martedì

Rousseau e gli altri

(recensione scritta per la rivista internazionale Figure dell'immaginario)


Il Contratto sociale è un saggio dalla lunga gestazione, e sostanzialmente incompiuto rispetto alle intenzioni dell’autore. Per molti anni Rousseau ha osservato la vita politica del proprio tempo e i difetti nelle amministrazioni, come rivela nelle Confessioni, progettando un poderoso lavoro dedicato alle Istituzioni politiche, poi naufragato, e successivamente concretizzatosi in questo agile libretto dalla potente efficacia. Si tratta di un’opera che si innesta su una linea di svolta del pensiero di Rousseau. La categoria della “natura” così come era stata presentata nel Discorso sull’origine della diseguaglianza, è in qualche modo superata, o meglio, rivisitata, poiché col Contrat essa perde la sua strutturale inconciliabilità con la condizione civile, ed è invece “coordinata” alla pensabilità del contratto. Ciò significa che la natura, in quanto originario, non è l’orizzonte perso per sempre, da cui la storia tende inesorabilmente ad allontanarsi. Essa è invece l’orizzonte ideale o futuro. Nel Contratto sociale il diritto e la convenzione sono anch’essi “natura”, cioè la naturale dimensione umana con la quale è superata un’altra naturalità, di tipo pre-giuridico. Ma tra le due forme di natura esiste comunque una continuità, poiché la convenzione obbedisce al principio dell’approssimazione alla natura pre-giuridica, cioè procede verso la riconquista della libertà e dell’uguaglianza, rappresentate come tesori smarriti. Di questo caposaldo della tradizione democratica occidentale si è occupato Alberto Burgio nel suo libro Rousseau e gli altri. Teoria e critica della democrazia tra Sette e Novecento, edito da DeriveApprodi nel 2012, in cui sono raccolti alcuni scritti d’occasione, ben amalgamati nel volume. Nei suoi saggi, infatti, sono agevolmente rintracciabili alcune tesi interpretative originali e di grande rilievo. Ciò che può apparire in primo luogo paradossale, si affretta a precisare Burgio, è che questo libro non è un testo ascrivibile alla tradizione contrattualista. Anzi, esso sancisce la fine stessa del contrattualismo, vanificando il compito del contratto attraverso l’introduzione di una figura anomala e complessa, individuata come “legislatore”. Su questo importante problema, tuttavia, tornerò in un secondo momento. È prioritariamente necessario chiarire che la forza del pensiero politico di Rousseau non si situa nel suo ripensamento del patto sociale. La sua forza è data dalla profonda consapevolezza della difficoltà antropologica implicita nella convivenza politica. Infatti, se dovessimo chiarire in un sol punto il motivo che sta alla base dell’ispirazione rousseauiana nello scrivere il Contratto sociale, dovremmo concentrarci su un elemento che è già annunciato nei primi Discorsi, in particolare in quello dedicato all’origine delle diseguaglianze, e che attraversa in forme diverse gli altri suoi scritti, trovando nel Contratto sociale la sua più completa definizione. Mi riferisco alla decisa contrapposizione tra interesse particolare e bene comune. Rousseau pare estremamente preoccupato di questo dato. Questo è il punto di partenza e il punto di destinazione dell’opera. Un consesso sociale, di qualunque natura esso sia, necessita per sussistere e garantire ciascuno nel suo interesse ad appartenervi, di una tensione proveniente da tutte le sue parti al bene di tutti, sebbene esso continui a essere, per la sua stessa natura contraddittoria, un sistema sovra-individuale (eretto su soggetti individuali) di spinte centrifughe. La tensione perenne tra particolarità e generalità è dunque il cuore stesso del ragionamento politico. L’argomento, come si vede, è di quelli più difficili, e vi si innestano numerosi problemi, ma sia detto per inciso che proprio lo sforzo del ginevrino nella decifrazione di un modello o di strutture atte a gestire tale difficoltà avranno come risultato quello di rendere Rousseau uno dei più significativi teorici del sistema democratico. Certamente, nella formazione di una coscienza politica dell’uomo-Rousseau, non dovettero giocare un ruolo secondario gli squilibri sociali del suo tempo. Privilegi diffusi, fondati su dati accidentali come le parentele o le eredità nelle posizioni di potere, dovevano rappresentare agli occhi del filosofo un costante richiamo alla denuncia di quello che gli appare un dato corruttivo, una deformazione della diseguaglianze naturali. L’ostilità nei