giovedì

Sport: non c'è nulla di più politico



Quando si pensa alla relazione tra sport e politica la nostra memoria lascia affiorare rapidamente alla coscienza le circostanze poco edificanti degli sforzi totalitari, nel secolo passato, di suggerire una nuova rappresentazione del proprio popolo, antropologicamente ricostituita mediante esercizio fisico e capacità agonistica. Oppure, ma questo è intuitivamente molto italiano, quella relazione può essere filtrata attraverso a consapevolezza di una ideologizzazione delle tifoserie, il che rimane vero soprattutto nel calcio.
Tuttavia, gli atleti del secolo scorso non si sono limitati a schiacciare la propria immagine sulle strutture di potere dei relativi Stati di appartenenza, celebrandone o onorandone la qualità, e non si sono sempre proposti al pubblico secondo la bolsa rappresentazione dello sportivo dedito esclusivamente alla cura delle proprie prestazioni.
La graphic novel proposta di Federico Appel, Pesi Massimi (Sinnos Edizioni), racconta in modo ironico ed efficace alcune storie di sport impregnate di una politica che si costituisce come autentica aspirazione alla libertà e alla parità. Si tratta di un volume perfetto per i lettori in età pre-adolescenziale, ma è gradevole e interessante anche per un pubblico adulto.

La storia prende le mosse da una partitella di calcio tra amici, in cui il giovane protagonista, portiere nella squadretta di zona, irride un avversario di colore. Tornando a casa, si materializza nella sua cameretta lo “spettro” di Muhammad Alì, che a più riprese gli narra alcune dei più delicati momenti della propria carriera, ma ne approfitta per descrivergli il valore simbolico di altri grandi episodi della storia dello sport. Siamo così trasportati nella Germania nazista, quando lo straordinario atleta americano Jesse Owens lascia impietriti gli organizzatori ariani delle olimpiadi, e stringe un’amicizia con un atleta tedesco che costerà a quest’ultimo parecchi guai, mentre Owens, tornato in patria, continuerà a dover gestire problemi di intolleranza razziale. Si procede avventurandosi nell’impegno umanitario di Gino Bartali, antifascista solidale con rifugiati di origine ebraica, per i quali nasconde nella sua instancabile bicicletta i documenti falsi necessari alla fuga, per poi incrociare le vicende di John Carlos e Tommie Smith, Arthur Ashe e Francois Pienaar, reso recentemente noto al grande pubblico grazie al film di Clint Eastwood, Invictus. Particolarmente bella è la striscia dedicata a Carlos Caszely, il calciatore cileno critico nei confronti della dittatura.
Ho molto apprezzato l’idea di mettere insieme queste storie, perché suggerisce ai giovani un’idea nient’affatto scontata, secondo la quale l’amore per lo sport non è un’alternativa all’impegno, ma anzi può esso stesso diventare veicolo di idee, ed esprimere una grande forza testimoniale rispetto alle legittime aspirazioni per una trasformazione sociale in direzione anti-razzista e anti-fascista.

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