giovedì

L'etica va fondata filosoficamente, o la filosofia presuppone una scelta etica?



Quando si discute della filosofia di Guido Calogero, è buona norma tenersi lontani da ogni forma di ricostruzione rappresentativa del profilo intellettuale e teorico dell’autore. Questa sorta di cautela dipende in verità dal rispetto nei confronti di un’esplicita diffidenza, dichiarata da Calogero, nei confronti di ogni Darstellung filosofica. Gli autori, secondo il suo pensiero, con il loro lavoro ritengono di aver già offerto un’esaustiva presentazione di sé stessi, ragion per cui ogni possibile “rappresentazione” costituirebbe uno svilimento di quello sforzo concettuale. Ecco perché, a suo parere, gli autori vanno citati e discussi, e non ridotti in uno schema descrittivo.
Pertanto, dovendo trattare del nucleo concettuale della filosofia del dialogo, cercherò di attenermi allo spirito critico sollecitato da Calogero stesso, provando qui e là a tirare qualche filo dal gomitolo teorico del suo pensiero, per cercarne l’origine, o problematizzarne le conseguenze.
È vero che quando nel 1962 Calogero raccolse nel volume intitolato, appunto, La filosofia del dialogo, molti suoi scritti sui temi dell’alterità, del laicismo e del liberalsocialismo, intendeva racchiudere in un corpo organico un ragionamento unitario che ambiva a costituire un fondamento stabile, cui appoggiarsi nell’ “immenso mare storico dell’indefinitività”. Con ciò alludeva a quella difficoltà teoretica su cui lungamente aveva lavorato da giovane, tentando uno sviluppo autonomo dell’idealismo gentiliano, e in qualche forma anche di quello crociano. Quell’indefinitività è in sostanza un esito ineludibile della filosofia moderna, la sua ricaduta più consistente, in quanto risultato di una dissoluzione, secondo Calogero irreversibile, del pensiero metafisico e gnoseologico. Le analisi sviluppate nei saggi de La conclusione della filosofia del conoscere (1938) avevano toccato punti importanti e in parte convincenti, evidenziando come la radicale coerenza filosofica dell’attualismo dovesse spingersi oltre l’attualismo stesso. Calogero si appropriava a tal punto della struttura argomentativa gentiliana, da rovesciarla sul lavoro del proprio maestro, indicando non solo l’intrinseca natura autoinvalidantesi di ogni gnoseologia e ogni metafisica, ma individuando tanto nella filosofia di Gentile, quanto nella teoria crociana dei distinti, la tendenza a riproporre lo schema filosofico del mortuum, del “fuoco dipinto”, che non diviene, e trasforma il pensante in un pensato. Non essendo possibile arrestare la corsa del pensiero per porlo ad oggetto di studio, la filosofia deve rompere ogni legame con l’insistente esigenza gnoseologico-metafisica della propria tradizione e andare ad affisare, partendo dall’io, quel solo problema che realmente interessa il soggetto. Si tratta della questione etica, del rapporto con l’alterità.
La reazione di Croce alle critiche calogeriane fu piuttosto insofferente, accusando il giovane allievo di Gentile di misologia. Ma anche Gentile, sebbene con fare più delicato, dimostrò una certa ricusazione delle istanze derivate dal filosofo romano. Gentile era troppo accorto per non sapere che dalla teoria del pensiero, a rigore, non si esce mai, neanche sforzandosi in tutti i modi di rinunziarvi. È probabilmente per questa ragione che pur accogliendo nel Giornale Critico, nel 1935, una replica di Calogero ad alcune critiche crociane, in cui veniva ribadita la ripulsa di ogni filosofia che analizzi sé stessa, Gentile aggiungeva in coda una nota eloquente: “ i lettori del Giornale Critico sanno che esso non è né vuol essere l’organo di quel che si dice una scuola o di una dottrina determinata. E perciò non si meraviglino di trovarvi queste pagine del Calogero impegnato con tutta la sua logica a farla finita con la logica. Credo opportuno, anzi necessario, che ognuno esponga le sue ragioni e ricavi tutte le conseguenze dei suoi principii” (nota di Gentile a G. Calogero, Misologia, in “Giornale Critico della filosofia italiana”, 1935, XVI, III, pp. 260-269: 268).
