mercoledì

La storia della psicologia non esiste

recensione scritta per la rivista "Figure dell'immaginario"


Sono molte le ragioni che rendono complessa la narrazione di una storia della psicologia. Non si
tratta soltanto della quasi ingestibile quantità di scuole e secessioni che hanno costellato il dibattito, specialmente novecentesco, intorno alla natura della disciplina, al suo metodo di ricerca o alla proposta terapeutica. L’ordine delle difficoltà è piuttosto ontologico, e concerne l’oggetto stesso di tale ambito di ricerca. Che tipo di ente è, in ultima istanza, la mente umana? I tentativi costanti di schiacciare la struttura della risposta a tale quesito sul terreno biologico o, per altro verso, su quello sociologico, sono la prima e più intuitiva indicazione del problema. In altri termini, è tanto difficile definire l’autonomia ontologica della psiche o mente, quanto lo diviene, pertanto, la delimitazione epistemologica della disciplina.
Roger Smith è studioso noto agli storici della scienza per il suo approccio “dialettico”. I suoi libri hanno sempre provato a costruire una storia delle scienze umane che fosse capace di non segmentarne le vicende in campi troppo indipendenti. Consapevole della contaminazione costante della ricerca filosofica con quella sociologica, di quella antropologica con quella psicologica, e così procedendo senza trascurare alcun approccio allo studio dell’essere umano come soggetto “culturale”, ha ritenuto di dover accompagnare la ricostruzione della storia scientifica con la storia politica, economica e culturale delle epoche attraversate.
L’ultimo suo libro, Between Mind and Nature. A History of Psychology (Reaktion Books, London 2013), si cimenta con il tentativo di individuare, nell’ambito delle scienze umane, la vicenda di una singola disciplina, e segnalarne le tappe di sviluppo puntellandone costantemente il viaggio attraverso i più significativi riferimenti storico-culturali che ne hanno determinato i caratteri. I primi capitoli del libro, com’è naturale, collocano l’avvio del ragionamento nella storia della filosofia moderna, a partire da Descartes, Locke e Kant, con riferimento alla discussione sulla specificità della natura umana e delle facoltà conoscitive. Ma è stato il Romanticismo, secondo Smith, a svolgere un ruolo decisivo nella costruzione di un’attenzione più decisa sul tema della soggettività. La letteratura, in particolare, attraverso il Bildungsroman, ha suggerito l’idea di un’identità soggettiva fondata su sentimenti celati ma potenti, al tempo stesso solleticando la curiosità scientifica per il “funzionamento” della mente umana. Alcuni importanti episodi, nella storia della scienza, hanno poi accelerato il percorso di costituzione di una comunità di studiosi. Sono i cosiddetti “casi”, primo fra tutti il caso del “bambino selvaggio”, il piccolo Victor che, catturato nell’inverno tra il 1799 e il 1800 ha di fatto aperto il nuovo secolo inaugurando un nuovo modo di studiare la psicologia umana. D’altro canto, il rapporto tra Victor e il dottor Itard ha rappresentato una delle circostanze più citate nella storia della psicologia scientifica, e lo è ancora oggi.
Ma la prima forma di aggregazione tra esperti nella ricerca psicologica, nel tentativo di prendere le prime strutture indipendenti dalla dimensione filosofica, è segnata da una peculiare attrazione per la fisiologia e le discipline mediche. Nella Russia ottocentesca, come ben rappresentano i ritratti di “nichilisti” proposti da una straordinaria tradizione letteraria, da Chernyshevsky a Turgenev, si definivano alcuni profili di intellettuale, tutti interni a una biologizzazione dell’individuo, che diveniva in sé rivoluzionaria, poiché provava a individuare un’oggettività nei bisogni autentici e a rivendicarne la soddisfazione, auspicando un ordine sociale rispondente alla verità scientifica, e contrapponentesi a forme di potere fondate talvolta su elementi di superstizione e discriminazione, scientificamente infondati. Lo stesso accadeva nelle altre nazioni europee, in pieno clima positivistico, trovando poi nell’evoluzionismo di Darwin un potente megafono.
