domenica

L'attesa e l'attendismo




Nell’ambito di un’analisi filosofica, la categoria dell’attesa può essere compresa sulla base di due paradigmi interpretativi: l’attesa come pre-comprensione o pre-giudizio, e l’attesa come anticipazione immaginativa cui adeguare l’azione. 
Entrambi i significati presuppongono il concetto di protrazione storica, cioè quella specifica peculiarità del tempo storico, per il quale il passato non passa mai definitivamente, ma si protrae nel presente, costituendo esso stesso una forza attiva nei processi di determinazione degli accadimenti. La posizione dello storico, del soggetto predisposto a una costituzione narrativa dei processi, non differisce in ciò da quella dell’attore storico. Entrambi, infatti, sono pensabili e capaci di pensarsi soltanto come prodotti storici. Entrambi, inoltre, definiscono orizzonti di significato all’interno dei quali danno un senso alle proprie azioni. Da questo punto di vista, la differenza tra storia narrata e storia vissuta, decade. Come scrive efficacemente Paul Ricoeur: “la prima funzione del comprendere è di orientarci in una situazione. Il comprendere non si indirizza dunque all’affermazione di un fatto, ma all’apprensione di una possibilità d’essere […] prima dell’esegesi dei testi, viene l’esegesi delle cose”. La comprensione, infatti, coincide sempre con la progettazione. Secondo questo significato, diceva bene Benedetto Croce, la storia è sempre storia contemporanea, e la vita, è sempre essa stessa una narrazione storica.
Il tema dell’attesa interpretato secondo il paradigma della pre-comprensione appartiene a una lunga tradizione ermeneutica che affonda le proprie radici nello storicismo ottocentesco, lo storico si pone di fronte ai processi umani come il filologo di fronte al testo. L’interpretazione procede attraverso una dialettica tra parte e tutto. Per poter cogliere la parte si presuppone la visione globale, che sarà messa in crisi dalla conoscenza più definita della parte, la quale infine determinerà una nuova ricostituzione della totalità. La differenza, precisa Gadamer, è che lo storico, diversamente da chi si confronta con una scrittura, non ha di fronte a sé un testo conchiuso. Per lo storico si parla sempre di unità relative. Ciononostante, la storia è sempre storia universale, perché quella particolare è inafferrabile senza una prospettiva della totalità. Quel che pare chiaro per lo storico come interprete dei documenti, deve valere anche per il soggetto che agisce e determina quei fatti. La sua soggettività ne impedisce la differenziazione ontologica dallo storico che indaga la successione di quegli stessi accadimenti.
L’attore storico è sempre anche un lettore storico (e viceversa), cioè un soggetto che porta con sé un’interpretazione degli accadimenti vissuti. Questi eventi sono per lui il testo da decifrare, cui si avvicina sulla base dei propri pregiudizi. In altri termini, trattandosi di un testo non conchiuso, il mondo dell’esperienza vissuta tende a compiersi forzosamente con l’elemento dell’attesa. Come nella psicologia percettiva della Gestalt si dà la “legge della chiusura”, per cui si coglie come forma definita quell’elemento che, pur non essendo compiuto, accenna a una chiusura perimetrale, il gioco delle interpretazioni legge gli accadimenti sulla base di forme chiuse dalle stesse attese, per poi ridefinire il tutto sulla base dell’esperienza particolare. È il circolo ermeneutico.
Scrive Gadamer, rievocando la teoria heideggeriana della “precomprensione”: "chi si mette a interpretare un testo, attiva sempre un progetto. Sulla base del più immediato senso che il testo gli esibisce, egli abbozza preliminarmente un significato del tutto. E anche il senso più immediato il testo lo esibisce in quanto lo si legge con certe attese determinate".
Questo progetto di senso, che costituisce la vera natura del rapporto col testo, è una revisione perpetua delle attese, cioè dei preconcetti, ed è costituito esso stesso dal sistema delle anticipazioni ripetutamente messe alla prova. Lo stesso è per la vita nella storia. Il processo di rivisitazione delle attese presuppone o richiede un atteggiamento ermeneuticamente educato, un’apertura all’alterità del testo. Una predisposizione all’auto-correzione, che deriva dalla consapevolezza dei propri pregiudizi. L’attore della scena storica, analogamente, apprende dall’esperienza se, nel filtrarla attraverso le lenti della propria ideologia, consente all’accadimento di rettificare la stessa di volta in volta. Questo può farlo solo se sottrae all’ideologia la sua più precisa vocazione, quella di coincidere con la verità: “sono i pregiudizi di cui non siamo consapevoli – ammonisce Gadamer – quelli che ci rendono sordi alla voce del testo” (p. 317).