confronti di un tale sistema di esibita disparità, che solo lontanamente possiamo intuire mediante un’attuale considerazione della disaffezione nei confronti delle odierne “caste” nostrane, poiché nel secolo XVIII il privilegio non era mai motivo di vergogna, ma sempre di ostentato prestigio, non ebbe difficoltà a diventare anche uno dei motivi più popolari della Rivoluzione francese e del revanchismo sociale giacobino. Quali sono le fonti filosofiche cui l’autore attinge nella stesura del Contratto? Secondo Burgio, oltre che a interloquire con i grandi classici della tradizione giuridico-politica del contrattualismo moderno, come Hobbes, Pufendorf, Locke, e naturalmente Montesquieu, più volte richiamato nel testo con riferimento allo Spirito delle leggi, è molto presente in Rousseau il pensiero di Machiavelli. Come sappiamo dallo stesso filosofo ginevrino, egli s’inserisce esplicitamente in una corrente interpretativa del Principe come libro cifrato, solo apparentemente rivolto a un’espressione forte del potere esecutivo, ma in realtà dedicato al popolo – concepito come “principe” di se stesso – in una prospettiva repubblicana. Da Machiavelli Rousseau eredita in primo luogo il realismo, come suggerito dal noto incipit del Contratto, ma anche la valorizzazione dell’amor di patria e il primato della politica sulla sfera privata e sulla dimensione religiosa, ricondotta nell’orbita di una religione civile. Secondo la ricostruzione di Burgio, la fortuna del Contratto sociale è legata ai processi rivoluzionari, senza ombra di dubbio. Altre opere a esso precedenti procurarono all’autore una certa popolarità e oltrepassarono i confini nazionali. La nuova Eloisa, romanzo sentimentale amato dai romantici, vide – Rousseau in vita – 165 ristampe. Per dare un senso univoco a questa differenza, si pensi che del Contratto, nel medesimo periodo, vi fu una sola ristampa. Al contrario, dopo la presa della Bastiglia e nei dieci anni successivi, il libro fu ristampato 32 volte, cioè per una media di tre edizioni ogni anno. La passione con cui i giacobini si affezionarono al Contratto e l’interpretazione che ne diedero, facilitarono quella sovrapposizione assai imprecisa tra Rousseau e Robespierre come due dimensioni congiunte di una medesima cecità politica. Si pensi che Napoleone Bonaparte, rousseauiano in gioventù, sarebbe divenuto uno dei suoi più aspri liquidatori, come una parte considerevole della classe dirigente francese, per un processo estrinseco di connessione tra l’autore del Contratto e gli eccessi del Terrore giacobino. Molte furono anche le critiche, talvolta acute ma più spesso ingenerose, dei pensatori a lui contemporanei. La più significativa, che funge da modello anche per alcune contestazioni assai più tarde, come quella popperiana, va attribuita a Benjamin Constant. Lo schema della critica è il seguente: nel progetto di Rousseau la sovranità è titolare di un potere illimitato e prelude così al dispotismo. Se lo Stato può legiferare senza limitazioni, gli si concede di oltrepassare la sfera dell’esistenza umana del privato, mentre non dovrebbe poter essere possibile prevaricare l’indipendenza del cittadino. Di fatto Rousseau distruggerebbe, secondo questa critica, il confine stesso tra sfera pubblica e sfera privata, lasciando aperta la strada a una teoria politica fondata sul soffocamento della libertà. Le lettura di Constant fa da base a tutte le successive mistificazioni del Contratto, che giungeranno a considerare il ginevrino un precursore della prospettiva totalitaria. Per il vero, prima di leggere il testo, può essere utile chiarire da subito l’infondatezza di questa tesi. Constant confonde il potere legislativo con quello esecutivo, e se è vero che nel pensare il potere legislativo Rousseau impone una concentrazione – occorre comprendere che il detentore della sovranità e il governo restano chiaramente due strutture separate, sebbene non indipendenti. E nella visione di Rousseau il potere legislativo non tratta mai di questioni particolari ma formula solo leggi di natura universale. L’esecutivo – appendice del legislativo – gestisce il particolare. Questo è solo un lato del problema, con cui però non sfuggiamo all’obiezione di Constant. Resta il nodo di quella pervasività della sovranità nel legiferare; se questa potenza del legislatore è interpretata come negazione della libertà personale, vuol dire che nell’obiezione non si tiene conto della complessità e della ricchezza del concetto, sicuramente controverso, di