venerdì

Confessioni di un sicario dell'economia


Un caro amico mi ha recentemente regalato, in occasione del mio compleanno, il famoso libro di John Perkins intitolato Confessioni di un sicario dell'economia (Minimum fax), che non avevo ancora avuto occasione di leggere. L'ho fatto negli scorsi tre giorni. Questa lettura mi ha sollecitato alcune riflessioni che ho piacere di condividere. 
John Perkins ha lavorato per dieci anni ai vertici di un'importante azienda americana impegnata nella costruzione di infrastrutture, nell'ambito dei processi di modernizzazione di paesi in via di sviluppo, tra gli anni Sessanta e Settanta. Il suo racconto autobiografico mette bene in evidenza come l'interesse privato di queste imponenti strutture d'affari fosse in realtà un'appendice della più complessa operazione politica avviata dagli USA dopo la seconda guerra mondiale. Secondo le indicazioni che lui stesso dichiara di aver ricevuto dai servizi segreti, il suo compito professionale consisteva nel produrre false proiezioni econometriche per i paesi poco sviluppati, al fine di gonfiare le cifre delle potenzialità di crescita economica (e di consumo, soprattutto energetico). Su tali basi di calcolo, quei territori ricevevano ingenti finanziamenti da Banca Mondiale e FMI, anch'essi correlati a una strategia USA, per poi affidare la modernizzazione e la futura assistenza tecnologica ad aziende private americane e indebitarsi di fatto con gli Stati Uniti per un futuro indeterminato. I piccoli stati erano spesso indotti ad accogliere la proposta, poiché gli investimenti orientati alla modernizzazione (infrastrutture, servizi sanitari, istruzione, e quant'altro) erano impressionanti (noi in Italia ne sappiamo qualcosa); i capi locali erano garantiti con forme di arricchimento personale, e gli USA avevano costituito di fatto un protettorato, ottenendo il controllo di voti ONU e un'attività economica sempre in espansione. D'altra parte, è la stessa produzione della moneta americana che non è legata a un corrispettivo in oro, bensì continua a funzionare come moneta di riferimento solo sulla base della fiducia nella sua affermazione e crescita. 
Il racconto diretto ed estremamente chiaro, anche per chi come me non è particolarmente ferrato in materia economica, lascia rivivere al lettore importanti momenti della storia recente che a oggi paiono del tutto dimenticati. Perkins ci racconta i successi della sua professione, essendo egli stato uno dei principali anelli di esecuzione dello storico accordo tra USA e Arabia Saudita successivamente alla crisi petrolifera (che tanti danni avrebbe successivamente generato attraverso il finanziamento dei gruppi fondamentalisti di Osama Bin Laden). Il libro rievoca e chiarisce dettagli sui due colpi di Stato in Iran e sulla questione di Panama. Ci lascia comprendere la sofferenza delle popolazioni dell' Ecuador e il significato della guerriglia colombiana. 
Perkins è americano, e rivendica la propria continuità con i padri fondatori dagli ideali jeffersoniani. Dopo la sua esperienza di "squalo", anzi, come si diceva tra i membri dei servizi segreti, dopo essere stato un "sicario dell'economia" (cioè impegnato nella distruzione delle economie dei popoli a fini di assoggettamento alla struttura imperiale che gli USA ricercavano), rimase ancora per alcuni anni nel giro dei grossi appalti come consulente, mantenendo in piedi una parallela attività no profit a vantaggio delle popolazioni indigene dell'America meridionale. Ma gli eventi dell'11 settembre 2001 e la seconda guerra in Iraq, con il consueto apparato di clamorosa disinformazione che accompagnarono quei fatti, scoprirono definitivamente il suo latente senso di colpa e lo spinsero a confessare tutto in questo libro. Nella sostanza, credo che il suo lavoro, sebbene non contenga nulla di stravolgente (almeno per chi si è sempre accostato in modo critico alla propaganda) sia un'utile lettura per tutti.
Oltre a ciò, c'è dell'altro. Tra i tanti temi messi in campo da Perkins ne individuo uno più profondo, in parte filosofico, che mi pare interessante sottolineare. Egli delinea una contrapposizione classica. Da un lato abbiamo l'ideologia - profonda nella coscienza statunitense - identificabile come "teoria del destino manifesto", sostanzialmente riconducibile alla buona provvidenza dello sviluppo capitalistico come prova empirica della superiorità "di principio" della civiltà americana sugli altri popoli.  Si tratta della vecchia storia del "fardello dell'uomo bianco". Dall'altro persiste una convinzione di fondo dell'autore, che non è esplicitata in questi termini ma che si può evincere dal testo: il rispetto dell'ambiente, della natura, delle specie animali, deve combinarsi con il rispetto delle popolazioni locali, delle tradizioni, delle religioni e dei costumi. 
Il capitalismo travolge tutto fingendo di migliorare le condizioni di vita dei popoli, ma di fatto - numeri alla mano - produce sacche ampie di popolazione con condizioni di vita peggiorate e ai limiti di sopravvivenza, e private anche della loro appartenenza etnica. Il popolo - di fatto - non c'è più. Le risorse comuni sono privatizzate e di tanto in tanto il PIL viene riattivato bombardando uno Stato e avviando la ricostruzione. Quando? Semplicemente nei casi in cui l'attentato per uccidere il capo di governo che resiste al colonialismo non è sufficiente (il caso di Panama, oggetto della vergognosa aggressione americana del 1989) o non è permeabile (l' Iraq di Saddam Hussein). 
Questo problema mi pare interessante perché non è di facile soluzione, e quindi lo lascio aperto, così, a qualche commento. Si potrebbe osservare che la nascita stessa delle nazioni oggi note dell'intero continente americano sia derivata da un'espropriazione di identità, terra, cibo, risorse, ai popoli nativi. Ma se andassimo indietro nel tempo, potremmo anche lucidamente ricordare come molti stanziamenti umani del passato abbiano avuto questa caratteristica. Su un piano di rispetto antropologico, certamente ci commuove la consapevolezza della scomparsa di alcune civiltà. Ma al tempo stesso abbiamo una percezione forse hegeliana di una impossibilità storica del mantenere un mondo fotografato nelle sue diversità permanentemente preservate, come si fa con i beni culturali. E in fondo, nonostante l'orrore di tutti i colonialismi di ogni colore, i popoli investiti dallo sviluppo capitalistico - potendo scegliere - farebbero retromarcia? Naturale che le motivazioni degli Stati e delle aziende protagoniste delle campagne di invasione nulla hanno a che fare con filantropismo o volontà di migliorare le condizioni di vita dei nativi. Questo è inutile discuterlo. E non è neanche una questione riconducibile al solo capitalismo. I Cinesi che hanno invaso il Tibet sono stati certamente mossi da criteri di razionalità geopolitica, ma hanno poi usato anche l'argomento del miglioramento delle condizioni dei contadini, mantenuti nella buia ignoranza sotto l'autorità dei monaci. 
Ma una volta smascherata la propaganda e la sua ipocrisia, che sempre ripugna l'essere umano che si imbatte in essa, possiamo infine domandarci come risolvere il conflitto tra la conservazione dell'identità territoriale e ambientale di una comunità e la devastante (per le persone e per la natura) propensione alla crescita. Il buon senso ci conduce certamente alla via di mezzo, che non è l'ipotesi della decrescita felice, ma di un'ideale sobrietà negli stili di vita, che impedisca questa corsa alla produzione e al consumo energetico. 
Ma può una persona ragionevole e capace di leggere realisticamente i processi storici, ritenere che sia possibile porre un freno a un sistema come quello capitalistico? Possiamo credere che quell'ingranaggio sia governabile? Quando pensiamo di poter riformare il turbo-sviluppo, in realtà lo antropizziamo: è come se volessimo calmare un tizio molto agitato. E qui ci aiuta Perkins, per farci capire - bene sempre ricordarlo - che non c'è nessun complotto. Non c'è nessuno da prendere per la giacca e cacciare fuori dall'aula. La macchina va avanti da sola: 

