mercoledì

Sul "Gramsci" di Diego Fusaro

articolo scritto per la rivista "Mondoperaio", settembre 2015, n.9, pp. 81-83



Diego Fusaro ha scritto un bel libro per delineare, attraverso il suo peculiare approccio alla saggistica filosofica, il profilo teorico di Antonio Gramsci (Feltrinelli 2015). Nonostante la brevità del testo, che non raggiunge le centocinquanta pagine, Fusaro riesce bene a rievocarne tanto alcuni tratti biografici significativi, con una toccante retrospettiva sulla vita intellettuale e morale di un Gramsci condannato alla dimensione carceraria, quanto le a lui più care questioni di eredità (e proficuità) concettuale dell’autore dei Quaderni dal carcere.
Per quanto io possa aver imparato a conoscere lo spirito con cui Fusaro affronta autori e temi particolarmente stimolanti per un ripensamento anche radicale del rapporto tra pensiero e azione, e nella misura in cui io stesso mi sia fatto a più riprese lettore – ma non studioso – dei testi gramsciani, non posso non rilevare come in questo agile libricino si condensino alcune di quelle questioni cruciali che sole sono in grado di porre in discussione la forza e la debolezza del pensatore sardo. Il Gramsci sapientemente ritratto da Fusaro, finalmente proposto in una chiave squisitamente filosofica, lascia trasparire – quanto meno alla lettura che io sono in grado di compiere – alcune delle sue non sempre riconosciute difficoltà nell’interpretare la filosofia del proprio tempo. Ma se ne avverte pure, per altro verso, la straordinaria forza culturale e morale, che nella sua impetuosità e coerenza costituisce forse un cristallino esempio di condotta, più che un’inesaurita fucina di prospettive.
Fusaro sviluppa la propria interpretazione della filosofia di Gramsci in piena continuità con i suoi libri precedenti, e comunque riannodandosi a una tradizione di studi sufficientemente robusta, che riconduce il fondatore de L’Unità sotto l’ombrello dell’impianto teoretico dell’attualismo gentiliano, e dunque nella catena d’influenze che da Fichte e Hegel aggancia Marx, Gentile e Gramsci in un processo unitario, sebbene non lineare, di riabilitazione della storia e dell’azione umana come capace, attraverso la prassi, di negare ogni fatalismo metafisico. La filosofia della praxis è considerata da Fusaro una trasposizione nuova e originale del ripensamento marxiano della funzione della filosofia, e pertanto il più importante apporto teorico del pensatore sardo. Scrive Fusaro: «dalla rilettura attualistica di Marx come filosofo della praxis, Gramsci trae due conseguenze decisive per la filosofia della praxis, che così si possono sintetizzare: a) con Marx, la filosofia non muore, ma, al contrario, inizia un nuovo corso; b) la filosofia della praxis, tenuta a battesimo da Marx e ora sviluppata nei Quaderni, si regge sull’identità in atto di filosofia e politica» (p. 62). La specificità gramsciana sarebbe dunque assai vivida nella rivalutazione del ruolo stesso della filosofia: non più semplice rispecchiamento delle strutture economiche – come rischiava di essere ridotta dal marxismo più semplicistico – ma inevitabile forza politica attraverso il suo costituirsi socialmente nella forma dell’ideologia, e dunque quale attore storico decisivo, che vede nel ceto intellettuale una forza ineludibile per qualsivoglia ipotesi di trasformazione. Il determinismo, che pure come ideologia rivoluzionaria in una prima fase può aiutare gli umili in un processo di costituzione della resistenza morale e di speranza, nonostante gli insuccessi momentanei delle singole lotte, rischia poi di mutarsi esso stesso in “oppio del popolo”, sostituendo l’azione sociale con l’attesa del cambiamento necessario.
Il cuore del libro, tuttavia, è tutto dedicato alla relazione tra Gramsci e il neoidealismo italiano.
Rispetto al rapporto con Gentile, è senz’altro vero che la filosofia di Gramsci è impregnata di attualismo, e lo è eccedendo la consapevolezza dello stesso Gramsci; ma entrambi gli autori, in fondo, erano figli dell’atmosfera culturale di un’Italia primonovecentesca, lettrice di Sorel e trascinata dal turbinio futurista. Come dire? Entrambi hanno respirato la medesima aria, che non esaurisce però quel più ampio affaccio sulla cultura mondiale, accessibile invece a un erudito come Benedetto Croce. Tuttavia Fusaro prova a oltrepassare la semplice relazione di parentela, e considera la filosofia della praxis come una “variante rivoluzionaria” dell’attualismo.
