sabato

Kant, gli shorts e la libertà personale








Proviamo a ragionare criticamente su un argomento scomodo. Molto difficile da affrontare. Questa estate, tramite social network, ho avuto notizia di un dibattito tra intellettuali a proposito dello stile di comunicazione non verbale delineato dalla scelta di alcuni capi d'abbigliamento, specialmente per quel che concerne il guardaroba femminile. Ne hanno ragionato pubblicamente lo scrittore Cubeddu, la Maraini, Oliviero Toscani e molti altri opinionisti più o meno noti. In realtà il dibattito è alquanto asfittico, perché viene costretto nell'alternativa - secondo me inesistente - tra libertà di espressione (quindi anche attraverso il look) e moralità pubblica. Essendo convinto che la libertà sia un valore morale fondamentale, non vedo sinceramente i termini del problema. Naturalmente ognuno dovrebbe poter scegliere secondo il proprio gusto e le proprie finalità sociali lo stile che meglio contraddistingue i propri scopi comunicativi. Così facendo, ciascuno apprende l'effetto che può generare sugli altri il proprio maglione bucato o una camicia nuova. Mi pare del tutto evidente. Il caso degli shorts però, pare abbia animato il dibattito un po' troppo. C'è un motivo dietro questa agitazione? Non siamo nel quadro della scelta individuale, che qui secondo me non è investito dal dibattito, bensì si deve guardare a un fenomeno sociale. Chi pensa che i processi della moda non siano altro che il frutto di percorsi di vita personali, o di gusto singolare, è in malafede, oppure non ha una lettura adeguata dalla realtà. Siamo di fronte, con la moda, a processi sociali estremamente ampi, complessi, e culturalmente significativi. La moda è una delle tante manifestazioni dello spirito oggettivo. Uno dei punti cardine dei processi comunicativi legati all'abbigliamento, e quindi - inevitabilmente - alla relazione commerciale, è proprio il nostro rapporto con la sessualità. Negare, come pure è stato fatto, che alcuni capi di abbigliamento costituiscano degli evidenti richiami a quella sfera della vita, è un'operazione di distorsione sbagliata e pericolosa.
A noi non interessa giudicare; a noi piace capire.
In un testo di Kant del 1786, intitolato Congetture sull'origine della storia, vi sono alcune notazioni interessanti relative alla dimensione sessuale della nostra vita. Il che, osservato da un personaggio come l'autore della Critica della ragion pratica, sollecita immediatamente la nostra curiosità. Secondo l'antropologia kantiana nella "foglia di fico", cioè nel coprire le zone erotiche del nostro corpo, si realizza una delle prime e importanti manifestazioni della ragione umana. La scoperta del ruolo giocato dall'immaginazione nella sessualità, scrive Kant, istruisce l'uomo nella possibilità, sconosciuta al mondo animale, di prolungare l'attrattiva sessuale. Quanto più l'oggetto è sottratto ai sensi, tanto più è capace di una attrazione prolungata, sebbene moderata. A questo proposito, Kant scrive una pagina molto bella, anche sul piano stilistico:

"rendere una inclinazione più intima e durevole, sottraendone l'oggetto ai sensi, rivela già la coscienza di un dominio della ragione sugli impulsi, e non solo, come nel primo stadio, un potere di soddisfarli in una sfera più o meno grande. La rinuncia fu l'artificio che dapprima solo nell'uomo, poi anche nella natura, condusse da stimoli solo sensibili a stimoli ideali, da desideri solo animali gradatamente all'amore e, insieme con l'amore, dal sentimento del piacevole al gusto della bellezza" 

Tale considerazione non determina decisioni censorie. La filosofia kantiana è assai lontana dal definire regole di condotta. Ma siccome sappiamo bene che nella moda ben poco è lasciato alla cura del singolo e forti sono i condizionamenti nella scelta dei codici comunicativi, una riflessione sulla "costumatezza" di alcune scelte stilistiche la possiamo anche fare in serenità, provando a cogliere in esse un elemento progressivo o regressivo.
Il fatto che alcuni modi di porsi nei confronti degli altri possano turbare o dis-turbare deriva da un elemento sostanziale, e non convenzionale. Nel caso specifico, direbbe Kant, alcune scelte nel look segnalano un elemento involutivo e sollecitano nell'altro pulsioni naturali (quindi non negative, per carità) che hanno però un certo segno, inequivocabile come tutti i dati di natura. Non  è un male in sé, anzi non è affatto un male. La pubblicità vive di questi agganci dell'attenzione a messaggi sollecitando l'eccitazione sensuale. Ma la domanda kantiana potrebbe essere un'altra: questi fenomeni culturali ci fanno perdere o guadagnare qualcosa, come esseri umani? Sembra eccessivo sollevare la questione parlando di pantaloncini o canottiere, però, come mostrerò tra breve, non è ozioso. Torniamo pertanto a leggere Kant:

"la costumatezza, questa tendenza a meritare la considerazione mediante la decenza [...], può essere considerata come la base della vera socialità: fu essa che per prima preannunciò che l'uomo era una creatura capace di essere moralmente educata. Questo tenue inizio fece epoca: diede una nuova direzione a tutte le idee ed ebbe in ciò importanza maggiore di tutta l'interminabile successione dei progressi posteriori della civiltà".

La considerazione kantiana qui è interessante, però, da buoni hegeliani quali proviamo a essere, non possiamo non ricordare che il progresso stesso, se di esso possiamo ancora, almeno idealmente, permetterci di parlare, dipende sempre da una tensione dialettica. Ecco perché non mi piacciono le posizioni moralistiche che liquidano semplicemente alcuni processi culturali come regressivi, o animaleschi, rifiutando di accettarne la realtà. Allo stesso modo, trovo sgradevole la negazione della presenza di espliciti richiami sessuali in alcune scelte comunicative, attribuendo soltanto a un presunto sguardo perverso dell'altro quegli elementi di bestialità.
Abbiamo bisogno invece di consapevolezza. Non dobbiamo temere l'elemento "negativo", che è contrario alla libertà nella misura in cui ci vincola a bisogni animali, e rendere, attraverso il processo di analisi e comprensione, più forte la nostra stessa libertà. Solo accettando il nostro "residuo naturale", potremo emanciparcene al meglio. Ma accettare, detto per inciso, non può voler dire assecondare. Emacipazione, allo stesso tempo, non equivale a repressione.








17 commenti:

  1. Penso che in ogni caso la questione problematica risieda nel potenziale processo ex post, quello della legittimazione. Un conto è affermare che c'è una innegabile sfera comunicativa che riguarda il carattere succinto o meno dell'abbigliamento, un altro conto è l'uso politico che si può fare intorno a questa constatazione; un uso politico che ha effetti di non piccola portata. Che ha effetti, per esempio, nel modo con cui intendiamo normare la questione dello stupro. Constatare che ci sono richiami espliciti di sensualità può prendere la piega di un uso politico di tale constatazione, con la non improbabile conseguenza di introdurre delle attenuanti allo stupratore, per esempio, ovvero di ritenere che il problema stupro sia legato a un incitamento e non alla responsabilità di chi stupra, perfino quasi a una corresponsabilità. Il che penso che converrai sia molto problematico e, per me, assolutamente da rifiutare, proprio in virtù della considerazione dell'abbigliamento inteso come una delle tante sfere di espressione della libertà personale, benché, certo, condizionata dalla moda. Penso che la concitazione derivi principalmente da quello, nel senso che dobbiamo stare attenti ai meccanismi di legittimazione politica - che poi diventa giuridica, culturale, ecc - che facilmente derivano dall'affrontare questioni del genere, le quali, nella loro apparente “innocenza” (“sto solo esprimendo un’opinione!”, si dice), se portate avanti nel discorso pubblico, diventano facilmente altro, e perpetuare una certa legittimazione culturale alla violenza di genere con effetti sociali decisamente dannosi.
    Un saluto, Denise

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  2. Anonimo22:31

    Il commento di Denise mi convince, perché riporta l'intervento di Carlo nella realtà e quindi alla necessità di non aprire varchi a chi li cerca per attenuare, se non giustificare, le tante forme di violenza di cui le donne sono vittime. Ciò non vuol dire negare il significato sessuale di niente, come invece fanno coloro che cercano di volta in volta di limitarlo a questa o quella espressione estetica, comportamentale o di altro tipo. Significa marcare bene, perlomeno nell'Italia del 2013 e probabilmente per molti anni ancora, la distinzione tra libera scelta individuale e costrizione, comunque motivata. Che poi la "libera scelta individuale" sia una frase priva di contenuto reale poiché ogni scelta, non soltanto quelle legate alla moda, è frutto di un indistricabile intreccio individuo-ambiente e delle reciproche, dialettiche influenze, è altro discorso.

