovrano connotato di caratteri soprannaturali), il che lo induce a ritenere che per gli uomini di quel tempo «le realtà economiche avevano un’importanza secondaria, erano epifenomeni. Le vere strutture erano spirituali, appartenevano all’ordine del soprannaturale».
Altrettanto interessante può essere considerato l’esempio della “contraccezione”. Tendenzialmente è possibile dedurre da alcune documentazioni demografiche che nelle società tradizionali fino al XVIII secolo in Francia non ricorrevano a forme di limitazione delle nascite riconducibili a metodi contraccettivi, sebbene fossero diffuse alcune pratiche per interrompere l’effetto riproduttivo dell’atto sessuale. Tuttavia tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo le cose cambiano, e queste tecniche si diffondono con grande rapidità, tanto da modificare radicalmente l’andamento demografico della nazione. Ariés ritiene che lo storico debba provare a spiegare questi mutamenti, e si propone con una considerazione degna di rilievo: «la dicotomia dell’atto sessuale esigeva una capacità di previsione e una padronanza di sé che non erano “pensabili” nell’antica società, e che lo sono divenute nel XIX secolo», e ciò deriva da un «cambiamento di mentalità». Come si po’ rilevare, l’idea che il “movimento delle mentalità” costituisca per certi versi il motore della storia umana costituisce in queste ricerche non tanto l’obiettivo da verificare, bensì la soluzione cui pervenire nella spiegazione di comportamenti ricavati dalla documentazione disponibile.
Il presupposto teorico di una storia delle mentalità è il concetto di inconscio collettivo, così sintetizzato da Ariés: «Collettivo: comune a tutta una società in un dato momento. Non-cosciente: non percepito o scarsamente percepito dai contemporanei, in quanto spontaneo, facente parte dei dati immutabili della natura, delle idee ricevute e delle idee che sono nell’aria, luoghi comuni, norme di convenienza e di morale, conformismi o proibizioni, ecc.»
E’ naturale ritenere che questi storici non possano avere a disposizione un oggetto di indagine psicologica diretto (ma anche in questo caso non sarebbe facile giungere a conclusioni concordi, le furenti discussioni tra scuole psicologiche dimostra la frammentarietà delle conoscenze necessarie all’interpretazione dei comportamenti), per cui devono ricorrere a strumenti di rappresentazione indiretta, cioè dei documenti del passato che potremmo chiamare per lo più “indizi”, i quali ci danno conto di alcuni comportamenti, in virtù dei quali si ritiene possibile costruire una mentalità. Non una mentalità esplicita, ovviamente, ma una sorta di sistema di convinzioni latenti, reali cause dei comportamenti individuali. La mentalità può essere definita anche come ciò che ha in comune l’individuo storicamente celebrato come “personaggio storico” con i suoi contemporanei, una comunanza più importante e più interessante delle differenze

Problematicità del concetto di mentalità.
La difficoltà di questo lavoro è ben delineata da Le Goff , che vede la cosa però in maniera positiva: “la prima attrattiva della storia delle mentalità sta precisamente nella sua indeterminazione, nella sua vocazione a definire i residui dell’analisi storica, il non so che della storia”. Quest’attrazione per l’indeterminato sta però a fondamento di un desiderio di distacco da altre impostazioni storiografiche, prima fra tutte quella marxista, più che quella storicista, come potrebbe apparire di primo acchito. Vediamo alcuni esempi, proposti proprio da Le Goff:

A partire dal 1095, individui e masse si mettono in movimento nella cristianità occidentale e partecipano alla grande avventura della crociata. Slancio demografico e principio di sovrappopolazione, cupidigia commerciale, delle città italiane, politica del papato desideroso di ricostruire contro gli infedeli l’unità di una cristianità disunita, tutte queste cause non spiegano tutto, e forse non spiegano l’essenziale. Ci vuole l’attrazione della Gerusalemme terrestre, copia di quella celeste, l’impulso delle immagini del mentale collettivo raccolte intorno ad essa. Che cos’è la crociata, senza una certa mentalità religiosa?
Che cos’è il feudalesimo? Un complesso di istituzioni, un modo di produzione, un sistema sociale, un tipo di organizzazione militare? Georges Duby risponde che occorre andare più londano, “prolungare la storia economica con quella delle mentalità”, prendere in considerazione “la concezione feudale del servizio”. Il feudalesimo? “Una mentalità medievale”[9]