Ecco allora che, secondo questa breve e schematica disamina, riteniamo possibile intrecciare nella categoria dell’attesa, tanto le prospettive di immobile osservazione e indecisione, quanto quelle della iniziativa produttiva. La scelta resistenziale di ritrarsi in montagna, tenere posizione, accumulare armi, ed eludere lo scontro col nemico, tanto per portare un esempio, è stata significativamente contrapposta da Giorgio Bocca, ricorrendo al concetto di attendismo, all’attivismo di altre formazioni partigiane o dei GAP. La differenza, così vistosa sul piano narrativo, è filosoficamente meno limpida. In entrambi i casi, infatti, l’attore storico è interprete dei processi in cui è immerso, e misura la propria pre-comprensione con gli accadimenti, onde rivisitarne il tutto. La sua attesa è confermata o dis-attesa, ma il non-agire, in questo senso è anch’esso una scelta. In questi termini, l’attesa non è categoria contrapponibile a quella di scelta, appunto. L’attivista invece aggiunge un elemento in più. Arricchisce la propria aspettativa della forza teleologica. Pone attraverso la propria immaginazione la delineazione di un fine, e attraverso la propria lotta definisce i mezzi affinché i contenuti di quell’attesa, appunto, si mutino in realtà. Il primo di significato del concetto di attesa è presupposto dal secondo, ma non vale la reciproca. Il progetto messo alla prova nell’azione deve necessariamente prendere le mosse dal progetto ermeneutico. Lo spiega bene Ricoeur: “niente azione senza immaginazione, diremo. E ciò in vari modi: sul piano del progetto, sul piano della motivazione e sul piano del potere stesso di fare. In primo luogo, il contenuto noematico del progetto – ciò che una volta chiamavo pragma, cioè la cosa che deve essere fatta da me – comporta una certa schematizzazione della rete degli scopi e dei mezzi, è quello che si potrebbe chiamare lo schema del pragma. È infatti in questa immaginazione anticipatrice dell’agire che io “provo” diversi corsi eventuali dell’azione e che “gioco”, nel preciso significato della parola, con le possibili pratiche. È in questo punto che il gioco pragmatico riprende il “gioco” narrativo ricordato sopra; la funzione del progetto, volta verso l’avvenire, e la funzione del racconto, volta verso il passato, si scambiano allora i loro schemi e le loro griglie, il progetto prende a prestito dal racconto il suo potere strutturante, e il racconto riceve dal progetto la sua capacità di anticipazione. In seguito, l’immaginazione che offre l’ambiente, lo spazio luminoso, dove possono confrontarsi, misurarsi, dei motivi così eterogenei come dei desideri e delle esigenze etiche, anch’esse tanto diverse quanto delle regole professionali, dei costumi sociali o dei valori fortemente personali”.
Ma attendere non è forse una scelta al pari dell’agire? Chi resta in attesa e chi dà vita alla realizzazione di un progetto non si distinguono sul piano dell’ermeneutica. Entrambi misurano con il reale la propria pre-comprensione della storia, il loro rivedere continuo il giudizio su quello speciale testo che è il mondo dell’esperienza. E, in fondo, entrambi operano una scelta. Ma non si può tuttavia non vedere che nell’atto noetico che pre-dispone i mezzi in base al progetto delineato per poi avviarne la concretizzazione, c’è un surplus di volontà. Sebbene anche l’inazione costituisca un’espressione del volere, l’idea della traduzione in atto delle aspettative attraverso una trasformazione delle condizioni esistenti compie in modo umanamente più conforme alle potenzialità della ragione, direbbe Kant, quella relazione fondamentale, che qui è ora impossibile esplorare, tra l’attesa e la libertà. Ma questo, appunto, è un altro tema.