    Giovanni

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  3. Cara Denise, come tu avrai letto all'inizio, so che la questione è delicata. E infatti cerco di non entrare nell'uso politico. Del resto mi fa orrore solo pensare all'attenuante giuridica di uno stupro, anche perché logicamente non esiste nessun rapporto tra sollecitazione sessuale e violenza sessuale. Mi pare che in India, dove gli stupri credo siano molto più diffusi che da noi, o in Egitto, dove la molestia sessuale è assai praticata, gli abiti succinti non siano così presenti. Anche in Italia, la violenza è prevalentemente domestica. La relazione tra abbigliamento provocatorio ed esercizio di una violenza io non la vedo, e spero che la normativa non si pieghi mai in questa direzione, anche se alcune sentenze a volte sembrino - ma non sono un esperto - aprire a simili interpretazioni. Su questo hai ragione. Lungi da me definire attenuanti di questo tipo, per carità.
    Non è di questo che volevo occuparmi nel mio intervento, ma solo ragionare sul dato storico culturale di una sempre più marcata esibizione di parti del corpo più o meno intime come scelta di costume, e poi, in questo senso, divenute attrattive anche su un piano di opzione personale.

    Comunque del tuo commento c'è una cosa che non mi convince. Non mi piace l'idea secondo la quale chi esprime pubblicamente un'opinione o semplicemente descrive un fatto (cioè che l'abbigliamento succinto è o può essere un richiamo sessuale, nella qual cosa io non vedo nulla di male, come ho scritto), sia perciò indicato come colui che crea le condizioni per una possibile legittimazione di decisioni politiche sbagliate. Le idee sono idee, e si devono confrontare liberamente. Quando ero giovane e facevo politica mi dicevano continuamente che a ripetere certi slogan si rischiava di creare un brodo di coltura, si lasciava spazio a convinzioni violente, eversive, ecc.ecc. Non mi piace questo modo di accusare l'altro di esporre idee che rischiano di aprire un varco a qualcosa di brutto. Non dico che tu lo faccia con me, ma sento il peso di questa accusa in molte occasioni. Insomma, chi ragiona pubblicamente, anche se sbaglia, anche se dice qualcosa di politicamente scomodo, è sempre meglio che lo dica, piuttosto che tacere. Ho letto che una giornalista negava l'uso seduttivo degli shorts, tanto per rimanere in tema, asserendo con tutta la sua forza che quei pantaloncini servono solo a stare "freschi", e che sono gli uomini a vederci qualcosa di diverso. Va bene, se il politicamente corretto è questo, se dobbiamo evitare di ragionare su temi sensibili per paura di creare effetti culturali, il danno mi sembra peggiore. Finiamo per non capire niente, e avviamo i nostri figli a non domandarsi il senso delle cose.
    Ciò che si dice nel discorso pubblico non può essere legato in modo causale all'esercizio di una violenza. Chi discorre, discorre e basta. Chi fa violenza, è un delinquente. Non mi convince quindi la battuta finale del tuo commento.
    Comunque ti ringrazio, le tue osservazioni sono sempre stimolanti, e mi fanno ragionare meglio su ciò che scrivo

