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"Storia e libertà". Il saggio di Carlo Scognamiglio tra Hegel e Tolstoj

Intervista pubblicata su RomaItaliaLab.it

Scritto da  | 11 dicembre 2013
“Oggi abbiamo una temporalità quasi compulsiva, in base alla quale ogni singolo episodio abbiamo bisogno di percepirlo come significativo, anche se non lo è”. Carlo Scognamiglio, filosofo e docente, studia da anni la filosofia della storia. Dall’analisi di Hegel e Benedetto Croce (solo per citarne due), ha tratto un saggio intitolato Storia e libertà – Quattro passi con Hegel e Tolstoj (Pensa Multimedia editore). Lo presenta al pubblico giovedì 12 dicembre, ore 18, alla Libreria Alegre (Circonvallazione Casilina, 72). Con lui intervento l docente Luca Gori, il giornalista Alberto Di Majoe il coordinatore Rai Giordano Verardi.
Come nasce questo saggio?
Nasce da un corso universitario che io ho dedicato al tema della storia, di cui mi occupo da molti anni. Lo spirito del libro è questo: analizzando a fondo il concetto di storia nelle sue problematiche si arriva sempre al problema morale, cioè alla questione della libertà. Cercando di rispondere  alla domanda “che cos’è la storia?” si è costretti a trascinare, come fa Tolstoj, la questione della storia nella questione della libertà.
Ci spieghi meglio.
La questione della libertà non si riesce mai a definire teoricamente, attraverso uno sguardo filosofico o scientifico. La tesi è che la libertà non può essere teorizzata ma è un atto voluto, cioè non è dentro la sfera del discorso filosofico ma dentro la decisione etica.
Nel suo saggio lei fa una riflessione sulla filosofia della storia, dai greci ai giorni nostri, concentrandosi in particolare sul pensiero di Hegel e Croce. Qual è la sua tesi sulla credibilità della storia?
Nel libro evidenzio quanto sia difficile distinguere tra storia narrata e storia accaduta. Noi utilizziamo il termine “storia” per indicare entrambe le cose e presumiamo che la storia accaduta venga prima di quella narrata. In realtà questi due elementi non sono completamente separabili, perché la storia accaduta è sempre all’interno di una narrazione. E una narrazione storica è sempre un avvenimento. Hegel sostiene che i due momenti siano la stessa cosa, per cui non è possibile distinguerli. La mia tesi è che pur essendo inseparabili non sono la stessa cosa. C’è sempre una differenza tra una storia narrata e quella accaduta, difficilissima da individuare ma che comunque rimane.
Nella società moderna, come riescono i cittadini a difendersi dalle falsità raccontate dagli storici o anche dai giornalisti?
La vita collettiva è fatta di continue rivisitazioni del passato. In realtà la storia così come viene voluta dalla collettività è la storia di quella collettività. Non possiamo pretendere di avere una storia oggettiva che sia diversa da quella che una società vuole. Se ci sono delle falsificazioni, al di là di palesi operazioni di occultamento o di travisamento di documenti, ci sono dei processi di revisione del passato, ma anche della propria identità come collettività. Per fare un esempio: ciascuno di noi nella propria biografia, guarda all’infanzia o all’adolescenza per costruire l’identità. E quando lo fa tende a scegliere quegli episodi che meglio corrispondono alla visione che ha di se stesso. La stessa cosa fa la società italiana: quando vuole ricostruire una identità, tende a riformulare in modo continuamente diverso la propria storia nazionale. La controversia storica è sempre una controversia politica, perché la politica serve a costruire un’identità in un gruppo comunitario. Hegel direbbe: “Chi vince ha ragione”. La lezione storica che prevale è quella più vera.
storia e libertà
Non proprio un pensiero democratico.

Sì, ma se la rappresentazione della storia è prevalente risponde al bisogno di quella collettività di descriversi in quel determinato modo. Noi, oggi, abbiamo una serie di problemi che prima non c’erano. Abbiamo dei mezzi di comunicazione che tendono a distorcere e a manovrare la coscienza collettiva. Esiste uno spirito del tempo, un modo di guardare il passato che è condizionato dal presente.
Perché gli italiani hanno un senso della storia più spiccato di altri?
Non so se noi italiani abbiamo un senso della storia più spiccato di altri. Sicuramente esiste una concezione che Nietzsche avrebbe definito “antiquaria”, cioè guardiamo al passato con grande rispetto.  Anche perché la nazione italiana è popolata di tracce del passato, che ci ricordano le nostre radici. Il problema è che gli italiani non hanno un’attitudine a confrontarsi sulla storia recente. Pensiamo a quello che è accaduto in Germania dopo il nazismo, a livello di analisi, convegni, discussioni sul “passato che non vuole passare”, cioè sulla difficoltà a fare i conti con il nazismo. In  Italia questo non ci è stato. Il dibattito sul fascismo è stato molto limitato, viziato dall’ideologia o da un giornalismo propagandistico. Lo stesso vale per la storia del ’68, la cui narrazione è scivolata nell’ideologia.
Cosa è la storia oggi e che caratteristiche deve avere un evento affinché diventi avvenimento storico?
Oggi le condizioni della “storicità” sono particolarmente complesse. Lo sviluppo tecnologico ha compresso il tempo: la velocità con cui un evento precipita nel passato è più ampia di quella del passato. L’abbondanza di accadimenti fa si che nessun accadimento diventi in sé significativo. Il paradosso è che in futuro avremo una grande difficoltà nella ricostruzione di una memoria collettiva perché avremo una quantità così vasta di eventi sensazionali dei quali nessuno è sensazionale. Ma questo non eviterà che le società future possano scegliere quali sono gli eventi significativi e quali no. Faranno una selezione in base alle loro esigenze. Noi abbiamo una temporalità quasi compulsiva, in base alla quale ogni singolo episodio abbiamo bisogno di percepirlo come significativo, anche se non lo è.