giovedì

Burocrazia e salario nella scuola italiana



Quando si asserisce polemicamente che la nobile professione educativa, nelle istituzioni scolastiche italiane, è ormai schiacciata e svilita dalle sempre più pressanti e talvolta pletoriche incombenze burocratiche, si incespica in un'analisi errata e insidiosa. Non è vero che le ore di insegnamento siano state gradatamente sostituite da ore di programmazione e compilazione di moduli e progetti da implementare a ogni livello collegiale. Chi si lamenta rumorosamente di quanto una vocazione pedagogica sia stata rimpiazzata da una mission impiegatizia, abbaia alla luna.

Non nego che nuovi oneri siano diventati sempre più pressanti e incombenti, né potrei celare in alcun modo gli innumerevoli PDP, PEI, RAV, PDM, PTOF, e i molti altri mostri formalizzati che popolano le fantasie negative del corpo docente. Ma la questione va ricollocata nella sua giusta posizione.

Se il dibattito viene trascinato sul terreno della burocratizzazione dell'insegnamento si cede a un vizio di forma, abbastanza pericoloso. Intendiamoci, quando ci si lamenta che il libero e auto-modellantesi rapporto con i discenti sia ormai incatenato a una serie di procedure condivise o eterodirette, si evidenzia una limitazione reale. Programmi comuni, standardizzazione dell'insegnamento, griglie di valutazione, misure dispensative e compensative, possono generare l'effetto psicologico di un taylorismo applicato alle dinamiche relazionali, che sono poi cruciali nell'istruzione dei giovani, e che mal sopportano quei vincoli burocratici. Tuttavia, occorre anche saper cogliere la potenzialità che tali strumenti di monitoraggio e progettazione possono offrire a una didattica ragionata e in qualche modo messa al riparo da eventuali eccessi di arbitrarietà nelle pratiche di insegnamento e valutazione. Un docente può imparare agevolmente a gestire quella dimensione "burocratica" della programmazione didattica senza farsene schiacciare, e anzi cogliendone alcuni aspetti positivi. 

Ma il problema - e un problema esiste - non è questo.

Ciò che è maturato nella scuola italiana, negli ultimi decenni, nel quadro normativo dell'autonomia , è di fatto un nuovo setting istituzionale, nel quale si moltiplicano le riunioni dipartimentali e collegiali, si accrescono costantemente i carichi di lavoro, si distribuiscono in modo diffuso oneri di gestione mediante le funzioni di staff, si sollecitano commissioni e sotto-commissioni, comitati scientifici e strutture organizzative per l'alternanza scuola-lavoro. Si introduce un meccanismo di tenue competizione - ma non del tutto ininfluente - per l'ottenimento del bonus stipendiale, e di accanita concorrenza tra gli istituti, dove per aggiudicarsi nuove matricole si lambisce l'offerta di una batteria di pentole.
Anche il nuovo meccanismo degli incarichi triennali conferiti dai presidi potrebbe finire per predispone il corpo docente a un pericoloso livello di condiscendenza rispetto alla proposta di eventuali sovraccarichi lavorativi.
Tutti sono chiamati alla responsabilità sul destino della scuola, e tutti sono dunque indotti a fare qualcosa in più. Che non vuol dire necessariamente "meglio", vuol dire soltanto "in più".

Ciò che si sta costruendo non è dunque un processo di sostituzione della tradizionale figura del docente, dallo stipendio modesto ma con un orario di lavoro e delle responsabilità confinate nel perimetro della propria scienza e di un'azione direttamente educativa. A parità di salario, si aggiunge - e non si sostituisce - un plus-lavoro non retribuito, anzi consegnato in modo indeterminato alle fatali sorti della premialità.
Ora, è del tutto evidente che senza un reale adeguamento dello stipendio (pare che la proposta attualmente in campo si aggiri intorno ai cinque o sei euro netti mensili) la tendenza dei docenti sarà quella di impiegare le stesse energie e lo stesso tempo, senza incrementare oltre misura il proprio orario di lavoro, e dunque sottraendo ore alla preparazione delle lezioni e alla correzione delle verifiche; alla lettura o all'aggiornamento disciplinare. Come dire? La sostituzione di tempo lavorativo alla didattica è solo una conseguenza di un'estensione dell'orario di lavoro "informale", non è l'obiettivo del processo di burocratizzazione.
Coinvolgere gli insegnanti nei processi organizzativi e progettuali della scuola è sicuramente un bene. Ma farlo senza adeguate risorse, non può che generare conseguenze poco auspicabili.

Per i dirigenti scolastici, fatte le debite proporzioni, la situazione è ancora più difficile, perché in qualità di dirigenti pubblici ricevono compensi probabilmente non adeguati al livello di responsabilità legale cui sono esposti, ai numerosi oneri e a una temperatura della conflittualità interna agli istituti che ricade completamente sulle loro spalle. Piove sul loro operato, più di quanto non accada sui singoli docenti, l'ansia da prestazione di un'idea di misurazione dei risultati, che non è un male in sé, ma che indecentemente si ritaglia alla complessità delle dinamiche educative.

Nelle scuole paritarie, inoltre, chi vigila sui salari? Quando lo Stato concede la parità, è a conoscenza delle condizioni di lavoro e retributive dei docenti assunti?