L’influenza della teoria dell’evoluzione nella storia della psicologia è davvero straordinaria, non solo per l’intuitiva correlazione della mente e del comportamento umano a quello delle altre specie, né per l’importante opera di Darwin dedicata allo studio degli istinti e le emozioni. In realtà quella indicazione di continuità tra i primati e gli esseri umani ha condizionato fortemente il modo stesso di concepire la ricerca scientifica in questo campo di studi, a prescindere dalle correnti e gli approcci. Per conoscere i segreti della psiche umana sono considerati pilastri inamovibili gli studi di Pavlov sul riflesso condizionato dei cani, o le indagini di Lorenz condotte su molte altre specie. I comportamentisti provavano a studiare la struttura della condotta rispetto a stimoli differenziati impiegando colombe o topi. Un gestaltista come Köhler divenne celebre attraverso l’esperienza di uno scimpanzé rispetto alla individuazione dell’ insight. E tuttora molte ricerche nell’ambito delle neuroscienze sono costruite sulla base di una comparazione uomo-animale che trova una sua legittimità solo a partire dall’assunzione piena del paradigma darwiniano. Per dirla provocatoriamente, se potessimo dimostrare la completa erroneità della teoria dell’evoluzione, e fosse dunque asseribile una radicale irriducibilità dell’uomo a quella catena evolutiva, la ricerca correlata di etologia e psicologia – in sé – non avrebbe alcun senso. Ma fuori da questa ipotesi, è pur vero che l’utilità di tutte le scoperte derivate da quella comparazione rimane marginale per quanti si sforzano di ragionare in modo meno “riduzionistico” sulle peculiarità dell’essere umano. Non a caso la tradizione psicoanalitica, fondata sostanzialmente sul linguaggio, non ricorre a quel sistema di ricerca, poiché considerando junghianamente la natura della psiche come un luogo di simboli, non è in grado di accedere, da qui, al mondo animale, e viceversa.
Tornando al libro, Smith procede alla descrizione del processo costitutivo delle psicologie nazionali nel corso del secolo diciannovesimo, segnalando come tale dinamica fosse condizionata dall’avviamento di politiche di alfabetizzazione e definizione dei sistemi di istruzione. Negli Stati Uniti, segnatamente, conversero in un’interessante sintesi i diversi influssi dello sperimentalismo germanico, dell’esperienza clinica francese e dell’evoluzionismo britannico. La figura di intellettuale più imponente in tale contesto fu certamente quella di William James, di cui Smith mette in evidenza la qualità della scrittura e la complessità del pensiero filosofico, prima ancora delle notevoli pubblicazioni nel campo della psicologia. Pragmatismo e funzionalismo, tra James e Dewey, divennero la cifra qualitativa della prima psicologia americana, che finì per strutturare per un lungo periodo il modo di approcciare il problema del pensiero, dell’esperienza e della condotta umana.
Molto bello è il capitolo quarto, intitolato significativamente “Psychological Society”, nel quale Smith prova a spiegare come e per quali ragioni la progressiva costituzione di laboratori e centri di ricerca cominciò gradualmente a interessare non solo le autorità, ma il corpo sociale, misurandone la funzionalità al sistema di vita e di produzione capitalistico. L’idea di una scienza dell’individuo, che riconducesse nell’orizzonte di un’eziologia puramente singolare lo studio delle scelte e delle identità, divenne pervasivo di una coscienza collettiva fino a modificarne l’auto-percezione. Oggi, direi, è quasi una struttura a priori della mentalità generale. Ma, come spiega bene Smith, lo studio delle differenze individuali non è mai neutrale, e descrive anzi un sistema di comparazione rispetto a uno standard, una normalità, cui contrapporre la deviazione. Ecco che la psicologia si faceva strumento di controllo politico, promuovendo una società che seleziona attraverso criteri di merito predefiniti. Il caso più emblematico fu la costituzione di sistemi e centri per