Ogni pensiero morale presuppone la relazione con l’altro, ma l’esistenza dell’altro non può essere considerata un dato ovvio e a sua volta presupposto. Il tema della molteplicità delle coscienze, costitutivo per ogni dottrina etica, è complesso, soprattutto per un autore che prende le mosse dalla concezione attualistica, dove la molteplicità non c’è, se non per via d’astrazione. Proviamo tuttavia ad ammettere la possibilità di acquisire, come datum, l’esistenza di altri soggetti autonomi e determinati; questo stesso riconoscimento non può implicare ancora la loro natura di soggetti morali. L’altro uomo è secondo Calogero al pari di qualunque “molteplice”, ma potenzialmente può essere referente morale. Dipende dal mio atto empatico, dalla mia capacità di attribuirgli sentimenti, voleri e stati d’animo. Calogero parla di “costruzione ermeneutica” dell’altrui personalità come vero presupposto dell’esperienza morale. Affinché si dia una relazione etica, io devo in primo luogo avere di fronte a me Caio come persona fisica, poi interpretare Caio come soggetto capace di consapevolezza e sensibilità (interpretazione semantica), per poi porre la personalità e sensibilità di Caio sul piano della nostra stessa vita interiore. Solo a questo punto si può costruire un comportamento morale che non si fermi al riconoscimento, ma che si faccia “abnegazione”. Ecco, l’azione morale è rinunzia, sacrificio. Ma di cosa? Chi agisce moralmente, nell’atto stesso in cui riconosce la personalità altrui, rinuncia alla propria libertà in favore dell’altro. E tuttavia, questa battuta unica non può di per sé esaurire la complessità dell’etica. Il genitore che sacrifica tutto sé stesso per il proprio figlio, solo apparentemente è un buon esempio di amore genitoriale. La sua forza morale si costituisce là dove riesce non solo a rinunziare, ma pure a indurre il figlio a fare altrettanto. Altrimenti, l’altruismo dell’uno diventa funzionale all’egoismo dell’altro. Nel riconoscere e ripercorrere la personalità altrui, sacrificando la mia libertà per quella del mio referente morale, offrendo dunque un esempio di altruismo, non posso favorire l’egoismo altrui, ma devo farmi responsabile di trasmettere nell’altro un pari sforzo morale. Non mi posso limitare al sacrificio, ma devo indurre altri al sacrificio. Ecco perché secondo Calogero l’esperienza morale si traduce di fatto nell’esperienza educativa.
Siamo dunque giunti alla fondazione della filosofia del dialogo. La posizione dell’altro, il suo riconoscimento, genera la costituzione di una connessione dialogica, riducibile non soltanto all’atto del comunicare, bensì nella concreta apertura di ciascuno ai convincimenti dell’altro. Non esiste una vera costituzione dell’alterità se pongo una qualsiasi parte della mia prospettiva teorica come indubitabile e insuperabile. Anche questo passaggio rientra nella critica calogeriana delle metafisiche e delle teologia. La posizione dell’altro determina l’approccio dialogico, in cui sono pronto a esser persuaso su tutto eccetto che su un punto, che però rimane unico fondamento assoluto: cioè il dialogo stesso. Se non vi è alcun logo che non possa essere messo in discussione, la conseguenza non è lo scetticismo, perché, invece, un fondamento non metafisico c’è, ed è la stessa condizione del discutere, cioè la relazione dialogica. Chiunque voglia convincermi a non dialogare e a non ascoltarlo deve pretendere la mia interlocuzione e attenzione, per cui la sua è una vocazione auto-contraddittoria. Il principio del dialogo è l’unico fondamento assoluto. Il volume dedicato a La filosofia del dialogo si apre allora con un capitolo scritto nella forma della discussione tra tre interlocutori, Eudemo, Sofizomeno e Filalete, testimoni rispettivamente di un’aspirazione metafisica, una prospettiva scetticheggiante e l’idea fondamentale di una filosofia del dialogo. L’intenzione fondamentale dell’autore, che risulta da questa esemplificazione testuale, è che se ogni posizione filosofica può essere oggetto di discussione, il fatto del dialogare, dell’intendere e dell’essere intesi, è intrascendibile, è un processo sempre implicato e dunque, in senso traslato, l’unico possibile fondamento del ragionamento filosofico. Occorre comunque presupporre la volontà di dialogare. L’etica non è sorretta dalla logica. Semmai, e questo il punto di maggiore tensione della filosofia calogeriana, è la logica a essere sorretta dall’etica. La logica infatti, da Aristotele in poi, è controllo razionale del linguaggio e della corretta argomentazione, ma in tal modo, per potersi dare, presuppone la volontà di comunicare e dialogare, nonché di farsi comprendere, cioè presuppone il riconoscimento dell’altro, la situazione etica.
