mercoledì

Il darwinismo e la teleologia



di David Levy
Oggi, se non sbaglio, ben pochi pensatori, di formazione scientifica o filosofica, sosterebbero teorie fondate su una struttura teleologica. Tra le possibili responsabilità di questo orientamento generale si può indicare la diffusa cultura darwinistica. Secondo Karl Marx, è stato proprio Darwin a sferrare alla teleologia "il colpo di grazia".
Tuttavia, la gente continua a pensare e a parlare quotidianamente in termini teleologici. Pensa che gli occhi esistano per vedere, che lo stomaco esista per digerire, che i seni femminili esistano per allattare i bambini, e così via. Tanto è vero che perfino i biologi, per quanto in termini teorici si professino dei darwinisti, non possono fare a meno di parlare di "funzione" e di usare la parola "per". Quindi il famoso detto del genetista J.B.S. Haldane: "La teleologia per il biologo è come un'amante: non riesce a vivere senza di lei, ma non vuole essere visto con lei in pubblico".
La gente pensa e parla teleologicamente anche oltre l'ambito strettamente biologico. Si loda, ad esempio, un’azione carica d’ umanità e se ne biasima una "bestiale". Ciò sottintende che l'uomo stesso, come gli occhi, il stomaco e i seni, possiede una funzione naturale – quella di essere "umano" e non "bestiale". La premessa dell'opinione comune, insomma, è che la natura sia intenzionale o teleologica: fornisce scopi che precedono ogni decisione, ogni cultura umana.
I darwinisti negano che la natura, in realtà, agisca così. Riconoscono che c'è l'apparenza di intenzionalità nella natura -- che gli organi del corpo, ad esempio, sembrano essere destinati "naturalmente" a certi scopi. Ma quest' apparenza è un'illusione, perché gli esseri viventi sono del tutto prodotti della "selezione naturale", la quale non ha intenzioni né scopi. E' un "processo cieco, inconscio, automatico" -- cieco perché in fondo è basato sulle "cieche forze della fisica" (Richard Dawkins, The Blind Watchmaker, p. 5). Non ha scopi più di quanto non li abbiano gli atomi e le molecole.
La selezione naturale, com’è ben noto, produce l'apparenza di intenzionalità attraverso "la lotta per l'esistenza", nelle parole di Darwin. Gli esseri viventi sono dotati, per caso, di diverse qualità. Quegli esseri a cui capita di essere dotati di quelle qualità che aiutano loro a sopravvivere e a riprodursi nelle condizioni che per caso esistono, sopravvivono; coloro meno "adatti" periscono. Nessuna qualità od organo è fatto dalla natura per uno scopo, ma poiché rimangono soltanto coloro che sono fatti quasi per uno scopo, c'è l'apparenza di intenzionalità o di disegno.
Quanto all'istinto di essere "umano", cioè prosociale, non si può dire che seguire questo istinto sia il volere della natura; si può dire soltanto che questo istinto esiste perché è risultato utile alla sopravvivenza dei nostri progenitori.
Insomma, gli uomini hanno, o pensano di avere, intenzioni e scopi; la natura sicuramente non ne ha.
Questa dottrina sembra lasciare precaria la nostra situazione morale. Si risponderà che l’uomo non ha bisogno della natura come guida morale perché lui stesso può fissare gli standard morali attraverso la ragione o la creatività o attraverso una scelta angosciata. Ma per il darwinismo, strettamente applicato, questa ragione, questa creatività, questa scelta, saranno tutte, ahimè, loro stesse prodotte dall’evoluzione e perciò soggette alle stesse leggi della biologia e, alla fine, della fisica. Spiega il fondatore della sociobiologia: “se il cervello si è evoluto attraverso la selezione naturale, perfino le capacità di scegliere particolari giudizi estetici e credenze religiose sarebbero dovute sorgere dallo stesso processo meccanico” . Non solo la morale ma la stessa scienza andrebbe concepita nella stessa maniera: “La mente umana è un congegno per la sopravvivenza e la riproduzione, e la ragione non è che una delle sue varie tecniche”, e inoltre: “l’intelletto non è stato costruito per capire gli atomi e neanche per capire se stesso bensì per promuovere la sopravvivenza dei geni umani” (E.O. Wilson, On Human Nature, pp. 2-3).
Nondimeno, si vede che gli stessi darwinisti spesso cercano di evitare le conclusioni logiche della propria dottrina e di sostenere, ad esempio, che gli esseri umani hanno il potere di “ribellarsi” alle proprie origini biologiche (Richard Dawkins, The Selfish Gene, p. 201), forse tramite “un esercizio della volontà” (Wilson, cit., p. 196). Ma da dove proverrebbe tale potere o tale volontà, se non dallo stesso cieco processo della selezione naturale?
Tali contraddizioni da parte dei darwinisti fanno riflettere. Suggerisco che scaturiscano non soltanto da una riluttanza di accettare conseguenze morali poco attraenti, ma anche dall’osservazione che ci sono delle cose nell’uomo (quel potere di “ribellarsi”, ad esempio) che sembrano trascendere le leggi meccanicistiche. Sono i fenomeni stessi che costringono i darwinisti a contraddirsi. Se l’uomo è fatto così, e se si è “evoluto” da altri esseri viventi, bisogna chiedersi se anche gli altri esseri viventi non trascendano nel loro modo le leggi meccanicistiche (bisogna cominciare dall’uomo per capire gli altri, e non viceversa come fanno i darwinisti.). Cioè, bisogna prendere sul serio l’apparenza in tutta la natura biologica di intenzionalità, di desiderio, di sforzo – di azione “per”, e non avere fretta di ridurre tale “per” ad un meccanico “deve.” Bisogna chiedersi se il caso e la necessità siano stati non tanto le cause, quanto le condizioni dell’origine degli esseri viventi – le condizioni della realizzazione di diversi generi e forme di intenzioni, desideri, sforzi. Attenzione, però: se continuiamo così, non corriamo il rischio di risuscitare quell’antica ipotesi, da molto tempo vietata nella scienza e nella filosofia, dell’esistenza dell’ anima? (Cf. Leon Kass, Toward a More Natural Science, cap. 10. Kass sostiene una conzezione dell’anima quale fenomono biologico che appartiene a tutti gli esseri organici.)