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Kant, gli shorts e la libertà personale








Proviamo a ragionare criticamente su un argomento scomodo. Molto difficile da affrontare. Questa estate, tramite social network, ho avuto notizia di un dibattito tra intellettuali a proposito dello stile di comunicazione non verbale delineato dalla scelta di alcuni capi d'abbigliamento, specialmente per quel che concerne il guardaroba femminile. Ne hanno ragionato pubblicamente lo scrittore Cubeddu, la Maraini, Oliviero Toscani e molti altri opinionisti più o meno noti. In realtà il dibattito è alquanto asfittico, perché viene costretto nell'alternativa - secondo me inesistente - tra libertà di espressione (quindi anche attraverso il look) e moralità pubblica. Essendo convinto che la libertà sia un valore morale fondamentale, non vedo sinceramente i termini del problema. Naturalmente ognuno dovrebbe poter scegliere secondo il proprio gusto e le proprie finalità sociali lo stile che meglio contraddistingue i propri scopi comunicativi. Così facendo, ciascuno apprende l'effetto che può generare sugli altri il proprio maglione bucato o una camicia nuova. Mi pare del tutto evidente. Il caso degli shorts però, pare abbia animato il dibattito un po' troppo. C'è un motivo dietro questa agitazione? Non siamo nel quadro della scelta individuale, che qui secondo me non è investito dal dibattito, bensì si deve guardare a un fenomeno sociale. Chi pensa che i processi della moda non siano altro che il frutto di percorsi di vita personali, o di gusto singolare, è in malafede, oppure non ha una lettura adeguata dalla realtà. Siamo di fronte, con la moda, a processi sociali estremamente ampi, complessi, e culturalmente significativi. La moda è una delle tante manifestazioni dello spirito oggettivo. Uno dei punti cardine dei processi comunicativi legati all'abbigliamento, e quindi - inevitabilmente - alla relazione commerciale, è proprio il nostro rapporto con la sessualità. Negare, come pure è stato fatto, che alcuni capi di abbigliamento costituiscano degli evidenti richiami a quella sfera della vita, è un'operazione di distorsione sbagliata e pericolosa.
A noi non interessa giudicare; a noi piace capire.
In un testo di Kant del 1786, intitolato Congetture sull'origine della storia, vi sono alcune notazioni interessanti relative alla dimensione sessuale della nostra vita. Il che, osservato da un personaggio come l'autore della Critica della ragion pratica, sollecita immediatamente la nostra curiosità. Secondo l'antropologia kantiana nella "foglia di fico", cioè nel coprire le zone erotiche del nostro corpo, si realizza una delle prime e importanti manifestazioni della ragione umana. La scoperta del ruolo giocato dall'immaginazione nella sessualità, scrive Kant, istruisce l'uomo nella possibilità, sconosciuta al mondo animale, di prolungare l'attrattiva sessuale. Quanto più l'oggetto è sottratto ai sensi, tanto più è capace di una attrazione prolungata, sebbene moderata. A questo proposito, Kant scrive una pagina molto bella, anche sul piano stilistico:

"rendere una inclinazione più intima e durevole, sottraendone l'oggetto ai sensi, rivela già la coscienza di un dominio della ragione sugli impulsi, e non solo, come nel primo stadio, un potere di soddisfarli in una sfera più o meno grande. La rinuncia fu l'artificio che dapprima solo nell'uomo, poi anche nella natura, condusse da stimoli solo sensibili a stimoli ideali, da desideri solo animali gradatamente all'amore e, insieme con l'amore, dal sentimento del piacevole al gusto della bellezza" 

Tale considerazione non determina decisioni censorie. La filosofia kantiana è assai lontana dal definire regole di condotta. Ma siccome sappiamo bene che nella moda ben poco è lasciato alla cura del singolo e forti sono i condizionamenti nella scelta dei codici comunicativi, una riflessione sulla "costumatezza" di alcune scelte stilistiche la possiamo anche fare in serenità, provando a cogliere in esse un elemento progressivo o regressivo.
Il fatto che alcuni modi di porsi nei confronti degli altri possano turbare o dis-turbare deriva da un elemento sostanziale, e non convenzionale. Nel caso specifico, direbbe Kant, alcune scelte nel look segnalano un elemento involutivo e sollecitano nell'altro pulsioni naturali (quindi non negative, per carità) che hanno però un certo segno, inequivocabile come tutti i dati di natura. Non  è un male in sé, anzi non è affatto un male. La pubblicità vive di questi agganci dell'attenzione a messaggi sollecitando l'eccitazione sensuale. Ma la domanda kantiana potrebbe essere un'altra: questi fenomeni culturali ci fanno perdere o guadagnare qualcosa, come esseri umani? Sembra eccessivo sollevare la questione parlando di pantaloncini o canottiere, però, come mostrerò tra breve, non è ozioso. Torniamo pertanto a leggere Kant:

"la costumatezza, questa tendenza a meritare la considerazione mediante la decenza [...], può essere considerata come la base della vera socialità: fu essa che per prima preannunciò che l'uomo era una creatura capace di essere moralmente educata. Questo tenue inizio fece epoca: diede una nuova direzione a tutte le idee ed ebbe in ciò importanza maggiore di tutta l'interminabile successione dei progressi posteriori della civiltà".

La considerazione kantiana qui è interessante, però, da buoni hegeliani quali proviamo a essere, non possiamo non ricordare che il progresso stesso, se di esso possiamo ancora, almeno idealmente, permetterci di parlare, dipende sempre da una tensione dialettica. Ecco perché non mi piacciono le posizioni moralistiche che liquidano semplicemente alcuni processi culturali come regressivi, o animaleschi, rifiutando di accettarne la realtà. Allo stesso modo, trovo sgradevole la negazione della presenza di espliciti richiami sessuali in alcune scelte comunicative, attribuendo soltanto a un presunto sguardo perverso dell'altro quegli elementi di bestialità.
Abbiamo bisogno invece di consapevolezza. Non dobbiamo temere l'elemento "negativo", che è contrario alla libertà nella misura in cui ci vincola a bisogni animali, e rendere, attraverso il processo di analisi e comprensione, più forte la nostra stessa libertà. Solo accettando il nostro "residuo naturale", potremo emanciparcene al meglio. Ma accettare, detto per inciso, non può voler dire assecondare. Emacipazione, allo stesso tempo, non equivale a repressione.