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Giovanni Gentile tra pedagogia e fascismo.

Tratto da: C. Scognamiglio, Recensione a: Giovanni GENTILE, Discorsi parlamentari, a cura dell’Archivio Storico del Senato della Repubblica, Il Mulino, Bologna, 2004. (www.filosofiaitaliana.it)



Gli interventi parlamentari di Giovanni Gentile, raccolti in questa edizione dell’Archivio Storico del Senato, tradiscono una condizione psicologica permanentemente disposta all’autodifesa. Come l’apologia socratica, l’oratoria politica del filosofo di Castelvetrano si sviluppa insistentemente su una linea di fronteggiamento di attacchi riservati a specifiche peculiarità della riforma scolastica, ma percepiti dal suo redattore come interferenze al libero svolgimento del proprio percorso teorico, pragmaticamente risolto in legge dello Stato, da parte dei nemici della filosofia. La lettura degli interventi gentiliani offre agevolmente la possibilità di rintracciare due raggruppamenti: i discorsi del ministro Gentile a difesa della riforma, e i discorsi del politico-filosofo a difesa di quel che della riforma non è stato, nonché del processo di fascistizzazione della nazione. Un oratore poco compreso, o poco amato dai suoi colleghi, che sovente lo interrompono, lo irridono o talvolta lasciano trasparire insinuazioni poco generose. Gli interventi di Gentile sono pochi, alcuni molto brevi, e nel complesso sottodimensionati rispetto all’immensa attività pubblicistica e di organizzazione della cultura da lui portata avanti in Italia.
Gli interventi parlamentari di Gentile concernono naturalmente quasi esclusivamente i problemi della riforma scolastica, e alternano, all’interno della loro articolazione, elementi tecnici a digressioni talvolta rinvianti al proprio orizzonte filosofico. Quella pensata da Gentile è una scuola fondata su una pedagogia filosofica ideata ben prima del fascismo, che si pone come negazione della pedagogia scientifica e metodologica, ma che fa appello alla spontaneità dello spirito e all’unità dell’atto spirituale dell’educazione, che include in una relazione inscindibile maestro e allievo. L’attacco alla pedagogia non è solo teorico ma si traduce in legge, e viene poi rivendicato in un discorso del 1925: «Negli Istituti magistrali l’ho colpita a morte con la soppressione del tirocinio e con l’indirizzarla verso la filosofia che la critica e la supera» (p. 123).
In più passaggi Gentile si ritrova a dover rispondere all’accusa di un certo autoritarismo nella gestione del proprio ministero: «Quanto all’Università, il collega senatore Pais mi ha raccomandato di non fare il dittatore» (p. 86). Ad Ettore Pais, che sollecita il ministro a consultare il Consiglio superiore della pubblica istruzione, Gentile risponde con l’urgenza di realizzare antiche aspirazioni, «noi non possiamo baloccarci con le dubitazioni, le discussioni, i tentennamenti di gente che fra il nuovo e l’antico non si sa mai decidere» (p. 87). Un amaro intervento che lascia intravedere una solitudine cercata dal ministro nella redazione della nuova legge è data da un dibattito con il senatore Salvatore Orlando del 1924. Orlando ammonisce Gentile sull’eccessiva severità delle scuole medie, e dopo un accalorato scambio tra i due, conclude il suo intervento rivolgendosi ai sentimenti umani e paterni del ministro, augurandogli «che questa legge possa riuscire un successo ed il suo nome resti legato ad essa», ricordando però che «nel compilarla ella fu solo» (p. 99). Gentile si difende da questi attacchi con qualche ammissione di colpa, trasformandola in virtù: «Troppi interessi ero stato io costretto a ferire; troppo, senatore Vitelli, io avevo dovuto dimostrare quel cuore duro cui Ella accennava nel suo discorso di ieri» (p. 102). Una durezza di cuore resa necessaria da operazioni di espulsione di alcuni insegnanti dal mondo della scuola, e interventi drastici sull’Università per la quale Gentile pur riconosceva che la sua «popolarità non aveva guadagnato».
Ma il ministro filosofo si difende e controbatte; si percepisce «vittima di una persecuzione implacabile» (p. 103) liquidando con una battuta le critiche venute dal senatore Pais sull’eccessiva riduzione della preparazione scientifica e letteraria delle fanciulle, a vantaggio di un’accentuata esaltazione dei lavori donneschi; respingendo le esortazioni alla gradualità dell’implementazione della riforma, invocando un’urgenza dell’insegnamento morale nella scuola, quello relativo alla formazione del senso della legge e del dovere a discapito del capriccio e della bontà di cuore. Gentile difende la separazione tra studi letterari e studi scientifici, afferenti a due spiritualità completamente differenti. Respinge inoltre ogni critica che contesti i binari morti, cioè l’esistenza di scuole che non conducano a nessun altro livello d’istruzione ma che implichino l’inserimento lavorativo: «Ma poi tutte le scuole devono preparare ad altre scuole? E non abbiamo noi una grande massa di cittadini, la classe più umile e numerosa del proletariato, che ad un certo punto deve dalla scuola entrare nella vita, nei piccoli uffici […] ?» (p. 118).
Nel discorso del 12 aprile del 1930, Gentile sembra non cogliere lo scarto tra il fascismo ideale e il fascismo reale. In un’eloquente apologia delle ragioni originarie del movimento fascista, del valore intrinseco all’intenzione totalitaria, di cui la scuola dev’ essere avanguardia, il filosofo siciliano si imbatte nella contraddizione reale. Per essere fascisti fino in fondo non basta la tessera, non basta l’intenzione formale, a partire dal 28 ottobre 1922 un movimento spirituale avrebbe dovuto penetrare le coscienze del popolo italiano; nel 1930 Gentile comincia forse a sospettare che le cose non stiano esattamente così: «Il fascismo è nuova concezione, o se volete, nuovo programma di vita, il quale come ogni programma si può attuare via via che si mettono in essere le condizioni intellettuali, ma sopra tutto morali, in cui la sua attuazione è possibile» (p. 168). E’ proprio attraverso l’istituzione scolastica che si doveva erigere la nuova umanità. Ma il progressivo logoramento mediante gli odiati “ritocchi” alla sua riforma pone l’ex ministro di fronte alla dura realtà del compromesso, che presenta invece il carattere peculiare del fascismo reale, non meno ripugnante di quello ideale. Il ceto medio non tollera l’eccessiva severità degli esami, il mondo cattolico reclama attenzione e dedizione materiale. E così Gentile esplode in una polemica minuziosa su tutti i ritocchi alla riforma, iniziati fin dal 1924, con l’iniezione di elementi di indulgenza nei confronti degli studenti, ma soprattutto con lo scandalo delle parificazioni, edificato da un lato sulla facilità delle abilitazioni all’insegnamento dei docenti delle scuole private, e dall’altro sul proliferare delle concessioni di parificazione agli istituti privati cattolici, considerata da Gentile «l’insidia più grave, anzi la ferita più profonda che in Italia sia mai stata inferta dalla scuola privata all’intangibile diritto dello Stato nel campo della pubblica educazione» (p. 165). Proprio nel rapporto con la Chiesa Gentile sembra prendere coscienza dell’inevitabilità del compromesso, quando si trova a difendere i termini del concordato. «Stato e Chiesa sono due regimi totalitari» (p. 171), ognuno dei due ha diritto di rivendicare la sua bella fetta di coscienza popolare, per cui inevitabile è la reciproca autolimitazione che, come sarebbe stato poi successivamente osservato da Hannah Arendt, rende il fascismo un totalitarismo imperfetto.

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