Ugo Spirito discusse in modo critico l’idea calogeriana del fondamento dialogico. Se si pone un dato inconfutabile, come l’istanza del dialogo, allora si ri-precipita nella vocazione metafisica che si voleva derubricare proprio con la filosofia del dialogo. L’obiezione lineare che Spirito solleva, sebbene ben replicata da Calogero in una discussione che non è opportuno qui riprendere nei suoi dettagli, coglie il fondo del problema. La necessità di dimostrare l’importanza del dialogo fa oscillare Calogero tra due concetti non facilmente distinguibili, ma che andrebbero accuratamente tenuti separati: l’intrascendibilità dell’orizzonte del dialogo, e la capacità di questo a essere fondamento di ogni relazione. Per il primo lato della questione, Calogero riprende sotterraneamente la struttura dell’argomento giovanile di Aristotele. Per dire che non bisogna filosofare, occorre filosofare. Così, per asserire che non si deve dialogare, si deve pretendere che l’interlocutore ascolti questa istanza, e dunque dialogare. Ma l’argomento non dimostra ancora l’intrascendibilità, che è sempre violata dall’opzione possibile dell’afasia. Calogero lo riconosce, precisando che, posto che nessuno possa indurmi a non intenderlo, perché per farlo dovrebbe costringermi ad ascoltarlo, né altri potrebbe negarmi il dialogo, in quanto ciò lo necessiterebbe a rivolgersi alla mia attenzione, è vero che io posso far venir meno, da solo, la volontà di dialogare. In ogni momento, io sono costretto a scegliere se rimanere chiuso nella mia egoità o aprirmi agli altri. In questo senso Calogero arriva alla questione del fondamento. L’opzione tra egoismo e altruismo, cui sono in ogni momento indotto a scegliere, è un’opzione etica, e dunque siamo capaci di confermare l’idea secondo la quale l’etica non cerca una fondazione filosofica, ma è la filosofia a necessitare di una fondazione etica. Se il mio agire dipendesse dalla mia visione della realtà, dovrei negare automaticamente la capacità di agire eticamente a ogni altro che discosti la propria visione dalla mia, negando agli altri l’esercizio delle medesime libertà di cui io pretendo di godere. E inoltre così facendo vincolerei la validità della mia azione morale alla vigenza, foss’anche solo nella mia coscienza, di quella metafisica. L’etica è invece fondata sulla realtà dell’intrascendibilità relazione dialogica, o d’ascolto. E non si tratta a sua volta di una lettura metafisica del reale, bensì di una ineludibile condizione duplicata del mio stesso essere parlante e pensante.
Ma questo punto è problematico. Se io debbo poter scegliere tra isolamento e volizione dell’alterità, allora l’opzione tra egoismo e altruismo incarna la scelta tra due prospettive, una delle quali attribuisce una valenza assiologica, e dunque secondo una maniera larvatamente metafisica, alla costituzione dell’altro e della relazione con l’alterità. Calogero vede questa obiezione e prova a controllarla osservando che, pur ammettendo come parzialmente metafisica la filosofia del dialogo, “questa è la sola verità che è sottratta di diritto alla infinita esigenza del controllo dialogico” (G. Calogero, La filosofia del dialogo, Edizioni di Comunità, Milano 1962, p. 41). Qui Calogero sposta il problema, perché la prospettiva metafisica non è, come voleva Spirito, nella necessità del dialogo, ma nell’alternativa, che siamo obbligati a ritenere possibile, tra afasia e dialogo, che presuppone una concezione dell’esistenza e della possibilità, le quali costituiscono da sole un minimum di metafisica. E siccome nella metafisica solo impropriamente si può parlare di un minimo e di un massimo, si deve riconoscere che quando se ne vede solo il grado minore, ciò dipende dal fatto che la buona parte, pur presente, non è stata ancora esplicitata.





1 commento:

  1. C'è un salto logico importante tra metafisica o ontologia ed etica, cosa che in Germania è avvenuta nell'1800 passando dalle concezioni spiritualiste (Dilthey) alla teoria sociologica di Weber.
    Ma il passo ancora più importante da compiere è passare da quest'ultima alla scienza vera e propria, cosa che ad esempio da noi è avvenuta con Pareto.

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