giovedì

Un millimetro in là. Intervista sulla cultura



La discussione sulle responsabilità degli intellettuali in una società democratica, che da troppi anni affolla le faticose e talvolta circolari argomentazioni della sinistra progressista, può essere condotta anche in modo allegro, curioso e non irrigidito da abusate categorie politologiche. La lunga intervista a Marino Sinibaldi pubblicata da Laterza in un libricino intitolato Un millimetro in là. Intervista sulla cultura (2014), ne è senza dubbio un esempio brillante. L’idea della promozione e della trasmissione della cultura, orientata verso una condizione di eguaglianza nell’accesso e nelle possibilità di elaborazione artistica o intellettuale – lo dimostra questo testo – può essere difesa in misura prudente e circospetta, cioè scevra da posizioni preconcette.
Marino Sinibaldi è senza ombra di dubbio una delle figure d’intellettuale più interessanti del nostro tempo. Non ha scritto molto. Ma attraverso Radiotre (di cui oggi è direttore) accompagna da circa vent’anni la formazione e l’informazione tra i lettori italiani. Sinibaldi ha la straordinaria capacità di coniugare il buonumore e un sincero interesse per l’innovazione, con la pensosità della tradizione. In questa bella intervista, anch’essa leggera nel ritmo e al tempo stesso grave nei contenuti, il profilo della sua idea di politica culturale emerge in modo definito e apprezzabile.
Il primo argomento trattato in questa conversazione condotta in modo critico e al tempo stesso confidenziale da un altro nome noto agli ascoltatori di Radiotre, Giorgio Zanchini, prende le mosse da un passaggio intenso della Lettera a una professoressa di Don Lorenzo Milani, là dove si dice: “tentiamo invece di educare i ragazzi a più ambizione. Diventare sovrani! Altro che medico e ingegnere”. Sinibaldi pone immediatamente al centro del discorso, con questo riferimento, la questione dello scopo. Chiunque sia impegnato in attività di ricerca o divulgazione culturale, a qualunque titolo, non può non tornare insistentemente sulla domanda relativa al dove si vuole condurre sé stessi e gli altri. Fatta salva l’eventuale ambizione personale, rimane a ogni coscienza critica il tormento sulcosa poter fare con quel patrimonio di prospettive che giorno dopo giorno si accresce o si riposiziona. E oltre al come impiegare il proprio sapere, che poi non è mai proprio, bensì dell’umanità, non si può eludere il seguito della domanda, cioè il perché. La citazione di Don Milani pone direttamente in campo la questione della cittadinanza, dell’esercizio legittimo della sovranità.
Sinibaldi si è formato da autodidatta per poi vivere l’esperienza delle lotte studentesche e di Lotta Continua, è maturato nell’orizzonte del dibattito culturale interno alla sinistra italiana, attraversando inoltre alcune importanti vicende storiche legate alle riviste politico-letterarie (quando ancora c’era qualcuno che le leggeva). Di conseguenza, è comprensibile il motivo per cui avverta il bisogno di connettere inscindibilmente il problema politico a quello culturale, ponendo in questione il tema della sovranità. Jean-Jacques Rousseau stimava tale questione talmente cruciale da collocarla come avvertenza alContratto sociale, e costruendo a partire da essa l’intera parte conclusiva dell’Emilio. Il filosofo ginevrino asseriva infatti ogni cittadino di una Repubblica, in quanto partecipe della sovranità, per questa stessa condizione necessita irrefutabilmente di un’adeguata formazione. I “sovrani”, responsabili della propria stessa comunità, e dunque di sé stessi oltre che dei propri associati, hanno certamente l’obbligo di comprendere la materia su cui legiferare, devono cioè procacciarsi una formazione culturale globale (e non solo pratico-funzionale); ma tale dovere deve essere al tempo stesso un diritto. In assenza di una simile eguaglianza delle condizioni di accesso alla cultura, la democrazia, come esercizio collettivo della sovranità, ne risulta menomata. Ovviamente in Rousseau il problema è inspessito da concezioni antropologiche articolate, e che non è utile qui richiamare.
In termini analoghi occorre però intendere il progressismo di Sinibaldi. L’azione culturale, per usare un’espressione che meriterebbe approfondimenti, può essere interpretata come tentativo di allargare e potenziare il livello collettivo di consapevolezza.
Una volta stabilito il fine, bisognerà dunque ragionare sui mezzi. Da molti anni Sinibaldi, attraverso i microfoni di Fahrenheit, svolge un’importante funzione di mediazione tra autori e lettori di libri. Inevitabile, dunque, che il libro, in quanto tale, costituisca il primo elemento da porre sotto esame. Sono ancora i libri il motore della discussione, della crescita e della produzione intellettuale nel mondo globalizzato? Stando ai dati sulla lettura in Italia, per evitare analisi macroscopiche, si registra per il vero una controtendenza rispetto ai decenni passati. La percentuale di non-lettori “radicali”, in riferimento all’oggetto libro, è tornata ad aumentare. Tuttavia questo non implica una riduzione diretta del rapporto con la parola scritta. Come si può arguire, sono Internet e l’inaffondabile televisione a sottrarre alla lettura non solo il tempo, ma anche alcune funzioni, come il lavoro di consultazione o di informazione. Da questo punto di vista Sinibaldi appare curioso e attento alle nuove potenzialità della Rete. In fondo l’interesse dei fenomeni di condivisione e produzione d’informazione come Wikipedia, i blog, o le piattaforme giornalistiche indipendenti, hanno veramente assestato un colpo duro (sebbene talvolta con ingiustificata tracotanza) ad alcune posizioni di comodo su cui si erano adagiati ampi settori del giornalismo, della critica letteraria o cinematografica, della ricerca universitaria. Le potenzialità della Rete sono in buona parte ancora da cogliere, abbiamo bisogno di attenderne gli sviluppi, e non c’è motivo di assumere atteggiamenti apocalittici.
Sinibaldi ha però del tutto ragione nel sollevare, senza esasperarli, due elementi di prudenza. Primo: “il libro sviluppa in una forma molto peculiare due straordinari processi umani: l’immaginazione e l’immedesimazione. Faccio fatica a trovare forme di rapporto con la realtà che abbiano la stessa capacità della lettura di stimolare l’immaginazione” (p. 15). E indubbiamente il rapporto con libro strutturalmente tende ad arginare quel processo di mutazione cognitiva che nel 1995 Giovanni Sartori attribuiva all’ homo videns (una nuova tappa evolutiva in cui il genere umano tenderebbe a perdere o a contrarre la capacità astrattiva). Ciò che Sinibaldi non può ignorare – e la sua predilezione per la radio lo attesta – è che più ancora della parola scritta l’immaginazione è potenziata dalla parola pronunciata. Anche nello svolgere una lezione a degli studenti, infatti, la capacità di generare mondi attraverso il semplice suono delle “parole”, senza neanche trascriverle su una lavagna o un supporto multimediale, mette in movimento il pensiero e lo spirito a ritmi e profondità, che mediante l’ “appoggio empirico” della parola scritta (e ancor meno attraverso le immagini) non è possibile esperire. Ma naturalmente non per questo intendo ribadire, come Platone, una superiorità della tradizione orale su quella scritta. Sono formule diverse, con possibilità differenti. Un romanzo, dice bene Sinibaldi, non potrebbe essere trasmesso oralmente.
Internet genererà nuove forme di produzione culturale, come la scrittura ha modificato l’oralità. Oggi la Rete tende a trascinare alcune abitudini del rapporto col libro e col giornale anche sulla dimensione telematica. Nei prossimi anni potremo osservare una trasformazione più profonda, che oggi a fatica riusciamo a intuire.
Il secondo monito di Sinibaldi concerne l’idea di coniugare una nostra legittima ammirazione e interesse per il digitale, con una sana diffidenza per il virtuale. Evidente infatti, che la socialità o altre forme di esistenza online (come la partecipazione politica) non possono e non devono pretendere di sostituire tout court la vita reale. Si rischia a mio avviso un corto circuito antropologico molto pericoloso. Voglio però esimermi dallo sviluppare questo argomento, poiché le questioni che ne derivano sono tante e tali da rendere il discorso estremamente complesso. Va detto, tuttavia, che Internet per un verso sembra alimentare quell’ideale di democraticità nell’accesso alla cultura, eppure esiste e tende a rafforzarsi, con la velocità delle nuove tecnologie, un digital divide che rischia di risultare tutt’altro che inclusivo.
E allora in che senso un lavoro pubblico nei molteplici ambiti della vita culturale del Paese potrebbe contribuire a realizzare il progetto, forse in parte utopistico (kantianamente si può ricondurre a un’idea regolativa della ragione), di una vera parità sociale nel rapporto con i prodotti dell’ingegno? La risposta di Sinibaldi è semplice e praticabile: bisogna mettere in circolo “elementi di qualità […] Occorre un piccolo, non presuntuoso, paziente programma di valori che riescano a fronteggiare la velocità della Rete, la sua abbondanza o ridondanza, la sua tendenziale indifferenza” (p. 96).