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  4. Anonimo11:13

    Caro Carlo,
    mi sembra che la tua risposta a Denise sia rivolta anche a me, e comunque voglio spiegarmi meglio. Anch’io sarei infastidito se ritenessi di non potermi esprimere liberamente per la possibile strumentalizzazione delle mie opinioni, strumentalizzazione che tra l’altro va in direzione opposta al mio pensiero. Tu hai cercato di impedire tale strumentalizzazione precisando, più volte, come la pensi, ma ritengo che il varco tu lo abbia lasciato lo stesso. Provo a spiegare in cosa, esattamente, individuo tale varco. Muovo dalla convinzione, che dovrebbe essere simile alla scoperta dell’acqua calda, che tutti noi, consapevolmente o meno, esprimiamo e interpretiamo incessabilmente messaggi anche di tipo sessuale, legati a questo fondamentale istinto naturale. Quando perciò alcuni si soffermano soltanto su di una delle tante espressioni di tale istinto (nel caso, i pantaloncini), e quasi sempre riguardanti le donne, di fatto stanno cercando di far passare (poco importa se consapevolmente o meno) la norma come un caso eccezionale, quindi frutto di una particolare intenzione, nel caso di tipo provocatorio. Di qui il passo è breve, e può essere compiuto senza bisogno di esprimerlo, nel ritenere le donne in qualche modo corresponsabili delle violenze di tipo sessuale che subiscono nelle più diverse forme. Perciò se ci limitiamo a constatare un fatto di per sé vero, (i pantaloncini hanno anche un significato sessuale), senza svelare fino in fondo la normalità di tale fatto e la pericolosità insita nel trattarlo come un fatto eccezionale, apriamo quel varco di cui dicevo all’inizio. Il varco non consiste, dunque, nel dire che i pantaloncini inviano un messaggio anche di tipo sessuale, ma nel non smascherare che si tratta di una banalità simile a quella che commetteremmo se dicessimo che quel tizio respira, quell’altro mangia, ecc. Certo, si tratta di un varco molto piccolo, ma chi si concede il lusso di ragionare, di tanto in tanto, lentamente come una lumaca, può chiudere anche quelli.

    Giovanni

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  5. Io non ho aperto nessun varco e respingo drasticamente ogni allusione in questo senso. Mi dispiace. Il mio intervento muoveva altrove, non ho mai citato la relazione tra sessualità e violenza e non me ne sono occupato. Partivo da kant per fare luce su un dibattito che mi è parso superficiale. Non mi piace la teoria del "passo breve" comunque la si usi. E' vero, ho notato un'ovvietà, che però viene negata. Qui si ragiona e basta, i pericoli sono altrove. Grazie anche a te, Giovanni, per le tue precisazioni, anche se non le condivido in questa occasione, mi danno l'opportunità di precisare

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  6. Ciao Carlo, trovo interessante e per alcuni versi fondata la tua obiezione. Tuttavia, ho tralasciato di dire una cosa che, nel riflettere su questo argomento, ritengo fondamentale, e che Giovanni nell'ultimo commento ha accennato. E cioè: lo "spirito oggettivo" dovrebbe prendere in considerazione che la "costumatezza", la sfera socio-comunicativa che presiede all'abbigliamento, ha precise caratteristiche culturali declinate per genere. Detto in soldoni: per gli opinionisti che hanno dato avvio al dibattito, gli shorts sembra che comunichino - potenzialmente - qualcosa di diverso a seconda che li indossi un uomo o una donna. Poiché originariamente il dibattito verteva sulle ragazze, e su quello ha continuato a vertere, è evidente che anche nella discussione stessa vi è una precisa declinazione di genere, che ogni considerazione sullo "spirito oggettivo" non può ignorare, pena l'illusione che esso si dispieghi in modo neutro e indistinto per tutte le diverse cosiddette "categorie sociali".
    Questo che cosa implica? Implica che, se in una comunità x il pantaloncino indossato dalla ragazza sia generalmente associato a, per dire, la sensualità, mentre per il ragazzo soltanto a un'esigenza di far respirare le gambe, allora la ragazza, seguendo il tuo ragionamento (l'abbigliamento comunica sempre qualcosa, ha qualità socio-culturali, il che è certamente vero), ne segue che la ragazza dovrebbe porsi eventualmente in modo diverso rispetto al ragazzo rispetto a tale sfera comunicativa. Proprio in virtù della non neutralità del discorso, questo fatto, la "cautela" che dovrebbe avere una ragazza e non un ragazzo, ha un evidente background sessista, per il quale il corpo femminile è generalmente associato al richiamo sessuale, a differenza di quello maschile, che quando è scoperto non viene associato in genere a nulla di simile.
    Nella comunità x, dunque, interiorizzare lo "spirito oggettivo" per cui donna-pantaloncini-sensualità e uomo-pantaloncini-caldo, porterebbe a rendere normativa una distinzione che ha radici sessiste e non solo genericamente e neutralmente "socioculturali".
    Insomma, al di là delle potenziali strumentalizzazioni ex post, c'è qualcosa di "politico" dietro che presentare come "neutrale" e non declinato in senso sessista rischia di occultare una dinamica fondamentale, che è poi quella che ha scatenato il dibattito.
    Non c'è bisogno, spero, di precisare, che non ti attribuivo il pensiero della potenziale corresponsabilità dello stupro, ma facevo un discorso generale, sui rischi che può comportare un certo tipo di discorso.
    In realtà, sarei contraria a pensare che "le idee sono idee" e quindi vanno espresse a prescindere dalle strumentalizzazioni che se ne possono fare. Tendenzialmente penso che nel discorso pubblico le proprie opinioni personali non solo vadano argomentate, come del resto tu hai fatto, ma debbano tenere conto dei problemi culturali e delle soglie di conflittualità che da quelli scaturiscono. Insomma, non mi dispiacerebbe una consapevolezza politica intorno agli argomenti che affrontiamo, anche se in effetti non so rispondere in modo stringente alla tua obiezione, "le idee sono idee", perché in effetti questa cautela potrebbe portare a una sorta di autocensura che di certo non mi interessa legittimare.