Le Goff apre proprio il suo saggio con questa forte ed evidente provocazione nei confronti del materialismo storico. La mentalità esce dal cantuccio dell’ambiente “sovrastrutturale” e diventa essenzialità della storia stessa, presupposto o elemento fondante della spiegazione storica. Su questo punto Le Goff è determinato: “La storia delle mentalità nasce dalla possibilità di evasione che offre a coloro che sono intossicati dalla storia economica e sociale, e soprattutto da un marxismo volgare”.
Certamente vi sono alcuni punti di contatto tra la nuova storia e la storiografia marxista, primo fra tutti l’interesse nel disgelare le forze che agiscono sulla volontà degli individui a loro insaputa, forze di grande portata e dirompenza, come emblematicamente si può leggere in opere come La Mèditerranée et le Monde méditerranéen à l’époque de Philippe II di Fernand Braudel[10]. In questo senso, anche il concetto di “lunga durata” trova corrispondenza nella rappresentazione materialistica delle epoche relative ai modelli di produzione[11]. Tuttavia, sia per ragioni storiche relative alle relazioni tra gli storici nel periodo della nascita delle Annales, sia per ragioni teoretiche che veniamo esaminando, marxismo e nouvelle histoire presentano interessanti punti di frizione. La congiunzione dei due orientamenti fu tentata da Pierre Vilar attraverso la propria prassi storiografica[12], ma come vedremo alcune divergenze sostanziali, e non occasionali, permangono. Anche autori più recenti, afferenti alla scuola delle Annales, come Jacques Le Goff, continuano a ritenere la prospettiva marxiana quella di un «grossolano primato assegnato all’economia nella spiegazione storica»[13]. Proprio il concetto di “mentalità” viene salvaguardato dagli storici della nuova storia dalle tenaglie della dimensione “sovrastrutturale”, per collocarsi invece in una dimensione di centralità (ma non come elemento causale prevalente).
Il rapporto col marxismo è un rapporto complesso. A Marx si riconoscono molti meriti, ma se ne denunciano anche i limiti: “il grossolano primato assegnato all’economia nella spiegazione storica, la tendenza a collocare fra le sovrastrutture le mentalità che la nuova storia, pur senza porsi come livello fondamentale di causalità, hanno un posto più centrale”.