la misurazione dell’intelligenza: un costrutto arbitrario che servì per definire in modo univoco le qualità funzionali al sistema e quelle “dis-funzionali”. La psicologizzazione della società è osservata da Smith non solo ponderando l’effetto storico degli strumenti di misurazione del Q.I. di Binet e Simon, ma ricordando la diffusione di teorie della razza, specialmente nella Germania nazista, o la diffusione di ipotesi interpretative nel rapporto individuo-società, legate alla forte contaminazione tra psicologia ed etno-antropologia, come dimostra il grande impatto degli studi di Margaret Mead nelle scienze umane in generale. Ma l’epoca delle due guerre mondiali non poteva non essere anche il secolo della psicologia militare, dell’impatto dell’esperienza bellica su soldati e civili, e sulla selezione del personale da impiegare nelle diverse missioni. La penetrazione della psicologia nella vita sociale trovò forse il più ampio spazio nelle politiche educative, nel ripensamento complessivo del concetto di infanzia, ed è qui, insiste Smith, che si è principalmente combattuta la controversia tra natura e cultura quali fattori determinanti nel processo di sviluppo individuale. Questione, come ben si intuisce, nient’affatto neutra sul piano politico.
A questo punto, giunti a metà volume, si può finalmente accedere alle differenze metodologiche tra le diverse scuole. Ma anche qui non mancano le difficoltà, poiché taluni autori hanno attraversato esperienze e concezioni differenti, e quindi non è sempre limpida la distinzione tra le diverse correnti. Smith ne individua alcuni ambiti di ampio respiro, trascurando i dettagli. Egli illustra l’importanza storica del comportamentismo e della sua diffusione negli USA, quasi a sostituire l’influenza iniziale del pensiero di James e Dewey, spiegando il significato degli esperimenti di Pavlov e presentando a grandi linee la differenza tra tali idee di scientificità con quella proposta da fenomenologi e gestaltisti. Necessariamente, un intero capitolo è dedicato alla psicologia del profondo, collocandone la genesi nell’appropriato contesto storico, disegnandone sviluppi e scissioni, e individuandone le quattro figure più significative, cioè Freud, Jung, Adler e Lacan.
Un altro aspetto significativo del rapporto tra psicologia e storia contemporanea, che va a confermare la necessaria confusione tra lo studio della mente o del comportamento, e altre forme di osservazione di condotta non più soltanto individuale, è quell’interessantissimo ibrido che è la “psicologia sociale”, distinta in modo intrigante, come segnalato da Smith, in “psychological social psychology” e “sociological social psychology”. Si tratta di un’avventura scientifica che prende le mosse dalla psicologia delle folle, divenuta cruciale nei primi decenni del Novecento anche e soprattutto per l’organizzazione del consenso, per attraversare la ricerca-azione di Kurt Lewin fino alle varianti sperimentali di Milgram o Zimbardo. Naturalmente, non è sottaciuto il grande lavoro di ricerca condotto in Unione Sovietica su questo terreno, da giganti come Vygotsky o Luria,
L’ultimo capitolo si affaccia fugacemente sugli anni più recenti e sulla fascinazione per le neuroscienze, spendendo parole benevole sullo sforzo umanistico di Rogers. Tuttavia, a lettura completata, si rende evidente non solo l’impossibilità di isolare la storia di una disciplina dalle vicende epocali in cui essa è maturata, ma resta inalterata la sensazione di un’inafferrabilità dell’oggetto-psiche, la cui ricerca attiva pare disegnare una successione eroica di tentativi, non sempre congrui, di conoscenza o manipolazione. Ma questo non è un problema storico, è un problema ontologico.





1 commento:

  1. L'excursus storico è molto ampio, anche se interessante, ma rischia di essere superficiale. Mi sarebbe piaciuta di più una maggiore attenzione per qualche autore in particolare, ad esempio James. Se il pragmatismo lo esalta, ritengo che ciò sia dovuto all'effettiva validità del suo metodo.

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