giovedì

Quanto è inutile leggere Ammaniti


Non è vero quel che si dice di solito ai ragazzi: "l'importante è leggere, qualunque cosa sia, leggere fa sempre bene". 
Vampiri, sfumature di grigio, ammazza-tutti, "schiappe" oppure le divagazioni ridondanti di Gramellini e De Gregorio.

No, non è vero. Ci sono libri importanti, altri inutili, altri ancora addirittura deleteri, specie se destinati a un pubblico poco avvezzo al contatto con la pagina scritta. Gli insegnanti servono anche a fare certe distinzioni.

Tutto è iniziato meno di un mese fa, quando mi decisi a trascorrere qualche giorno di ferie nella campagna senese, portando con me i romanzi di un autore nato e cresciuto da quelle parti: Federigo Tozzi. Lo confesso, pur possedendone un romanzo, l'avevo lasciato da tempo giacere nella libreria, senza mai leggerlo. 
Così ho acquistato gli altri, e sono partito. Tozzi è stato per me una rivelazione, un autore di una profondità eccezionale, una capacità di definire con pochi tratti e mezze frasi la realtà psichica dei propri personaggi. Le visioni ambientali sono sempre filtrate dallo sguardo dell'osservatore che viene di volta in volta chiamato a ritagliare la propria prospettiva. Le figure sono vere, e sono tipiche, vanno oltre i luoghi e la storia, oltre il contesto e il parlato locale. Le figure siamo noi, e quindi la scrittura qui si fa grande letteratura. Un Dostoevskij italiano.
In particolare, il capolavoro Con gli occhi chiusi mi ha conquistato, alcune parti le ho lette più volte. Non mi dilungo, anche perché il romanzo è noto. La dinamica padre-figlio vi è rappresentata con un'universalità particolarizzata in modo sorprendente. Una penna elegantissima e delicata, uno sguardo che vede oltre le cose e le persone... 
Quanto mi ha reso ancor più piacevole quei giorni di riposo, la lettura di quelle pagine.

Tornato a Roma, passegiando di fianco alla mia libreria, cade lo sguardo sul libro di Ammaniti intitolato Come Dio comanda. Non so come sia finito in mezzo ai miei libri, ma ricordo che quando uscì avevo pensato di prenderlo, per conoscere l'autore, di cui non avevo letto il gettonatissimo Io non ho paura (e che a questo punto neanche leggerò), e della cui efficacia letteraria tanto avevo sentito parlar bene dai media. "Beh - mi sono detto - anche qui è centrale il rapporto padre-figlio, sarà bene dare un'occhiata, e magari fare un confronto".

Non l'avessi mai fatto! Mi sono imposto di finire il libro solo per poterne parlar male, ma anche perché sento dentro di me il monito gentiliano di non giudicare mai un'opera prima di averla letta tutta. Ma dopo le prime venti pagine il quadro era già chiarissimo. Naturalmente questo è un mio punto di vista, non voglio offendere nessuno. Io credo però che Ammaniti sia uno scrittore debolissimo. Restituisce l'idea di uno che prende appunti qualunque cosa gli accada. Che so? cammina per strada, vede una signora inciampare, se lo scrive, e mette via. Poi legge sul giornale di uno stupro nel bosco, se lo appunta, e mette via. Poi sceglie una trama, individua un po' di personaggi primari e secondari, e infila nel testo tutti quegli aneddoti e piccole osservazioni. Un paio di riletture e il romanzo è fatto.
Tipico il passaggio in cui uno dei personaggi centrali esce di notte, con il desiderio di trovare compagnia femminile, si ferma al distributore spendendo gli ultimi soldi, fino a quando improvvisamente gli appare una bella donna su una Mercedes fiammante. Tutto sembra preludere a una conquista fulminea, ma poi - ecco l'astuzia letteraria - la donna lo scambia per un benzinaio abusivo, lui prende la banconota da cinquanta euro e se ne va, lasciando la biondona di stucco. Una piccola furbizia da narratore di provincia, un giochetto. Roba, insomma, da corsi per "scrittura creativa". 
Lo scrittore che narra di gastronomia o di botanica, è noto, dedica molto tempo a studiare il lessico e le tecniche del campo che dovrà presentare. Ammaniti non vuole proporsi come un descrittore di ambienti (lo spero per lui), ma prova a mostraci delle personalità, dei tipi, delle psicologie. Ed è veramente difficile trovare in giro un libro così povero di penetrazione psicologica come questo. 
Niente, sembra che l'animo umano gli sia completamente sconosciuto. 
Egli pretende di presentare il protagonista Cristiano, un adolescente legato a un padre nazista e protettivo (a suo modo affettuoso), o le sue compagne di scuola tanto desiderate dai coetanei, facendone dei personaggi problematici. Ma è evidente che del profilo psicologico degli adolescenti Ammaniti non riesce ad accarezzare nemmeno l'ombra. 
La trama è inverosimile e insussistente. I personaggi delle macchiette insulse. Il rapporto padre-figlio è presentato secondo un paradigma talmente banale che potrebbe soddisfare soltanto l'appetito letterario di un Fabio Fazio.
Infine la scrittura. A ogni pagina mi tornava in mente Tozzi. L'autore senese non doveva descrivere niente per rendere visibile tutto. Una delusione amorosa cadeva in tutta la sua tragicità con una mezza frase. Un bordello fiorentino era presentato in quattro battute allusive. Chiare, chiarissime, perfettamente capaci di restituire lo squallore senza mai menzionarne alcun lato specifico. 
Ammaniti no. Lui ha bisogno di scrivere tutto, di descrivere genitali, teste fracassate, bestemmie, parolacce, battute di film pornografici, gabinetti puzzolenti e infezioni alla lingua. Tutto. Sembra provi gusto a solleticare il lato pruriginoso del lettore. Non per una vocazione realista. Altro che Zola. Nulla è più lontano dalla realtà dell'inverosimile storia da lui raccontata. Una storia in cui in una sola notte accadono una quantità di episodi talmente eclatanti che non riusciresti a collezionarli neanche in cinque puntate consecutive di A-Team.

Dopo l'ennesima delusione, salvo rare eccezioni, ho dunque deciso di tenermi lontano da ogni passato o futuro vincitore del Premio Strega.

Tanto poi ci ricasco.