giovedì

L'edutainment dei professori di filosofia



Come si insegna la filosofia? Fermiamoci a questa domanda, senza chiedere, per ora, per quale
motivo sia tanto sensato (o forse non lo sia affatto) inserirla nei nostri percorsi di studio. 
Potrebbesi ritenere che il primo requisito per ben insegnare la disciplina sia un'ottima capacità di esposizione, la competenza nel ben apparecchiare una lezione, saper incuriosire l'uditorio (perché chi ascolta una lezione così si chiama, non è un allievo, è semplicemente un uditore), sollecitare eventualmente qualche domanda, emozionare, motivare allo studio, e - perché no? - divertire. 
Il professore di filosofia deve dunque saper tenere alta l'attenzione, giocare con le parole, stupire i propri allievi con un'espressione roboante come "cosare la cosa" o con qualche concetto ardito, come le critiche all'esistenza di Dio, il solipsismo o la rivoluzione sessuale. 
Che soddisfazione eh? Che bella gratificazione vedere tutti gli allievi, diciassettenni appena, forse efebici, ammirare il docente a bocca aperta, interessati, solerti nel porre una domanda intrigante, spiazzante, cui rispondere con un appagato: "A-Ah", "ci siamo!".
Da quello che leggo poi nel forum di facebook degli aspiranti docenti concorrenti per le classi di concorso filosofiche, è ormai penetrata acriticamente l'ideologia delle nuove tecnologie nella didattica. Sembra quasi impossibile preparare un discorso su Heidegger senza saper usare una "smartart" (ripeto testualmente ciò che mi è stato risposto a un mio dubbio circa l'uso del Power Point nello spiegare Heidegger). Piccolo inciso: figuriamoci se io ho preclusioni sulle tecnologie informatiche, che sono un blogger da otto anni. Ma gli apologeti della didattica multimediale somigliano agli aderenti dal M5S: o sei dentro o sei fuori. Senza chiaroscuri.
La società - è stato detto e studiato spesso e volentieri - ha molto risentito della dinamica comunicativa costruita attorno all'idea di spettacolo, prevalentemente in virtù della massiccia esposizione tra gli anni Ottanta e Novanta alla comunicazione televisiva, virando più recentemente  verso una forma di intrattenimento maggiormente partecipata, attraverso l'adesione a "eventi" e il posizionamento permanente su Internet. L'informazione è mutata in infotainment, la politica in politainment e l'istruzione, ahimé, in edutainment (interessante nella scuola primaria; inquietante nella secondaria superiore). Nulla di reazionario per carità, la comunicazione multimediale mi piace. Ma cerchiamo di capirne la ricaduta didattica non solo nelle sue potenzialità, bensì pure nelle possibili fragilità.
Anche se il problema che cerco di sollevare non concerne lo specifico dell'uso di tecnologie nell'insegnamento, bensì l'effetto di trascinamento di un modo di concepire la comunicazione all'interno della relazione educativa.
Genitori e studenti, per motivare un scarso impegno nel lavoro scolastico, spesso argomentano ricorrendo all'affermazione secondo la quale "il professore non fa venire voglia, non motiva, non sa tenere alta l'attenzione". Forse entrando in classe con quattro birilli e un cerchio infuocato si riuscirebbe meglio tenere caldo il clima, rispetto alla presentazione della Critica della ragion pratica, ma tant'è, la torcia accesa in bocca a Kant non la possiamo applicare.
Che occorrano strategie per saper motivare gli allievi è sacrosanto. E ci sarebbe molto da discutere sul concetto di motivazione. Ma che la lezione diventi spettacolare, è un adeguarsi della didattica alla società dell'intrattenimento. Con le slide, poi, la situazione si complica ulteriormente. Che brivido dev'esserci nel predisporre un Power Point sulla Shoah in cui si mostrano foto drammaticamente suggestive. Pare didattica. Invece è spettacolarizzazione della catastrofe, la quale viene vista, ma non viene pensata.
Anche a me capita spesso, se la lezione riesce bene, di mantenere anche per due ore un'attenzione molto partecipata in un'atmosfera vibrante. Ma ultimamente ho smesso di proporre questo genere di lezioni. La sensazione è che finito lo spettacolo, tutto torni come prima. Il lavoro sui testi a casa lo si conduce poco e male, le verifiche sono spesso povere, e allora tutto quel ben di Dio di emozioni e scoperte, manifestatesi nel mezzo della spiegazione, dove è andato a finire? Diciamo che si è spento, come l'occhio di bue sul protagonista. Gli spettatori sono tornati alla loro quotidianeità, ai loro pensieri personali, alle loro interrogazioni imminenti, alla loro vita, semplicemente. Ed è giusto così.
Rimmarrà un bel ricordo, rimarrà un rispetto per la materia e per il docente. Va bene. Non è poco. Ma la filosofia dov'è?
Credo invece che invece di impegnarsi tanto nel gratificare il proprio narcisismo (in fondo fare delle belle lezioni è molto piacevole anche per chi le espone), si possa immaginare una virtù diversa per il docente di filosofia.
La gratificazione della performance va forse sostituita con quella dell'anti-performance. Il buon professore, ho già avuto occasione pubblica di sottolineare questa mia prospettiva, è quello che non c'è, che scompare, che lascia avanzare gli altri. Concentra il proprio sforzo nella predisposizione di materiali, percorsi, nella selezione di testi, ma poi, in aula, cede il lavoro proprio agli allievi, lascia che siano loro a produrre e generare sensi è interpretazioni. E' il modello seminariale tedesco, in fondo, quello che usava Gadamer con i propri studenti. Un passo indietro, tutto qui. Sono Platone o  Severino a dover mostrare la loro filosofia, non io, la mia è solo una funzione di mediazione. Certamente maestri come Giannantoni, Sasso, Valentini, Garroni (i miei maestri), non lavoravano in questo modo. Utilizzavano il tempo della lezione per costruire un discorso filosofico, a contatto del quale gli allievi divenivano un po' filosofi, come i ragazzi di bottega che circondano e osservano un caposcuola. 
Ma io non sono né Sasso né Garroni, e i miei allievi non sono votati alla filosofia come gli uditori di quei grandi docenti. Siamo su due piani diversi. La didattica filosofica scolastica non può essere neanche lontanamente commisurata a quella universitaria. E il buon professore, come il bravo genitore, deve sapersi fare da parte quando il giovane cresce e procede con le proprie gambe. Ripensando a quei grandi maestri, peraltro, va pure detto che non sono riusciti in fondo a lasciare dietro di sé pensatori autonomi o quanto meno capaci di raggiungere le loro altezze. Il dato è significativo.
L'immagine di insegnante che io difendo è di fatto il rovescio della didattica-intrattenimento. Nella mia classe ci sono allievi, non uditori.
Forse, ma forse, questa è la via buona all'insegnamento della filosofia, e non solo all'ascolto della filosofia.