 "Sarebbe perfetto se potessimo attribuire tutto ciò a un complotto, ma non è così. L'impero dipende dall'efficienza delle grandi banche, delle corporation e dei governi - la corporatocrazia - ma non è un complotto. La corporatocrazia siamo noi - siamo noi a realizzarla - ed è per questo, ovviamente, che ci riesce così difficile ribellarci e combatterla. Preferiamo scorgere cospiratori in agguato nell'ombra, perché la maggior parte di noi lavora per quelle banche, quelle corporation o quei governi o in qualche modo dipende da essi per i beni e i servizi che producono e commercializzano. Non possiamo sputare nel piatto in cui mangiamo" (p. 283). 

Niente catastrofismi, però. La storia è complessa, e io credo che sarà proprio dalla storia che arriveranno delle sorprese. In fondo i progetti un po' enfaticamente detti "imperiali" degli USA incontrano molti ostacoli, e non sono l'unica forza a fare paura noi poveri osservatori. Purtroppo ci sono altri spettri all'orizzonte. Il sistema di pensiero cinese, che espandendosi nelle ex Colonie europee sta dimostrando di avere anch'esso una propria teoria del "destino manifesto", non mi tranquillizza più dello zio Tom, né gli effetti collaterali dei nervosismi tra i produttori di petrolio lasciano presagire ottime cose. Ma tant'è. L'importante è almeno ragionarci, provare a capire, a decifrare le informazioni. Prendere posizione è sempre una cosa più complicata, ma in fondo lo stesso domandare è gesto preciso e denso di responsabilità.