Tacendo per il momento la vergognosa situazione del lavoro "volontario" che vige da sempre nelle nostre università, non è possibile continuare a eludere la questione salariale nei nostri sistemi educativi. E quel che a chi lavora nel settore appare evidente, è invece sistematicamente occultato dal fumo generato dai fuochi artificiali, costituito in questo caso da palliativi come tessere personali da destinare ai consumi culturali, o stabilizzazioni di massa. Certamente ottime cose per chi le riceve, ma che distolgono l'attenzione da una questione non più procrastinabile.

Non c'è riforma che tenga, occorre mettere mano ai salari. A forza di ripetere meccanicamente che la scuola non è un'azienda e che il sapere non è una merce, rischiamo di dimenticare che l'insegnamento è un lavoro, e sono necessarie ore di lavoro anche per le azioni organizzative che garantiscono il funzionamento dell'istituzione-scuola. E al lavoro deve corrispondere un salario adeguato.
Chi lavora di più, deve essere pagato di più. Un principio semplice, intuitivo per chiunque, la cui elusione genera sfiducia e rischia di contrapporre a un aumento quantitativo dei carichi, una progressiva riduzione della qualità dell'insegnamento. 








2 commenti:

  1. Caro Carlo, condivido in linea generale quanto affermi.La situazione che denunci non riguarda però solo il mondo della scuola. Tutto l'universo del lavoro dipendente e in parte anche di quello autonomo ,rispettoso delle regole, si trova in una situazione di profondo malessere.All'origine del tutto vi è il Patto europeo di stabilità come ben sai.Ora due sono le strade possibili che la firma di quel Patto ci dischiude visto che il rapporto deficit/PIL è del 130% nel nostro paese : prima:riduzione degli stipendi.Soluzione che condurrebbe ad una recessione profonda;seconda: aumento del PIL, ovvero aumento della capacità produttiva a parità di stipendio.Questo è già avvenuto negli altri comparti del pubblico impiego. Ai dipendenti del Comune di Roma, per esempio, nell'ultimo anno sono state ridotte le retribuzioni, eliminando quote di salario accessorio dallo stipendio. Questo in una prima fase di riordino dei servizi. In una seconda lo stesso salario accessorio è stato riproposto in cambio di maggiori oneri e responsabilità. Quello che sta accadendo a noi è già da tempo accaduto in altri settori. Cosa fare? La risposta come ben sai è complessa e non è possibile, se non in modo ideologico, fornire risposte frettolose.Cosa resta? Provare a governare con realismo le criticità che si presentano di volta in volta.Poi vi sono le scelte e le azioni politiche individuali e collettive,di indirizzo,più o meno concrete.In ultimo resta la speranza biblica in un futuro migliore.Amen!

    Un abbraccio grande grande e buon anno!!!!

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    1. Ti ringrazio molto per il prezioso commento. In primo luogo condivido la preoccupazione per tutti i comparti del pubblico impiego, con un pensiero speciale ai lavoratori dei servizi sociali.

      Senza dubbio le difficoltà cui le amministrazioni pubbliche si trovano attualmente, non sono Italia, sono consistenti, e concernono tuttavia a mio avviso solo in parte la questione del rapporto deficit/PIL. Evitiamo, come tu suggerisci, l'aspetto ideologico. E mettiamo sullo sfondo anche la questione macroeconomica dell'equilibrio storico tra Welfare e decolonizzazione. Proviamo invece a ragionare su questioni più spicce. Per dovere devo citare una tematica di quelle che è meglio "bruciare" subito, perché è sempre citata: l'evasione fiscale. Ma siccome ormai la si considera un vecchio ritornello, non la si prende mai sul serio. E in Italia, invece, non è uno scherzo. Resto convinto che alcune politiche non sufficientemente mirate al contrasto all'evasione siano parte in causa nel problema delle spese pubbliche.
      Poi però proviamo a entrare su un piano più "culturale", e meno tecnico. Non vorrei sbagliarmi, ma a me risulta che i dipendenti della scuola, a parità di titolo di studio, sono i meno pagati della pubblica amministrazione. Certamente un impiegato quadro di un ufficio dell'avvocatura dello stato, o del ministero delle riforme, o di altri istituti pubblici, porta con sé le proprie responsabilità operative. Ma sono forse superiori a quelle di un insegnante? Nessuna categoria del lavoro pubblico è costretta a un precariato così prolungato e umiliante (tralascio la questione dei precari della ricerca, perché è più articolata). Nessun dipendente pubblico è costretto a rimanere a lavoro mattina e pomeriggio senza i pasti pagati. Non dico che ci sia un accanimento, ma asserisco che lo Stato tende a chiedere sempre un po' di più agli insegnanti facendo leva sul senso di responsabilità e su quella che io chiamo questione motivazionale. Mi spiego meglio.

      Io credo che nella scuola si tenda a "esigere" di più da una classe lavoratrice parzialmente ricompensata dalla straordinaria soddisfazione per un lavoro meraviglioso come l'insegnamento.
      E questo induce un po' il datore di lavoro ad "approfittare" della circostanza.
      Ma si tratta di un fattore insidioso, perché dedicare tempo a un surplus di lavoro, non significa semplicemente rendere più produttivo il settore, ma sacrificare proprio quei "driver" professionali che consentono all'insegnante di badare solo parzialmente al deficit salariale.
      Sono convinto che la questione prima o poi dovrà essere riconsiderata.

      Grazie ancora e auguri anche a te.

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