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"Giuda" di Amos Oz



L’ultimo romanzo di Amos Oz (Giuda, Feltrinelli 2014) si è distinto in questi mesi come uno di quei libri che hanno saputo meglio destare la curiosità dei lettori italiani (e non solo). Gli elementi per giustificare una simile affermazione ci sono tutti: il nome dell’autore è quello di uno dei più prestigiosi narratori israeliani, la cui fama oltrepassa di molto i confini nazionali; l’editore si propone quale gruppo leader nella promozione e distribuzione libraria; il titolo è accattivante al punto giusto. Se dunque si può rintracciare nell’estrinsecità di tali indizi bibliografici la ragione di un’attenzione del pubblico, meno stringente, dopo la lettura dello stesso, è il riconoscimento del merito, rispetto a una simile accoglienza.
Amos Oz è certamente un autore raffinato, ma l’impressione suggerita dal suo ultimo lavoro è che egli abbia voluto inserire nel testo molto mestiere, e forse poco cuore.
La storia prende forma a partire da tre tracce narrative annodate da una serie di circostanze. Siamo nel 1959, nel cuore di Gerusalemme, e il giovane Shemuel Asch si ritrova costretto ad abbandonare gli studi universitari per sopraggiunte difficoltà economiche. Imbattutosi in un’offerta di lavoro affissa sulla bacheca della facoltà, riesce a procacciarsi l’incarico di “conversatore” con un colto e anziano signore, durante le ore serali, ricavandone vitto, alloggio e un magro compenso. In quella casa il giovane Shemuel incontra una donna più grande di lui, fredda e distaccata, ma estremamente attraente. Quello strano nucleo familiare, si scopre leggendo il libro, è quanto resta di un gruppo familiare più ampio, nel quale erano maturate due opposte letture relative alla fondazione dello stato d’Israele.
Viene dunque rievocato una vicenda risalente al 1948, in cui è tirata al massimo la tensione tra coloro che sostenevano Ben Gurion nella sua politica militare, e un isolato assertore della necessità di dialogo e convivenza con il mondo arabo. Per queste idee, l’uomo fu accusato di tradimento, e in virtù dell’evocazione di tale categoria diventa possibile introdurre la terza traccia del romanzo, che dà il titolo al libro. Il giovane protagonista è impegnato in una ricerca storico-religiosa; egli intende ricostruire il profilo di Gesù nella cultura ebraica. Secondo la sua ipotesi di lavoro, il Nazareno sarebbe stato uno dei tanti profeti che al suo tempo affollavano la Galilea, ma capace di un respiro morale e di una semplicità di comunicazione del tutto inarrivabili rispetto alla società del tempo. Se il popolo ebraico lo avesse assimilato con legittimità all’interno della propria tradizione profetica, il cristianesimo non sarebbe mai sorto, l’ebraismo si sarebbe arricchito di quel messaggio universalistico, e molte pene sarebbero state risparmiate ai figli di Israele. Su questo punto la posizione espressa in qualche modo da Amos Oz, attraverso uno dei suoi personaggi, merita attenzione. Mi pare corretta la sua ipotesi controfattuale, che fa perno su un’universalità dei fanatismi: “ebraismo e cristianesimo, compreso anche l’Islam, trasudano tutti e tre nettare di bontà e pietà e compassione solo fintanto che non hanno per le mani sbarre e manette, potere, cantine da tortura e patiboli. Tutte queste fedi, comprese quelle sorte di recente, moderne, che continuano a incantare così tanti cuori, sono venute tutte per salvarci e ben presto spargono il nostro sangue”.
Nella ricerca del giovane studioso prende forma inoltre una rivisitazione della figura di Giuda Iscariota. Secondo Shemuel quello che la tradizione considera il traditore per eccellenza sarebbe invece stato il più convinto dai cristiani. Introdotto dai sacerdoti tra gli apostoli per carpire informazioni su Gesù, Giuda sarebbe invece lasciato travolgere della personalità di quest’ultimo, credendo ciecamente di avere incontrato il Messia. Non lo tradì per trenta denari (una cifra risibile all’epoca, soprattutto per un uomo ricco come Giuda), ma anzi indusse Gesù alla crocifissione, perché persuaso di poter assistere al miracolo più grande della storia. Ma non riuscì a sopravvivere alla morte di Cristo, e si tolse la vita.
Il trait d’union è evidentemente la riflessione sul concetto di tradimento, categoria che spesso si usa per isolare chi persegue un ideale non conforme. Ma il collegamento tra le tre tracce resta debole, e lo studio su Giuda – certamente la parte più interessante del volume – è relegato in poche annotazioni. Questo squilibrio, insieme ad altri elementi, lascia supporre un eccesso di “astuzie” nella redazione del romanzo. Il titolo è fuorviante. Tutti i lettori sono sempre affascinati dalle rivisitazioni di quel che hanno appreso da bambini in ordine al sacro; ma questo titolo promette (come pure le molte interviste rilasciate dall’autore) molto più di quanto il libro non restituisca.
Nella scrittura, inoltre, l’autore presenta i personaggi in modo eccessivamente pittoresco. Si ripete fino all’eccesso che il giovane Shemuel cammina velocemente, con la testa protesa in avanti, con incedere impulsivo e impacciato. L’anziano da assistere è presentato concedendo molto a una classica macchietta sarcastica con un sopracciglio alzato e uno abbassato. Un cliché. In generale, il libro sembra mancare di un equilibrio unitario, mentre adotta uno stile volutamente accattivate per un pubblico vasto, non necessariamente pensoso.
C’è però, nella seconda parte del romanzo, un passaggio di grande profondità, che mi fa piacere citare: “Quasi tutti gli uomini attraversano lo spazio della vita, dalla nascita alla morte, a occhi chiusi. Anche tu e io, mio caro Shemuel. A occhi chiusi. Perché se solo li aprissimo per un istante, ci sfuggirebbe da dentro un urlo tremendo e continueremo a urlare senza smettere mai. Se non urliamo giorno e notte, è segno che teniamo gli occhi chiusi”.