Senza entrare troppo nei dettagli concettuali di tale tesi, si può provare però a coglierne quello che ne costituisce forse il nucleo teorico, che rimanda in realtà allo stesso pensiero di Gramsci e Gentile, e cercare di capire se e quanto esso possa resistere alla critica nella sua più importante proposta. Secondo la ricostruzione per molti aspetti accurata che Fusaro compie delle due filosofie, entrambe proporrebbero –sulla scorta di Marx, oltre che dell’idealismo classico – un superamento dell’astratta distinzione tra teoria e prassi, che voleva il mondo “cartesianamente” diviso in due regioni ontologiche, quelle della vita e quella del pensiero, con l’esito di poter esprimere una più dinamica filosofia dell’immanenza. In tale orizzonte rinnovato, la storia stessa e il pensiero si assommano e si confondono in un unico agire, che non pone freni a sé stesso e si determina quale protagonista – in quanto umanità (o Spirito, per non smarrire il lessico della tradizione idealista) – delle trasformazioni reali. In cosa consisterebbe dunque la differenza tra l’attualismo di Gentile e la sua variante gramsciana? Sembra di capire che si voglia porre a tratti una questione di accenti; poiché se dal dualismo si passa alla dialettica compenetrazione di due astratti in un unico fattore diveniente, il pensatore di Castelvetrano avrebbe posto maggior forza alla componente teoretica, a discapito di quella pratica, e Gramsci avrebbe invece esaltato la praxis, onde evitare un nuovo intellettualismo. Ma come è possibile questa distinzione? Se la differenza tra teoria e prassi è rigettata (da cui la radicale critica al crocianesimo), che senso avrebbe porre una questione di accenti e distinguere Gentile da Gramsci? Delle due l’una: o i due filosofi condividono una filosofia dell’immanenza, in cui l’atto non è teorico né pratico, ma insieme teorico e pratico, oppure distinguendosi reciprocamente sarebbero costretti a riproporre la distinzione tra teoria e prassi.
In una prospettiva strettamente gentiliana, la differenza tra pratico e teoretico non ha alcun significato. Ogni atto spirituale è per sua stessa natura pratico, compreso quello teoretico, che è azione del pensiero. Tuttavia, non potendosi dare alcunché se non nell’azione pensante, l’atto pratico non può che essere, a sua volta, che un atto teoretico, con il che non si intende “contemplativo”, ma inerente il pensiero stesso, oltre il quale – è bene ricordarlo – non è nulla. Nella Teoria generale dello spirito come atto puro, Gentile scrive drasticamente: «l’una creazione è identica all’altra: l’intelletto è volontà, né la volontà ha caratteri che possano (speculativamente, e non empiricamente) farne cosa distinta dall’intelletto» (Edizioni Le Lettere, p. 227). Ora, se in Gramsci si volesse ipotizzare una piena ripresa di tale indistinzione, non si comprende la necessità di discriminare la filosofia della praxis dall’attualismo, né risulta chiaro in cosa consista poi, in ultima analisi, la prassi come tale. La questione è antica, ed è capace di mettere in crisi la stessa presa di distanza di Marx da Hegel. L’atto teoretico che rimane “astratto”, cioè non si accompagna al concreto volere, è anch’esso un atto pratico, e dunque si accompagna al concreto “non volere”, che è poi a suo modo anch’esso un “volere”. Per Gentile la difficoltà è definitivamente liquidata: non c’è nulla che non sia identicamente pratico e teoretico al tempo stesso. L’atto è atto. Punto. E per Gramsci? Siamo sicuri che non volesse distinguere la propria posizione da quella gentiliana, accentuando l’elemento pratico? Ma come potrebbe accentuare qualcosa che non si può distinguere dal proprio opposto? Se per Gramsci, come scrive Fusaro, la filosofia trova la sua politicità facendosi ideologia, “ossia come visione politica che rende possibile l’azione” (p. 99), si deve ammettere la pensabilità anche una visione politica che non sia un’azione. Occorre dunque riproporre una vita teoretica distinta da quella pratica? Se così fosse, sarebbe vano tentare di negarla o superarla. In caso contrario, ogni filosofia sarebbe ideologia (nel senso indicato da Gramsci) – e viceversa – e la filosofia della praxis non aggiungerebbe nulla alla storia del pensiero.
