mercoledì

Il Kung Fu ai tempi della "buona scuola"



L’editore Sinnos ha pubblicato una bellissima graphic novel a firma di Paolina Baruchello e Pioggia di primavera - questo il titolo del racconto a fumetti - è una storia semplice, lineare e garbata, ai limiti del rivoluzionario. La trama racconta di una monaca guerriera che si imbatte nella vicenda personale di una quattordicenne molestata dal bullo del quartiere, tale Wong detto “la tigre” (il classico attaccabrighe tutto muscoli e niente cervello). La maestra di arti marziali è troppo esperta per confrontarsi nella lotta con quel bellimbusto, e dunque decide di allenare la ragazza, insegnarle le arti del combattimento, per garantirle la liberazione da un’inaccettabile pretesa di matrimonio. Alla fine, come prevedibile, il duello si risolve a favore della piccola Chun Yu, che decide di continuare a dedicarsi al Kung Fu, riconoscendo a questa nobile arte un valore formativo che oltrepassa i confini della pratica guerriera.
dell’illustratore Andrea Rivola.
Uno schema narrativo così semplice da risultare dirompente in un dibattito culturale e pedagogico drogato da strategie di marketing e fascinazioni tecnologiche. Saremo pure in pieno post-fordismo, la cultura sarà pure post-moderna e la società post-industriale. Sarà anche il momento di sostituire la didattica tradizionale con la dinamicità della comunicazione in team e la “conversazione” in rete. Però questo racconto illustrato ci pone una domanda di una brutale semplicità: è vero o non è vero che l’unica strada per essere donne e uomini liberi è esige di possedere una formazione robusta?
Lo spiega bene la maestra Shu Mei nel bel mezzo degli allenamenti: “Kung fu significa duro lavoro ed è questo che da oggi in poi dovrai fare. Un duro lavoro che ti insegnerà ad affrontare la vita” (p. 34). Ecco. Il senso della scuola è tutto qui; altro che ciarliere divagazioni su esperienze in azienda, reclutamento diretto o tablet in classe. La difficoltà è proprio nel come mantenere questo punto fermo in una società che si trasforma tanto velocemente da rendere sempre più evanescente la comunicazione tra generazioni. Ma anche Gramsci la pensava come la monaca guerriera, quando si intestardiva nel ricordare che dai figli degli operai bisogna pretendere doppio impegno nello studio, perché di quello sforzo impiegato sui libri avranno maggiore bisogno rispetto ai figli della borghesia. E la liberazione deriva dallo sforzo, non da improbabili favori della fortuna.
La sensazione è che invece da più parti si chieda di rendere la formazione dei giovani sempre più accattivante, motivante, seduttiva, eludendo un obiettivo più centrato, come la facilitazione nella strutturazione di un carattere indipendente, una cultura solida e una personalità responsabile. Di cosa c’è bisogno per tener fermi senza divagare questi tre obiettivi imprescindibili in una pianificazione dei processi educativi? C’è bisogno di grandi maestri, come Shu Mei, che sappiano infondere il rispetto e il valore nei confronti di quel sacrificio e di quell’autodisciplina necessari al Kung Fu come a qualunque altra forma di apprendimento.
I nostri studenti sono costantemente distratti da altri stimoli e richiamati dai propri contatti virtuali in ogni istante dedicato alla lettura, allo studio, al lavoro. E quando la giovane Chun Yu si distoglie dai propri allenamenti, la maestra le rammenta: “nel Kung Fu la cosa più importante è concentrarsi su quello che si sta facendo. Solo su quello! Se non metti attenzione in ciò che fai, è tutto inutile!” (p. 38). Ed è tutto qui, ed è un pensiero di un’ovvietà sconcertante, ma come diceva Hegel, “ciò che è noto, proprio per questo non è conosciuto”, e mai come oggi abbiamo bisogno di ribadirlo.
Un’ultima osservazione voglio riservarla ai bellissimi disegni di Andrea Rivola. Profondi, efficaci e semplicemente indimenticabili. Regalatelo a voi stessi, e soprattutto ai vostri figli.


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