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Come e perché Michael Jordan divenne Michael Jordan


Tutti sanno chi è Michael Jordan, ma non tutti sono consapevoli delle ragioni per le quali il suo mito si è affermato e diffuso tanto rapidamente. In un bellissimo libro di quasi ottocento pagine, Roland Lazenby ha raccontato la vita e la parabola professionale di uno dei personaggi pubblici più popolari del secolo scorso. Michael Jordan, la vita – questo il titolo del volume tradotto nella nostra lingua da Giulio Di Martino – è l’ennesimo regalo che la casa editrice 66thand2nd presenta ai lettori italiani, confermandosi una delle soggettività culturali più interessanti e curiose del momento.
Non siamo di fronte a una tradizionale biografia di una stella dello sport. Lazenby, pur non essendo un antropologo, è del tutto consapevole di doversi occupare di un fenomeno sociale che trascende le qualità atletiche di un singolo. In passato il giornalista americano ha pubblicato monografie dedicate al campione Kobe Bryant o all’allenatore Phil Jackson. Ma l’impresa di raccontare Michael Jordan è necessariamente più articolata.
L’autore pertanto si muove su più livelli, lasciandoli sistematicamente interagire tra loro. Il primo è quello strettamente biografico. Una parte consistente del volume prova a far emergere il profilo del cestista NBA da una storia familiare senza dubbio evocativa, che prende avvio dalla figura del nonno di Michael, dal suo bisogno di autonomia nel sistema della mezzadria, e racconta attraverso le diverse generazioni i problemi di integrazione razziale. Profonde sono le osservazioni sulla composizione familiare, sulle relazioni controverse che hanno attraversato il nucleo parentale in cui Jordan è cresciuto, e le opposte, e sempre più conflittuali figure genitoriali. Il rapporto con il padre, in particolare, viene qui ad assumere una crucialità definitiva, perché a quel desiderio di catturare l’approvazione paterna viene sostanzialmente ricondotto l’agonismo del futuro campione. Al di là delle relazioni familiari più prossime, il mondo di Jordan sarà poi costituito da amicizie consumate all’interno di una camera d’albergo, in cui sarà sostanzialmente costretto a rintanarsi per trovare un po’ di privacy, ad alcuni compagni di squadra e ad altre figure che orbitano in modo più o meno interessato intorno alla sua esistenza. Poco spazio è dedicato alla vicenda del suo matrimonio, ma nel complesso lo schema narrativo è equilibrato, poiché quelle note biografiche sono funzionali a raccontarci un pezzo d’America. Ne emergono gli aspetti contraddittori: i problemi di convivenza razziale e le prime accelerazioni nella relazione tra marketing e capitalismo; il disorientamento di alcuni giovani tentati da esperienze forti e le ambizioni dei ragazzi nelle diverse discipline sportive. Alcuni campetti da pallacanestro impiantati nei quartieri ci accompagnano verso la seconda, più corposa, struttura descrittiva del libro.
Qui viene rivelato il “segreto” di Jordan, che è stato forse il più grande giocatore di basket di tutti i tempi. Si tratta di una combinazione straordinaria di qualità atletiche fuori dal comune, intelligenza tattica, una tenace e inossidabile etica del lavoro e una competitività patologica. Tutti ricordano le capacità di elevazione che hanno procurato la prima notorietà a Jordan. His airness, lo chiamavano nell’ambiente per descriverne l’incredibile capacità di restare in aria qualche secondo in più dei suoi avversari, ma Lazenby insiste soprattutto nel ricordare – attraverso una mole impressionante di testimonianze – l’incredibile spirito di sacrificio e senso del lavoro del campione. Anche quando sembrava ormai arrivato all’apice del successo, Jordan si confermava il primo ad arrivare agli allenamenti e l’ultimo ad andarsene. Ascoltava pazientemente le indicazioni degli allenatori e lavorava ossessivamente per correggere i propri difetti tecnici. Un atteggiamento che per certi versi ricorda l’approccio di Maria Callas ai propri impegni operistici.
Una tale perseveranza lo avrebbe condotto a giocare ad alti livelli fino a quarant’anni, nonostante gli infortuni, e nonostante i due temporanei ritiri dall’ NBA. In ultimo, il suo agonismo raggiungeva livelli di competitività senza dubbio eccessivi, che danneggiavano molte delle sue relazioni interpersonali, anche con i compagni di squadra, e che lo condussero a gestire il proprio tempo libero in nuove prove di abilità sempre più invadenti, come il poker o il golf, che lo trascinarono nel vortice – anche scandalistico – del gioco d’azzardo. Tuttavia, se non fosse stato tanto competitivo, non avrebbe interpretato ogni singola partita, anche le amichevoli, con tutta l’intensità di cui era capace.