Rispetto al rapporto con Benedetto Croce, la ricostruzione offerta da Fusaro tende a confermare un pensiero da me da tempo coltivato, poiché in essa ben si evidenziano i punti di contatto e quelli di distanza tra i due pensatori: «pur riconoscendo a Croce il duplice merito di aver, a suo modo, lottato contro il meccanicismo […] e di aver unito saldamente storia e filosofia […], Gramsci rigetta la sua dialettica dei distinti: essa è fondata su un’indebita disgiunzione del teoretico dal pratico (là dove, per la filosofia della praxis, tutto è riconducibile al pratico)» (p. 78). Quest’affermazione è veramente sintomatica. Se si rimprovera a Croce l’improvvida discriminazione tra teoria e prassi, e tutto si vuol ricondurre al pratico, si deve intendere che la filosofia, come teoresi, è anch’essa atto di volontà, è anch’essa politica. Per cui gramscianamente non potremo mai distinguere la filosofia teoretica da quella della praxis; ciononostante si continua a “esigere” questa diversità, che come suggello di una distinzione, seppur sottile, dall’attualismo tout court. Ma se ogni filosofia è un atto politico, perché allora le posizioni immanentistiche di Gentile e Gramsci, così sovrapponibili, danno luogo a esiti politici opposti? Forse allora Croce non aveva tutti i torti a voler cogliere ulteriori sfumature dentro il superamento idealistico delle ipostatizzazioni metafisiche. Secondo Gramsci, spiega Fusaro, il conservatore Croce avrebbe “addomesticato” la dialettica hegeliana sostituendola con una pacifica successione di avvenimenti, in una “neutralizzazione completa della contraddizione” (p. 80).
Chiunque abbia studiato Croce non può non considerare semplicistica, se non addirittura caricaturale, quest’ultima affermazione. Ma la liquidazione della dialettica dei distinti mostra una vera incapacità di intuire la ricchezza del pensiero crociano, poiché anziché sedare la turbolenza della dialettica, essa la moltiplica per quattro (anzi per molte più volte, vista l’irrequieta attività di ripensamento dei suoi stessi concetti puri). Tutto si può dire della filosofia di Croce, meno che sia pacificata o pacificante. L’attualismo gentiliano si definì compiutamente in pochi anni, e divenne rapidamente un impianto concettuale con cui respingere ogni teoria della molteplicità, ogni dualismo, ogni metafisica, ogni semplicistico ideologismo. I libri di Gentile testimoniano una compattezza concettuale tutta derivata dalle prime pagine de La riforma della dialettica hegeliana. Lì c’è già tutto. Gli altri volumi chiariscono, ma non aggiungono. In Croce le cose vanno diversamente. La necessità di cogliere la complessità resta presente a un uomo attraversato dalla potenza disgregatrice dei molti interessi culturali, sempre vivi, ma pure sospinto dalla potenza unificante della dialettica hegeliana. La ricerca crociana di una teoria dell’immanenza e della storicità capace di dare sempre conto della ricchezza del reale, e dei suoi “momenti” distinti, è assai tormentata, e da un punto di vista filosofico certamente eroica. Che poi essa si traducesse in quegli anni in un conservatorismo politico è un’altra questione. Dal mio punto di vista, Gramsci non comprese fino in fondo il senso dello sforzo sistematico/a-sistematico crociano, e le sue critiche, anche quelle inerenti l’Estetica, risentono di tale difficoltà. Il vissuto concettuale di Croce è pure costellato di elementi di contraddizione e difficile sistemazione, come gli studi di Gennaro Sasso hanno insuperabilmente illustrato. Ma la sua filosofia non è affatto riconducibile a mero apparato di conservazione del sistema di dominio economico esistente. Gramsci ne intuiva la grandezza, per questo dedicava al filosofo di Pescasseroli tutte quelle pagine. Ma forse non ne riuscì a cogliere a fondo la dinamicità teorica, che avvicinava Croce alle grandi tendenze filosofiche europee di quegli stessi anni.


1 commento:

  1. E' interessante come nel rapporto tra Gramsci e Croce si inserisca il ruolo di Hegel. Gramsci pare costretto a preferirgli la dialettica marxiana, ma si avvede che essa non ha senso senza una base hegeliana ed allora cerca di riavvicinarsi a Croce.

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