venerdì

"La conchiglia" di Mustafa Khalifa




Da pochi mesi è disponibile nella collana Diwan dell’editore Castelvecchi l’importante romanzo (quasi) autobiografico di Mustafa Khalifa, intitolato La conchiglia, nell’efficace traduzione di Federica Pistono.
Costretto a fuggire dal proprio paese, la Siria, circa dieci anni fa, e dopo aver trascorso tredici anni nelle famigerate carceri del regime laico di Hafez Assad (padre dell’attuale leader di Damasco), l’autore ha riversato in questo incredibile libro tutta la disperazione della condizione del prigioniero. Ma non parliamo di una normale dimensione penitenziaria. Il racconto, infatti, è incorniciato nel rettangolo dell’universo concentrazionario, in quel fondo dell’umanità che abbiamo appreso a conoscere con le analisi di Primo Levi, con l’esperienza di Abu Ghraib, o con le ricerche di psicologia sociale di Philip Zimbardo. Ci è nota la provenienza dell’autore, e una sola volta, nelle pagine finali del libro, viene menzionata l’indicazione geografica che fa riferimento alla Siria. Volutamente Mustafa Khalifa occulta gli elementi spazio-temporali che possono facilitare la ricerca di un aggancio storico al racconto. Perché? Molto probabilmente, e lo suggerisce il titolo del libro, non interessa all’autore costruire una specifica denuncia contro un determinato regime politico. Non è questo il punto. L’autore ha l’ambizione di sollecitare una riflessione sull’universale condizione del prigioniero, sul suo rapporto col “dentro” e col “fuori”, ma soprattutto su come il male radicale, in cui la struttura concentrazionaria definisce i rapporti tra sorveglianti e sorvegliati, possa condurre l’uomo alla fabbricazione di una propria “conchiglia” - intesa come guscio - dall’interno della quale osservare silenziosamente l’inferno, determinando una perdita di quell’incosciente vitalità che caratterizza chiunque non abbia attraversato l’esperienza del male. E si tratta di una perdita irrevocabile, che non si può recuperare nemmeno alla fine del percorso detentivo.
Il protagonista del romanzo è un giovane siriano, promettente regista, che dopo aver completato i propri studi a Parigi decide di tornare in patria per costruire lì la propria carriera. Una volta atterrato a Damasco, tuttavia, viene prelevato dalle forze di polizia e consegnato ai servizi segreti. Un suo compagno di studi parigino lo aveva anni addietro denunciato al regime laico di Damasco, per aver pronunziato battute irrisorie nei confronti del “Presidente”, nel corso di una serata tra amici. Dal momento della consegna ai servizi segreti il protagonista inanella una successione implacabile di esperienze traumatiche. Le prime, orribili sevizie che lui e gli altri prigionieri sono costretti a ricevere, si riveleranno poi una mera “anticamera” rispetto a quanto la narrazione preserva nelle sue pagine centrali. Qui non si racconta di uno Stato islamico che nega la vita ai miscredenti. Il protagonista, al contrario, è accusato dal regime di appartenere ai Fratelli Musulmani, e per questo motivo è introdotto, insieme ad altre migliaia di oppositori (ma anche di numerosi detenuti privi di ogni legame con la vita politica, i cosiddetti “innocenti”) nella terribile “Prigione del Deserto”. La superficiale ammissione iniziale da parte del protagonista del proprio ateismo, non solo non gli consente di sottrarsi all’accusa di appartenenza a un gruppo politico contrario al regime, ma addirittura lo mette in pericolo di morte nella cella in cui è recluso, e lo costringe a dieci lunghi anni di silenzio assoluto, di isolamento, di auto-nascondimento in quella “conchiglia”, dalla quale riesce a scrutare la dinamica antropologica che trasforma gli esseri umani quando sono costretti nelle condizioni carcerarie maggiormente punitive.
L’autore non fa alcun riferimento alle circostanze storiche che condussero a questo scontro radicale tra la Fratellanza Musulmana e il governo di Assad. Gli anni Ottanta furono effettivamente segnati da una conflittualità accesissima, in una tormenta di attentati e asperrime rappresaglie. Conoscerne la dimensione evenemenziale può agevolare la comprensione del romanzo. Ma ignorarla non inficia affatto la possibilità di pervenire immediatamente al cuore del racconto.
Mustafa Khalifa non risparmia nulla al lettore nella descrizione dettagliata delle terribili torture subite dai prigionieri, eppure intense pagine sono dedicate a una sottile descrizione dei tratti psicologici caratterizzanti gli uomini appartenenti alle diverse “correnti” della religiosità islamica. Lo spaccato culturale che ne emerge è profondo, complesso, e capace di restituire anche il fascino antico di alcune figure e pratiche religiose. Dopo molti anni di sevizie e umiliazioni, torture subite ed esecuzioni capitali “spiate” da un foro della parete, il protagonista riesce anche a costruire qualche relazione affettiva importante all’interno della cella. Ma al dodicesimo anno di prigionia, qualcosa cambia. L’interessamento della propria famiglia gli consente di attraversare nuovamente le sezioni di tre diversi uffici dei servizi segreti (e anche questa descrizione articolata del sistema di sicurezza siriano appare letterariamente molto efficace), e di tornare, infine, in libertà.
Ma quella restituzione è come un seme piantato in una terra ormai inaridita, o bruciata da un veleno che rende impossibile la fioritura di qualunque sentimento. Colui che ha vissuto sulla propria pelle la riduzione dell’essere umano a oggetto di offesa fisica e morale - un’offesa violenta e condotta all’estremo - smette anche lui, in certo qual modo, di essere uomo. Tra le testimonianze dei sopravvissuti di Auschwitz abbiamo letto pagine simili a queste. Non vi è dubbio, pertanto, che prevalga in questo libro il respiro di una meditazione universale intorno alle conseguenze del potere dell’uomo sull’uomo.
Tuttavia la voracità con cui qualunque lettore si impossesserà queste pagine sarà dovuta, inevitabilmente, alla straordinaria capacità di affascinazione che Mustafa Khalifa dimostra nel descrivere i gesti, le parole e lo sguardo esistenziale della propria gente.