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  7. Anonimo18:07

    Ho tentato di resistere, ma la questione delle "idee sono idee" è troppo stimolante. Vorrei però prima capire più esattamente cosa intendi, Carlo, e penso che porti una domanda potrà chiarirmelo. Hai scritto che quando eri giovane (a proposito, da quando non lo sei più?) non ti piaceva di essere accusato che:”a ripetere certi slogan si rischiava di creare un brodo di coltura, si lasciava spazio a convinzioni violente, eversive, ecc.ecc. Non mi piace questo modo di accusare l'altro di esporre idee che rischiano di aprire un varco a qualcosa di brutto”. Ma ti dispiaceva il fatto che ti accusassero di conseguenze “brutte”, che nulla avevano a che fare con le tue idee, oppure ti sarebbe dispiaciuto anche se ti avessero “accusato” di favorire conseguenze bellissime, perfettamente coerenti con le tue idee?

    Giovanni

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  8. Grazie a entrambi. Capirete che non è possibile trattare in una risposta le due questioni enormi che avete sollevato, cioè quella di genere, e quella del rapporto tra idee e prassi. Forse abbiamo orizzonti di partenza differenti o forse simili. Su entrambre le questioni, a dire il vero, io non ho le idee ancora del tutto chiare, ma questo è un altro discorso.
    Mi limito quindi a segnalare quanto segue, solo per precisare meglio i miei intenti:

    1) E' del tutto ovvio che la cultura contemporanea sia sessista. E quella occidentale lo è in modo diverso da quella orientale. Per la verità nel mio discorso "kantiano" la cosa è del tutto secondaria. Mi pare evidente che se un uomo entra in ufficio con i ciclisti aderenti ai glutei deconcentra tutti i soggetti potenzialmente attratti da quello stimolo sessuale. Solo che l'industria della moda, certo per motivi sessisti, ha concentrato nell'abbigliamento femminile la coppia seduzione-esposizione. Se la cultura stilistica avesse caricato la cosa anche sul look maschile, avrebbe funzionato lo stesso. Anche questo è un discorso lungo. Le dinamiche della moda sono complesse. Sta di fatto, però, ovviamente, che al fondo c'è una concezione sessista. Va bene. Però c'è, e quindi se io voglio osservare un fenomeno lo devo osservare per quello che é. Quindi, se di fatto consapevolmente o inconsapevolmente si adotta un modello comunicativo che può avere una carica seduttiva come comportamento di massa, io posso provare a ragionare sul perché. Personalmente, ribadisco, nella cosa non c'è nulla di negativo, mi piace però che si riconosca che la cosa abbia in sé un significato di relazione con l'attrattiva erotica, e provi a capire, partendo anche da questo, quale sia il nostro rapporto con la sessualità. Questo non mi avvicina, secondo me, neanche di un passo, a chi immagina una benché minima e per me incomprensibile teoria sulla minore dignità del genere femminile.

    2) Idee e fatti, conseguenze politiche di quel che si dice. Bah, che dire? Non credo che i fatti storici derivino dal dibattito degli intellettuali. Tutto può essere usato strumentalmente. Gli USA si ispirano al Vangelo per giustificare azioni di guerra. Si vuol responsabilizzare Gesù dell'imperialismo americano? Il lavoro dell'intellettuale non militante è sempre condizionato, naturalmente, dalla sua appartenenza di classe e dallo spirito del tempo, ma il suo mestiere è proprio quello di cercare la distanza giusta per capire ciò che è vero, non ciò che è utile. Quello è un altro mestiere. Anche perché non può farne a meno. Calcoli sulla comodità o scomodità di ciò che dice lo studioso non può farne, perché non ci riesce, ha sempre bisogno di capire meglio.