volontà generale. Come Burgio ha correttamente osservato, tra i critici di Rousseau sembra vivere un’ossessione della politica, vissuta quasi come una minaccia nei confronti dell’individuo, “come strumento di invasione liberticida dei suoi spazi di autonomia, della sua sfera privata, dei suoi legittimi interessi economici. Ma qui dobbiamo porci un’altra domanda: "invasione da parte di chi?” (p. 145). Ciò che i critici di Rousseau maggiormente temevano era che ilContratto esprimesse l’istanza di ceti popolari e piccolo-borghesi orientati a rivendicare lo spazio politico che la grande borghesia e l’intellighènzia post-rivoluzionaria non erano disposte a concedere. L’obiettivo delle critiche a Rousseau può essere in fondo letto come lo sforzo di tenere le classi inferiori della società lontano di luoghi dell’esercizio della sovranità. Tuttavia, se vi sono state interpretazioni forzate di questo classico del pensiero moderno, è in parte dovuto anche ad alcuni elementi del testo che senza adeguata meditazione rischiano di risultare respingenti. Il primo è il fondamento unico della validità del contratto: l’alienazione totale. Se Hobbes concepiva la rinunzia di ciascuno a ogni diritto naturale per depositarlo nelle mani del sovrano, concependo tuttavia questo atto di sottomissione come alienazione “ad altro” di se stessi, Rousseau respinge l’idea che qualcuno possa sottomettersi volontariamente, se non a se stesso. L’unica ammissibilità della costituzione di una società per mezzo di un patto associativo, è l’alienazione di ciascuno a tutti, e dunque a un se stesso pubblico, più elevato del se stesso privato. È la sottomissione del particolare al generale, da interpretare quasi in senso etico. Una delle frasi di Rousseau più pregne di significato, nonostante la sua semplicità, afferma che si vuole sempre il proprio bene, ma non sempre lo si scorge. In questo senso il bene comune è quel fine che gli egoismi particolari fanno fatica a vedere. Per rispondere alle critiche di illiberalità va meglio compreso dunque il senso dell’alienazione. Per difendere la propria libertà, l’individuo deve compiere un’alienazione totale, ma talmente radicale da ruotare di 360 gradi e tornare in sé. Egli restituisce con quel processo a se medesimo la libertà su un piano più elevato, quello della libertà politica. Questa mutazione antropologica è di fatto l’inizio della storia e, come scrive Burgio, “sancisce il passaggio dalla logica dell’utile a quella del bene, dalla logica della ragione strumentale a quella della ragione morale” (p. 49). È importante segnalare la funzione trasformativa del patto. L’individuo astrattamente concepito fuori dal patto ha un’ottica monadica, mentre il patto, con la costruzione dell’ “io comune” è il suggello di una trasformazione antropologica. Riprendiamo dunque il concetto di potere sovrano, così come Rousseau l’ha concepito. La sovranità, quale espressione della volontà generale, è infallibile, inalienabile, indivisibile e non è data da una dimensione quantitativa. La maggioranza non necessariamente esprime una volontà generale. Considerando uno Stato astratto, con certe condizioni di voto e di decisione, allora avremmo senz’altro una democrazia realizzata e governata da una volontà generale espressione del “bene comune”. Ma Rousseau è un pessimista. Egli ritiene che nell’ambito del consesso sociale permanga un’inclinazione agli interessi particolari: minaccia concreta per la saldezza del “nodo sociale”. L’interpretazione più corretta del concetto rousseauiano di volontà generale è allora per molti versi quella kantiana. Essa non è il risultato di un voto di maggioranza, né di un’unanimità. Essa è un’idea regolativa, è ciò che vorrebbe la collettività se fosse orientata all’interesse generale. La volontà generale non è la volontà di tutti. Sebbene egli insista sul criterio di maggioranza per evitare una liquidazione tout court della democrazia, magari in favore di un dispotismo illuminato, è del tutto consapevole che le maggioranze, ma anche le decisioni unanimi, non sono garanzia di razionalità del volere. La corruzione può abitare anche nelle assemblee più coese. Pertanto la volontà generale viene sempre più a confondersi con il concetto di bene, e a porsi in una posizione che Kant direbbe trascendentale. Quella procedurale possiamo considerarla la prima strada tentata da Rousseau, ed è questa insufficienza che rende necessario il legislatore, che contraddice del tutto l’ipotesi democratica. Secondo Burgio è necessario cercare una risposta alla domanda: perché Rousseau disegna questo tormentoso tentativo di risolvere una contraddizione reale (tra volontà particolare e generale) nella consapevolezza della sua insanabilità? Burgio risponde:
“Il Contrat è l’appello, probabilmente – e consapevolmente – disperato, di un “profeta disarmato” che vede con lucidità l’incombente rovina verso cui la società procede, e che compie il solo gesto che gli è concesso: evocare il pericolo, implorare un ripensamento. Questa ipotesi dà consistenza all’immagine romantica di un Rousseau che si contrappone solitario al mondo: un’immagine che, com’è noto, lo stesso Jean-Jacques costruì accuratamente, e che pervade le sue pagine autobiografiche, a cominciare dalle Confessioni” (p. 73)
Si tratta di una lettura suggestiva ma io credo invece che nella sua genuinità Rousseau abbia creduto davvero di trovare una soluzione al problema, fino a un certo punto del ragionamento, salvo poi in finale avvedersi del potenziale fallimento. Ma come in altre circostanze della sua vita, come quando immagina di poter diventare un campione di scacchi profondandosi in un folle allenamento, o quando si ritiene pronto per comporre un’opera e dirigerla pur avendo una preparazione musicale acerba, conseguendo un deludente fiasco alla prova dei fatti, deve fare i conti con la sua capacità di illudersi oltremisura. Si tratta di un suo dato personologico, sebbene anche l’inclinazione al tragico cui Burgio faceva riferimento sia molto significativa. Pertanto è corretto lo sforzo che Burgio propone per cercare una risposta al problema che oltrepassi il dramma personale. Posto che il popolo non sempre e non necessariamente veda il proprio bene, proprio per questo motivo esso necessita di una guida esterna, che non prenda alcun ruolo nella gestione del potere esecutivo e che non conservi alcuna carica dopo avere esaurito il proprio compito. È una soggettività in certo senso estranea al corpo sociale, individuata nella figura del legislatore, che egli descrive attraverso immagini forti come quella del “precettore”, del “meccanico che inventa la macchina”, dell’ “architetto”. Con la funzione legislativa che egli assume sulla base di una conoscenza approfondita della storia del corpo politico, Rousseau deve formare un vero demiurgo che costituisca di fatto anche antropologicamente quel corpo politico, esautorando di fatto la funzione fondativa del contratto, e uscendo così speditamente dalla storia del contrattualismo moderno. Ma non basta. La sfiducia di Rousseau verso la capacità del popolo di pensare all’interesse comune è tale da aggiungere alla figura del legislatore una serie di tecnicalità formali, come la magistratura esterna, il tribunato romano, o anche evocando a tratti la necessità transitoria della dittatura e della censura, procedendo in collisione profonda con la tradizione contrattualista. Rousseau non era soddisfatto di questo suo libro, tanto da definirlo un libro “da rifare”, proprio per via delle difficoltà incontrate nell’elaborazione. Egli consegna però alla storia un pilastro della tradizione democratica, che resta tale perché vi pone un principio assai rilevante: si può considerare un governo legittimo solo quello che produce deliberazioni conformi al bene comune, il che è reso possibile o facilitato da una struttura politica equilibrata e formata da misure di bilanciamento. In altri termini, la legittimità dipende dalla presenza di vincoli procedurali del sistema giuridico, ma anche dal “rispetto dei principi etici consolidatisi nel corso dell’esperienza storica della collettività” (p. 42). Questo vuol dire che la lettura kantiana della volontà generale dev’essere integrata. La volontà generale va insomma “riempita” di storia. Essa incarna il bene del corpo politico inteso come Volksgeist, “quella volontà in cui sono venuti meno in effetti depositandosi, nel corso del tempo, gli insegnamenti dispensati dall’esperienza storica, e registrati da una parte della collettività come obiettivi da perseguire o, per lo meno, come idee regolative in base alle quali valutare criticamente la realtà per trasformarla” (p. 74). Quest’attenzione ai caratteri nazionali del popolo costituisce un altro dato assai importante per i Romantici ma, si vede bene, ripercorrendo l’intero percorso analitico con l’integrazione di tale elemento, come al pensiero di Rousseau debba molto anche la tradizione del costituzionalismo.

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