giovedì

Per poco non ci lascio le penne





Céline Minard ha scritto un libro elegante e suggestivo. Per poco non ci lascio le penne, nella traduzione italiana di Elena Stacchini (edizioni 66th and 2nd, 2014), è un esempio del tutto originale di narrativa western. Il genere, in sé, non parrebbe suggerire un’autorialità femminile, e tanto meno francese, ma non v’è dubbio che Minard abbia saputo con queste pagine affascinare e raffinare l’immaginario dei propri lettori.
La dimensione storico-geografica non è decisiva. Parlano solo i torrenti, la polvere, la boscaglia e quella commistione di uomini e bestie, che racconta di un unicum panteistico nel rapporto uomo-natura. Il West di Minard non gioca sulla contrapposizione tra civiltà bianca e vita selvatica dei pellerossa. La struttura antropologica della differenza è nettamente spezzata. Indiani, visi pallidi e coloni cinesi si miscelano in maniera articolata. Le diffidenze convivono con le infatuazioni, i patti commerciali o le urla guerriere. I bianchi si lasciano travolgere dalle usanze indigene come i rossi desiderano i beni dei bianchi. È un mare umano e animale che continuamente si increspa, non si placa nell’omogeneità, eppure non genera disgregazioni.
Nonostante la mia istintiva titubanza a concedere fiducia ai romanzi corali, l’intreccio intessuto sapientemente dall’autrice riesce a mostrare in un sol gesto la delicatezza della visione e la rigidità cruenta del vecchio West.
In un’intervista di molti anni fa Sergio Leone sosteneva di poter distinguere il proprio cinema di genere da quello di John Ford e degli altri classici made in USA, attraverso il superamento della dimensione storico-geografica e lo spirito dei personaggi, la cui unica filosofia di vita va ricondotta alla consapevolezza che dischiudendo l’anta di una finestra ci si può ritrovare di punto in bianco con una pallottola in fronte. Niente sogno americano, niente prospettive. Solo la vita ricondotta all’essenziale: il suo rapporto con la morte.
Nel libro della scrittrice francese le cose non stanno esattamente in questi termini. Il suo racconto è un respiro, i cui diversi personaggi rappresentano tanti momenti, ma quasi tutti animati da un profondo sentimento visionario, l’idea di realizzare qualcosa di autentico, un progetto nel quale accomodare la propria esistenza, consapevoli del rischio e della crudeltà, ma fiduciosi nella collaborazione collettiva.
Il fuggitivo, la suonatrice di contrabbasso, la piccola sciamana, i commercianti di chincaglierie, il barbiere o il medico affascinato dalla sapienza dei pellerossa, cooperano nella realizzazione di un’umanità che – paradossalmente – è smaliziata, ma capace ancora di sognare.