    Saluti e grazie

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  9. Anonimo21:57

    Hai ragione, Carlo, nel dire che il rapporto tra idee e prassi è troppo complesso, ma la tua drastica affermazione “le idee sono idee” non la condivido affatto e volevo dirlo. C’è però una tua affermazione nelle ultime righe che misura una distanza più importante tra i nostri punti di vista. E’ quando tu affermi l’esistenza del vero con la v maiuscola, assoluto, privo di natura storica e quindi immutabile. E che in quanto tale può essere ricercato solo da intellettuali non militanti, perché questi ultimi sono vincolati ad un livello inferiore di conoscenza, quello legato all’utile. E’ vero, tu riconosci che anche l’intellettuale non impegnato è, purtroppo, condizionato dalla sua appartenenza di classe e da quello che tu chiami “spirito del tempo” e che penso sia quello che i marxisti definiscono cultura dominante, ma ritieni tale condizionamento una catena che solo l’intellettuale non impegnato può tentare di rompere. Naturalmente tu sai perfettamente che non condivido affatto, e non sto a ripeterti perché, mentre vorrei sapere se ho ben interpretato ciò che hai scritto.

    Giovanni

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  10. No, non del tutto. Per un verso io ritengo certamente che vi sia un vero metastorico, cioè quello categoriale. E presumo che lo ammetta anche tu, altrimenti non potresti dire che "tutto è storico", poiché questa stessa tesi perderebbe di validità logica, e si autoinvaliderebbe.
    Ma qui non ragiono di questo vero ontologico. Niente maiuscola. Faccio riferimento invece alla motivazione della ricerca. Quindi a un vero storico visto da un punto di vista storico, che altro non è che il processo di interpretazione della realtà. L'intellettuale organico o militante, naturalmente, è votato alla costruzione di paradigmi teorici e interpretativi funzionali alla causa che sostiene. L'intellettuale non impegnato, invece, non possiede abbia una carta in più, ma proprio - anche psicologicamente - non riesce a fare a meno di cercare la visione chiaroscurale delle cose, di andare oltre l'utile e perseguire uno sguardo completo.
    Un esempio sciocco? Così, tanto per parlare. Nella mia condizione personale spesso lamento i pochi fondi all'istruzione. Perpetrando coerentemente la battaglia, dovrei ben sapere come poco funzionale alla mia istanza sarebbe riconoscere una parte di verità nel cavallo di battaglia di chi taglia i fondi all'istruzione. Cioè sarebbe per me funzionale evitare di sottolineare che c'è una parte del corpo docente che elude sistematicamente i propri impegni professionali, e che ci sono insegnanti - non pochissimi - preparati disciplinarmente e pedagogicamente in modo inadeguato. Come dire? Segnalarlo "potrebbe prestare il fianco a...", "il passo è breve" per un altro taglio o per la selezione a chiamata ecc. Lo so bene, non sono né uno sciocco né un reazionario.
    Pur consapevole delle conseguenze, il mio problema principale, non come militante sindacale, ma come osservatore del mondo in cui mi muovo, è capire che c'è un problema e c'è l'altro lato del problema.
    Secondo me non è una questione di scelte. L'intellettuale non militante, secondo me, è proprio colui il quale non riesce a fare a meno, per un irresistibile desiderio di conoscenza, di sospendere la questione dell'utile (che io non disprezzo affatto), e andare a cercare altro, anche se ciò che trova può rivelargli qualcosa di spiacevole, o contrario alle proprie istanze originarie.
    Forse così facendo si finisce per fare il gioco di quella che tu hai citato come "cultura dominante". Questo non lo so. Ma la forza di attrazione di una mai chetata pulsione alla ricerca e all'approfondimento mi pare un valore troppo alto, da poterci rinunciare.