La storia sportiva di Jordan però è entusiasmante. Il padre avrebbe preferito vedere in lui un campione di baseball, e in effetti durante l’adolescenza Michael praticava questo sport anche con buoni successi, ma col tempo si rese conto di riuscire meglio nel basket, che aveva appreso a giocare nel cortile di casa competendo fino allo stremo con suo fratello Larry. Jordan si fece notare dagli osservatori negli anni della sua esperienza universitaria con la squadra del North Carolina, per poi essere acquisito da una società piuttosto debole sul piano economico quanto sui quello dei risultati: i Chicago Bulls. Ma la presenza del campione condusse la franchigia verso vittorie sempre più consistenti, consentendole di vincere sei trofei, intramezzati da due anni di ritiro del giocatore conseguenti la morte del padre, durante i quali con altrettanta testardaggine Jordan provò a sfondare nel Baseball, giocando con grande impegno nella serie inferiore.
La descrizione delle partite NBA offerta da Lazenby è straordinaria. Riesce a compiere un’operazione difficilissima, facendo letteralmente vedere al lettore i passaggi, le stoppate e gli schemi di gioco, in una narrazione particolarmente accesa nei momenti di confronto di Jordan con i grandi campioni, come ‘Magic’ Johnson o Larry Bird. Dopo un ulteriore ritiro per irrimediabili conflitti con la dirigenza, Jordan non riescì a stare a lungo lontano dal suo mondo, e così decise di proporsi come dirigente in una squadra di Washington, i Wizard, e per migliorarne le sorti provò anche a scendere in campo, a trentanove anni suonati, giocando anche alcune buone partite.
Michael con il proprio gioco tendeva a un certo individualismo.  La sua fiducia nei confronti dei compagni era insufficiente. Non a caso uno dei suoi coach gli ripeteva la frase: “The ‘I’ is not in ‘Team”, ma non vi è dubbio che la sua voglia di vincere e dare il massimo coinvolgeva tutti i membri della squadra, motivandoli al successo, e soprattutto le imponenti somme incassate in termini di merchandising e abbonamenti, garantiti dal fenomeno Jordan, consentirono alla società di mettere insieme una rosa che fece dei Chicago Bulls del 1995 probabilmente la squadra più forte di tutti i tempi.
Qui, infine, si apre la questione più complessa e interessante del libro. Alla base della costruzione del mito, c’è una grande intuizione del consulente della Nike, Sonny Vaccaro, di utilizzare come testimonial Michael Jordan. L’aspetto straordinario della vicenda è che questa decisione venne presa prima ancora che Jordan fosse entrato nell’NBA. Alla fine del campionato universitario e prima dell’acquisizione da parte dei Bulls, Vaccaro vide giocare Jordan e ne rimase folgorato. Siamo in un’epoca storica in cui il massimo investimento pubblicitario di aziende come Converse e Adidas, consisteva nel regalare alla squadra le scarpe da gioco, purché le indossassero in campo. Vaccaro invece suggerì alla Nike di investire tutto, ma proprio tutto, in un’operazione di marketing che nessuno aveva mai tentato prima. Prendere uno sconosciuto, creare una linea di scarpe sportive tutta sua, ed edificarne il mito. Nel basket agonistico non si era mai vista una cosa del genere. Nessuno sportivo era mai stato pagato tanto come quello che si proponeva al giovane Jordan. Investito di fiumi di denaro, Jordan contribuì a quella trasformazione del mondo del basket attraverso sponsorizzazioni milionarie, che conosciamo bene anche in altri sport, e moltiplicò le corse all’arricchimento personale. Ma lui stesso fu trasformato in un prodotto, impegnato in centinaia di spot pubblicitari, in un film di animazione e numerose partite in giro per il mondo per diffondere il nome e il logo della Nike. Non vi è dubbio che l’intuizione di Vaccaro abbia trasformato la multinazionale dell’abbigliamento sportivo nel fenomeno globale che oggi conosciamo. Ma al di là del talento straordinario di Jordan, non possiamo non notare come dopo Mohammed Alì sia tutto cambiato e i grandi miti siano confezionati da operazioni di marketing, così come quasi tutto il nostro immaginario. Durante la mia adolescenza, nei primi anni novanta, i miei compagni di scuola si identificavano con Jordan in ogni partitella tra amici, e ancora oggi – vent’anni dopo – i miei studenti collezionano le scarpe Air Jordan. La persistenza di questo mito però non è legata a ritualità sociali o religiose. Si tratta di un’epopea sostanzialmente commerciale determinata dallo sfruttamento dell’immagine di un campione. Jordan non è stato estraneo alla cosa, né passivo. Ha saputo difendere il proprio brand, come quando si è rifiutato diversi anni fa di sostenere un candidato di colore sostenendo che “anche i repubblicani comprano scarpe”. Tuttavia quel denaro e quella popolarità – lo descrive bene Lazenby – lo hanno gettato in una profonda solitudine, e nel buio del gioco d’azzardo.

Oggi Michael Jordan ha superato i cinquant’anni, e la sua storia non è ancora finita. Qualcuno addirittura immagina un suo ritorno in campo. Tuttavia, non sono pochi gli elementi di riflessione che la sua vicenda è in grado di sollecitare, e Lazenby li mette tutti sul tavolo.