sabato

Varoufakis semplifica troppo


Yanis Varoufakis ha consegnato ai lettori estivi un libricino da aggiungere al bagaglio a mano, con l’approssimarsi delle vacanze. In Italia è stato Rizzoli a occuparsi della pubblicazione, presentando l’agile volumetto con una copertina interamente occupata dalla lunga sequenza di titolo e sottotitolo: È l’economia che cambia il mondo. Quando la disuguaglianza mette a rischio il nostro futuro.
La forma del testo è quella di una lettera, o una memoria, indirizzata alla propria figlia, che vive in Australia, quale tentativo di chiarificazione di alcuni concetti cardine dell’economia, interpretati come passepartout per comprendere le ragioni fondamentali delle diseguaglianze e delle diffuse infelicità del nostro pianeta. L’ambizione del libro è elevatissima, dunque, non solo per la portata dell’argomento, ma anche per lo sforzo di semplificazione che l’ex ministro delle finanze greco prova a compiere. Ma, come ben sanno gli insegnanti di “frontiera”, a semplificare troppo le cose si rischia di svuotarle di significato. In parte, è proprio questo che accade nel libro di Varoufakis.
L’autore prova in prima istanza a individuare le ragioni storico-evolutive delle grandi diseguaglianze tra i popoli, cercando di rispondere a interrogativi in un certo senso infantili, inerenti la sproporzione di forze tra britannici e aborigeni australiani, tra popoli dominatori e dominati. Asciugando in poche pagine migliaia di ricerche pluridecennali in campo antropologico, storico e filosofico, Varoufakis se la cava riconducendo l’origine di quel meccanismo di dominio a una catena logica che si presenta secondo il seguente schema: lo sviluppo dell’agricoltura, e di alcune particolari tecniche di sfruttamento del suolo, hanno consentito in Europa, in tempi molto lontani, il fenomeno dell’accumulazione e la nascita stessa del surplus produttivo. La necessità di registrare le quantità eccedenti avrebbe favorito l’invenzione della scrittura e la pratica del debito. A questo punto divenne inevitabile introdurre, come strumento di scambio tra merci diverse, e simbolo di quantità di ricchezza, il denaro. Ma la sua validità doveva essere garantita da riproduzioni illimitate e incontrollate. Il bisogno di una “protezione” sulla creazione e sulla circolazione del denaro avrebbe favorito la nascita delle entità statuali le quali, infine, per poter esistere, hanno avuto bisogno di burocrazie e, per difendere le ricchezze, di eserciti. Le crescenti diseguaglianze avrebbero tuttavia richiesto la costituzione di uno strumento ideologico che ne garantisse una legittimità agli occhi degli oppressi. Da qui la funzione del clero e delle religioni.
Sottolineo, senza approfondirla, l’enorme banalizzazione del fenomeno religioso che qui viene compiuta dall’autore, apparentemente ignaro del ruolo che tutte le strutture sacerdotali, di ogni idea di sacralità e ritualità hanno avuto in qualsiasi civiltà umana a noi conosciuta (compresa quella aborigena), ripetendo in modo irriflesso, senza citarlo, il motto marxiano sulla religione come oppio dei popoli. Già in Marx questa tesi aveva un tono più moderato di quanto non avvenisse in alcuni scritti di Feuerbach, e meriterebbe comunque una considerazione più complessa. Ma l’approccio di Varoufakis appare qui veramente superficiale.
Poste quelle premesse, in alcuni passaggi anche condivisibili in un discorso di massima, nonostante l’enorme faciloneria con cui sono inanellate le deduzioni storiche, l’ex ministro si occupa di illustrare al lettore le dinamiche che hanno portato alla nascita del capitalismo nella società moderna e all’invenzione del lavoro salariato. Anche qui si poteva approfondire meglio, ma lo schema è quello classico e ormai condiviso, quindi nulla da eccepire, nello specifico. In fondo si tratta proprio di un libretto divulgativo, privo di ambizioni scientifiche.
