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Le parole dei ribelli

Il terzo capitolo dell'ultimo libro di Alberto Di Majo (Che fai ...li cacci? I dissidenti e la fine della democrazia, Imprimatur, 2015), si intitola "Le parole dei ribelli", ed è costituito da una lunga intervista al sottoscritto, ed inizia così:




Un tempo i critici della linea politica scelta dalla maggioranza del proprio partito non sarebbero mai stati definiti dissidenti. Un termine che richiama un contrasto, anche violento, e una possibile rottura. Tramontati i partiti del Novecento, sostituiti da comitati elettorali costruiti intorno a (presunti) leader, era inevitabile che cambiasse anche il linguaggio del confronto politico.
Una premessa è necessaria: “L’utilizzo sistematico della nozione di dissidenza rispetto alle pur importanti indicazioni di diversità che sorgono costantemente nella vita dei partiti o dei movimenti democratici, non è ascrivibile in senso stretto agli attori principali di questo spettacolo, bensì al linguaggio giornalistico, che con semplificazione sicuramente efficace prova a delineare il profilo di una trasformazione che è in corso, non è compiuta, e non è omogenea per livello di avanzamento” spiega il filosofo e blogger Carlo Scognamiglio.
Non poteva essere altrimenti. Nell'epoca della comunicazione e della velocità, le parole si colorano più intensamente. La distanza con il passato salta agli occhi: “I termini che storicamente designavano, nella vita dei partiti tradizionali, la dinamica di contrapposizione tra la linea dominante e le diverse opinioni rimanenti comunque attive in essa, richiamavano la tradizione della politica democratica moderna. Per decenni ci si è sostanzialmente riferiti a minoranze e maggioranze, opposizione interna o correnti. Tali indicatori linguistici lasciavano intendere il permanere di un’internità. In altre parole, nello schema democratico classico il partito politico non contiene come mero accidente un residuo di minoranza, da cui doversi liberare come da un parassita, ma vive e si rafforza proprio in virtù di quella dialettica. Sono le speranze delle opposizioni interne di conquistare il partito a mantenere accesa la fiaccola della passione politica tra i militanti. Lo stesso vale per le organizzazioni sindacali”.
Negli ultimi anni la svolta è stata netta. Sottolinea ancora Scognamiglio: “Nel lessico giornalistico contemporaneo, nonostante il permanere saltuario di quelle espressioni, tende a prevalere il ricorso a termini più radicali, indicando nelle minoranze focolai di ribellione o boicottaggio, spesso ricondotti all’unicità di una singola individualità politica”. 


Per leggere il seguito... comprare il libro. Ne vale la pena, è molto interessante.