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  11. scusa per qualche sgrammaticatura. Sono un po' stanco

    ciao

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  12. Anonimo09:57

    Caro Carlo,
    se per intellettuale militante intendiamo un intellettuale marxista, escludo che possa rinunciare a comprendere qualsiasi aspetto della realtà senza tradire la sua natura, che è quella di uno scienziato sociale, materialista e dialettico. La differenza con l’intellettuale non impegnato non è nel limitare in qualsiasi modo e forma la conoscenza, la comprensione, che anzi per l’intellettuale impegnato è un obbligo e non un impegno saltuario. Egli sa perfettamente e non si sognerebbe nemmeno di negare, come del resto chiunque altro, che esistano anche insegnanti incompetenti e peggio ancora, o che esistano operai reazionari come i crumiri e che i motivi della loro esistenza vanno compresi fino in fondo. Quello che lo distingue dall’intellettuale non impegnato è il fatto che legherebbe ogni conoscenza acquisita alla volontà di spenderla per incidere nel modo più efficace possibile nella realtà, per cambiarla radicalmente. Ed in base a ciò, cioè alla sua libera scelta di capire per cambiare, sceglierebbe di cosa trattare, con quali interlocutori, in che contesto. Egli ha qualcosa in più e non in meno rispetto all’intellettuale non impegnato, cioè la volontà di agire e non soltanto quella di capire. Io, come te, non sono un intellettuale impegnato, ma non per questo mi sento più libero. Al contrario, mi sento inconcludente, perché non posso spendere quel poco che so nell’azione pratica. Naturalmente anche il non militante può agire, ma il modo in cui lo fa non è neppure paragonabile, per efficacia, intensità, possibilità di confronto e una miriade di altri aspetti, con quello di un intellettuale militante.

    Giovanni

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  13. L'intellettuale marxiano ha lo stesso tormento di cui parlavo io, quello marxista è più simile al "militante" in generale, cioè che milita per una parte politica che legittimamente difende degli interessi. Questo sa bene che in certi casi è bene fare a meno dei dubbi e costruire un quadro ideologico in cui tutto torni senza zone grigie. Diciamo è una metafisica provvisoria. Lo scienziato sociale, quello vero, non ha poi così tante certezze. Io credo che Marx appartenesse a questa categoria. Molti marxisti, molto meno.
    Comunque sia, non mi sento più libero dell'intellettuale militante. Faccio solo la differenza. In fondo mi piacerebbe sapere con certezza qual è la mia "parte", ma non sono sicuro neanche di questo, quindi il guaio è serio...

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  14. L'intellettuale marxiano ha lo stesso tormento di cui parlavo io, quello marxista è più simile al "militante" in generale, cioè che milita per una parte politica che legittimamente difende degli interessi. Questo sa bene che in certi casi è bene fare a meno dei dubbi e costruire un quadro ideologico in cui tutto torni senza zone grigie. Diciamo è una metafisica provvisoria. Lo scienziato sociale, quello vero, non ha poi così tante certezze. Io credo che Marx appartenesse a questa categoria. Molti marxisti, molto meno.
    Comunque sia, non mi sento più libero dell'intellettuale militante. Faccio solo la differenza. In fondo mi piacerebbe sapere con certezza qual è la mia "parte", ma non sono sicuro neanche di questo, quindi il guaio è serio...

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  15. Anonimo11:58

    Non c'era bisogno che tu ripetessi due volte l'intervento, Carlo, penso di averlo capito alla prima...Scherzi a parte, continuo a pensare che la differenza tra militante e non sia nel pensare per pensare, da una parte, e nel pensare e cercare di capire per agire,dall'altra. Per quanto riguarda dubbi e tormenti, non mancano a nessuno. Comunque mi sembra che tu abbia tirato un po' troppo la giacchetta a Marx, non per la questione del comune tormento, ma per il fatto che Marx è sempre stato un pensatore militante e quindi, sulla questione che stiamo dibattendo, è stato ed è un testimone a mio favore, non tuo (se vogliamo metterla sul piano politico-legale...).

    Giovanni

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  16. hai ragione, un po' ho forzato. Un po' no

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  17. E' vero che una grande pop-star come Madonna può con una scelta anche banale attirare su di sè l'attenzione di tutti i mass-media del pianeta.
    Quanto un buon film, non necessariamente d'essay o da Oscar, può condizionare l'opinione pubblica?
    E' chiaro che se non vogliamo la banalizzazione completa dei comportamenti di massa , devono esistere anche nel cinema e nella musica circuiti alternativi

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