Il problema di cui Le Goff ed altri storici delle mentalità non sembrano avvedersi consiste nella facilità con cui si attribuisce alla “mentalità” una vitalità propria ed autonoma. Le Goff afferma che “la mentalità indica la totalità collettiva dello psichismo, il modo particolare di pensare e di sentire di un popolo, di un certo gruppo di persone, ecc.”. Tuttavia pare non sorgere per lui il problema del perché un certo gruppo di persone abbia in comune proprio quel modo di sentire e non un altro. Si ritiene pacifico restituire la spiegazione di un modello di produzione attraverso un fenomeno di comune mentalità, ma non si rende possibile il contrario e cioè riconoscere che il sentire comune sia a sua volta frutto di condizioni materiali comuni. Infatti lo stesso Le Goff si trova costretto a un certo punto a ricongiungersi quanto meno con gli ambienti di appartenenza, per spiegare il fenomeno delle mentalità: “Il palazzo, il monastero, il castello, le scuole, le corti sono, nel medioevo, i centri dove si foggiano le mentalità. Il mondo popolare elabora o riceve i suoi modelli nelle sue sedi dove si plasmano le mentalità: il mulino, la fucina, la taverna”. Le Goff rielabora di fatto in nuova chiave la distinzione marxiana tra lavoro manuale e intellettuale, e descrive come ambienti produttori della mentalità i luoghi relativi proprio al sistema di produzione: il castello e la fucina (o il mulino) rappresentano infatti esattamente i rapporti di produzione. La classe dominante, inoltre, sempre secondo Le Goff, trasferisce quella mentalità a quella dominata, che a sua volta, date le sue condizioni, la adegua a sé. Ma come avviene questo “trasferimento”? “i mass media sono i veicoli e le matrici privilegiate delle mentalità, la predica, l’immagine dipinta o scolpita sono, prima della galassia di Gutenberg, le nebulose dove si cristallizzano le mentalità. Le mentalità intrattengono con le strutture sociali rapporti complessi, ma non ne sono separate”. Modulando la terminologia a quella ottocentesca di Marx ed Engels potremmo riscrivere quest’ ultima frase in questi termini: la coscienza intrattiene con la struttura materiale una relazione dialettica.
Altrettanto complessa risulta l’ambizione degli storici delle vecchie e nuove Annales di ricostruire gli “atteggiamenti mentali”. Questi ultimi infatti, attraverso l’analisi delle fonti, come le documentazioni relative alle imposte, ai testamenti, alle spese, vengono desunti da comportamenti passati ricostruiti nelle loro ritualità strutturali (essendo infatti impossibile in ambito storiografico l’osservazione diretta e sistematica, per ragioni più che ovvie). Una fraseologia tipica degli storici delle mentalità, è costituita da espressioni come: “il Medio Evo è dunque attraversato da cambiamenti di mentalità”[14]; che stando a quanto specificato, dovrebbe significare quanto segue: il Medio Evo presenta al proprio interno dal susseguirsi di differenti repertori comportamentali. A tali comportamenti possiamo associare, per il momento non ha importanza se come “causa” o “conseguenza”, degli atteggiamenti mentali, che potremmo più precisamente definire abitudini dal punto di vista dell’emissione dei comportamenti esterni, o “verbalizzazioni cognitive”, dal punto di vista dei comportamenti “interni”, cioè puramente cognitivi.
Note:

[1] L. Febvre, Come ricostruire la vita affettiva di un tempo: la sensibilità e la storia, in Studi su Riforma e Rinascimento e altri scritti su problemi di metodo e di geografia storica, Einaudi, Torino, 1966, p. 515.
[2] J. Le Goff, Le mentalità: una storia ambigua,
[3] Lo stesso LeGoff è autore di ricerche sulla storia delle mentalità. Prima fra tutte l’indagine su Tempo della Chiesa e tempo del mercante (Torino, Einaudi, 1977).
[4] L. Febvre, Combats pour l’Histoire, Paris, A. Colin, 1953, p. 63.
[5] M. Bloch, Apologie pour l’histoire ou métier d’hisotorien, Paris, A. Colin, 1964, p. 96.
[6] Cfr. K. Marx-F. Engels, L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma 1958.
[7] Il nome della rivista, nel 1946, era divenuto: «Les Annales. Economies – Sociétés – Civilisations».
[8] J. Le Goff, La nuova storia, cit., p. 41.
[9] J. Le Goff, La mentalità : una storia ambigua, da Fare storia, a cura di J. Le Goff e P. Nora, Torino, Einaudi, 1981.
[10] Braudel (F.), La Mèditerranée et le Monde méditerranéen à l’époque de Philippe II, Paris, A. Colin, 1976.
[11] Scrive Jacques Le Goff: «Un sistema economico e sociale cambia solo lentamente. Lo aveva ben capito Marx che, con il concetto di modo di produzione, con la teoria del passaggio dallo schiavismo al feudalesimo e poi al capitalismo, aveva indicato come tappe essenziali di storia dei sistemi di durata plurisecolare», in La nuova storia, a cura di J. Le Goff, Milano, Mondadori, 2004, p. 32.
[12] P. Vilar, La Catalogne dans l’Espagne moderne, recherches sur les fondements économiques des structures nationales, Paris, SEVPEN, 1962, 3 voll.
[13] J. Le Goff, cit., p. 40.
[14] Ibidem, p. 155.

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