Nonostante le leggerezze sul piano della ricostruzione storica, Varoufakis appare molto più convincente e interessante nei capitoli dedicati alla spiegazione dei temi più strettamente economici. In particolare il capitolo centrale, intitolato Debito, guadagno, ricchezza, è molto ben scritto, e si impegna efficacemente nel compito di sfatare numerosi luoghi comuni, primo fra tutti quello sull’origine del denaro concesso in prestito dalle banche: “Immaginiamo che Michalis produca bicilette – suggerisce l’autore – e chieda a un banchiere 500.000 euro per acquistare una macchina che gli permette di costruire telai in carbonio, più resistenti e leggeri. Domanda: dove prende il banchiere la somma per prestarla, gravata da un certo interesse, a Michalis? La risposta: ‘il banchiere presterà a Michalis soldi suoi o soldi che avranno depositato altre persone nella sua banca’ è sbagliata, come abbiamo visto. La risposta giusta è: ‘il banchiere prenderà quei soldi dal nulla’. In pratica, non farà altro che accreditare la somma di 500.000 euro sul conto di Michalis. Che cosa significa? Significa che quando Michalis controllerà il proprio conto, tutto contento vedrà sullo schermo del bancomat: ‘saldo: 500.000 euro’. Subito pagherà il produttore della macchina dei telai, trasferendogli sul conto quei 500.000 euro, e così si sarà creata ‘dal nulla’ una somma di 500.000 euro”.
In altri termini, i banchieri prendono il denaro in prestito dal “futuro”, aspettandosi un guadagno sulla base delle condizioni presenti. Tuttavia, spiega Varoufakis, costoro hanno una naturale tendenza a prelevare dal futuro più di quanto le circostanze renderebbero credibile presumere, anche quando prestano soldi agli Stati. Il rapporto tra Stati e banche diviene così paradossale. Perché se da un lato lo Stato deve vigilare sul fatto che le banche non eccedano nelle loro “pretese dal futuro”, allo stesso tempo deve garantirne l’esistenza, per farle continuare ad operare anche in caso di crack. Tuttavia, finché si sentono garantiti, i soggetti bancari non temono di oltrepassare i limiti consentiti da una logica analisi del presente.
Simmetricamente, le banche hanno bisogno degli Stati, come garanti delle perdite e come tutela poliziesca dei rapporti di proprietà, ma poi premono per la contrazione delle spese di mantenimento di quelli – a partire dallo stato sociale – per timore di essere tassati.
La rappresentazione che Varoufakis cerca di fornire al lettore si ispira dichiaratamente a due invenzioni letterarie e cinematografiche. I mercati, infatti, somigliano molto al Frankenstein di Mary Shelley, al prodotto della creazione, il mostro, che si ribella al proprio creatore. I mercati sono come una macchina generata dalla nostra società, si sono resi autonomi e ci rendono schiavi, con i loro meccanismi solo apparentemente inaggirabili. Cioè rimangono tali solo se noi cittadini continuiamo ad ascoltare le ricette e le diagnosi degli economisti di professione o dei pubblicitari più scafati, i quali determinerebbero, secondo l'autore, la costruzione di quel mondo “alla Matrix” in cui viviamo, che è solo una gabbia rappresentativa in cui siamo impotentemente costretti a comportamenti di consumo inebetiti.
Tra le fragilità di questo libricino, infine, si può evidenziare la quasi totale assenza di un’analisi delle classi sociali e del loro ruolo nella costruzione della ricchezza e delle strutture economiche. Il capitalismo dipinto dall’autore è come se fosse esclusivamente determinato dalla logica contraddittoria del rapporto tra potere politico e potere finanziario. La produzione sembra non contare quasi nulla. 
Lascia perplessi infine la definizione conclusiva di quanto scritto nel libro, come “nient’altro che la verità”, in contrapposizione alle menzogne degli ‘altri’ economisti. Il fatto curioso è che proprio nelle ultimissime righe l’autore esorta la propria figlia – e dunque il lettore – a esercitare il pensiero critico. Ecco, appunto, magari anche autocritico.