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Semplicemente Gutiérrez



Semplicemente Gutiérrez (Voland, 2014, traduzione di Marika Marianello) è un agile e intenso romanzo del narratore argentino
Vicente Batista. Si tratta di una storia delicata e divertente, ma che nelle sequenze finali discopre un fondo amaro e degno di meditazione.
È la storia di un ghost-writer, uno scrittore di libricini commerciali, obbligato a sfornare ogni due settimane prodotti letterari di una novantina di pagine, oscillanti tra i maggiori generi di largo consumo, dal giallo all’erotico, dal western alle storie di spionaggio, con periodiche soste nella divulgazione scientifica o nei testi di auto-aiuto. Tutte opere prodotte dal protagonista sono pubblicate sotto falsi nomi, completamente inventati, secondo le disposizioni dell’editore. Nell’ambito dell’industria culturale, questo fenomeno è piuttosto noto, ma Batista si diverte a radicalizzarne i toni, non senza qualche ragione.
Il povero Gutiérrez conduce una vita estremamente solitaria, i suoi soli rapporti sociali sono quelli con l’editore Marabini, con l’amico (o alter ego) Requejo, scrittore recalcitrante a ogni forma di pubblicazione commerciale, e con una fantomatica Iolanda, di cui si rimpiange una relazione passata, senza mai riuscire a riannodarne i fili. Per il resto, la regolare esistenza di Gutiérrez attraversa la cadenza ripetitiva di gesti abitudinari, di escursioni nel web sotto le vesti del mitico Conan il Conquistatore, intuizioni narrative e brevi passeggiate sportive. Sullo sfondo di questa vita aleggiano alcuni problemi. Il primo e più vistoso è la presenza kafkiana dei “correttori”: soggetti mitici di cui non si può parlare apertamente e che ciascun ghost-writer immagina come sanzionatori di ogni velleità artistica o filosofica. Poi c’è il “romanzo segreto”, quello che Gutiérrez nasconde gelosamente in un labirinto di file blindati nel proprio pc e che si ripromette un giorno di pubblicare. Naturalmente questo equilibrio è destinato a rompersi, per una serie di accadimenti sviluppati nell’ultima parte del libro.
Non è corretto ragionare apertamente sul finale di un’opera appena pubblicata. Però mi piace proporre una piccola interpretazione. Ho letto le poche recensioni pubblicate finora, e mi pare che tutte riconducano il libro di Batista a un discorso dedicato al sottobosco dell’editoria. Ritengo che questo possa essere detto solo in parte. L’autore racconta certamente il rapporto con la scrittura, ma sa offrire al lettore uno spaccato di alcuni aspetti drammatici della vita moderna. Il protagonista del romanzo sa ideare personaggi di ogni tipo, situazioni fantascientifiche e nozioni storiche inesistenti (come quando gli si chiede inventare di sana pianta un antico oroscopo di qualche civiltà precolombiana). È disperso nella scrittura in una molteplicità di identità cangianti, in cui ogni tanto è costretto ad assumere i punti di vista, e spesso si sente del tutto a proprio agio nei panni delle proprie creature letterarie. Nel tempo libero, in cui potrebbe finalmente tornare essere sé stesso, assume un’ulteriore identità letteraria e comincia a chattare con altri cybernauti della cui vera storia – ovviamente – non saprebbe raccontare nulla.

Ciò che però emerge in modo progressivamente lacerante è l’impossibilità, nelle molte maschere che ciascuno di noi è costretto o indotto ad assumere nella vita sociale, di nascondere sé stessi. In altri termini, nei nostri avatar (reali o virtuali) emerge sempre una natura profonda di cui ci vergogniamo, che non amiamo e mal sopportiamo, e che in realtà respingiamo proprio perché non la possiamo lasciar andare, perché siamo costretti a fingere. È la stessa necessità della maschera a rendere insopportabile il volto. I “correttori” sono per un verso gli altri-sociali, ma ancor di più la nostra rappresentazione di quegli sguardi. Se ciascuno di noi decidesse di pubblicare finalmente il proprio “romanzo segreto” allora avrebbe davvero la sensazione che la propria storia, privata di quel costitutivo elemento di finzione, sarebbe esaurita.