4 commenti:

  1. Ci sono forti possibilità che vada a comprare il libro! Mi chiedo tuttavia... come mai io ti ricordassi poco benevolente nei confronti di Rousseau? Poi mi dirai che cosa è successo tra te e Lui. Per il resto riporto le tematiche accennate al vissuto scolastico, dove prevale l'attaccamento alla prestazione biecamente scolastica e una concezione quantitativa della cultura. Ma non lo fanno solo gli studenti, lo fanno i professori e - purtroppo - proprio i libri: quei testi scolastici tragicomici - soprattutto di Scienze Umane - che riassumono al punto da non spiegare nulla, togliere le parti stimolanti e divertenti degli argomenti, ridursi a chiacchiera (anche inesatta). Mi tocca abusare della fotocopiatrice in quasi tutte le scuole dove vado: uso altri libri, scrivo io (chiedo perdono al sancta santorum degli autori accademici) o - talvolta - faccio scrivere ai ragazzi... inizialmente non è di qualità ma poi lo diventa o almeno scopriamo il percorso.

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    1. Grazie per il commento. Tra me e Rousseau va tutto bene. Crocianamente leggo gli autori distinguendo "ciò che è vivo e ciò che è morto".
      Rispetto alla piega didattica del tuo commento, sono amaramente d'accordo con te.

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  2. Sono d'accordo sul fatto che le potenzialità delle rete sono enormi e vanno giustamente apprezzate, ma non sottovaluto l'impegno di saggista e scrittore per analisi un po più a lungo termine. Che tali pregi siano quelli che dice Sinibaldi, non c'è dubbio. Controversa potrebbe essere la questione se la vera politica oggi si faccia online. Potrebbe essere vero solo in circostanze particolari e delimitate nel tempo.

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  3. Grazie Edoardo per il commento. La Rete per l'azione politica è un ottimo strumento di facilitazione nei processi di organizzazione, informazione e propaganda. Ma la riunione politica non può in alcun modo essere sostituita con lo scambio di email o un forum. Amicizia, amore, educazione e politica, come altri ambiti dell'esistenza, non essendo riducibili alla dimensione della funzionalità e dell'efficacia, non possono essere trasportati tout court nella dimensione virtuale, se non a costo di una tramutazione radicale.

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