5 commenti:

  1. Anonimo09:51

    Sono convinto che lei abbia ragione, e che un'applicazione diffusa di queste idee alla didattica di molte discipline sarebbe auspicabile (anche per rompere la dogmatica positivistica della manualizzazione delle materie). Credo che molti colleghi si troverebbero in difficoltà nell'interpretare in maniera diversa il loro ruolo e nel vedere messo in discussione lo schema del loro sapere. Saluti
    Franco Gallo

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  2. L'idea di spettacolo proposta dai mass-media non dovrebbe essere troppo congeniale all'insegnamento della filosofia. Potrebbe esserlo meglio il modo di presentare le lezioni come appare da certi video delle università americane.
    Un modo di esporre colorito, un po' fuori le righe, ma sempre legato al testo.

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  3. Valentina Pompili15:50

    Hai colto nel segno il mio annoso personale problema di insegnamento, mi consolo con il fatto che so di avere questo difetto e quindi, per il solo fatto di saperlo, dovrei correggermi... però non mi accade con la filosofia, mi succede tanto di più con la psicologia e non sul piano delle slide (che trovo spesso avvilenti) ma delle attività (giochi, simulazioni, creazioni, produzioni, uscite, etc...) fuori dagli schemi. Ora centellino questi momenti, solo in una parte dell'anno, però non riesco ad evitarli... gli apprendimenti disciplinari non eccellono ma l'atteggiamento verso la materia diventa finalmente aperto e positivo. Poi penso a chi mi fece amare la Filosofia e ricordo una prof.ssa immobile che parlava basso e monocorde mentre io impazzivo per scrivere ogni sua parola e andare a vedere tutte le citazioni che faceva!

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  4. Caro Franco Gallo, mi fa molto piacere il suo intervento.

    Un abbraccio anche ai consueti Edoardo e Valentina

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  5. Nicola10:07

    Caro collega,
    pur non conoscendoti, mi trovo in perfetta sintonia con quello che scrivi! Parafrasando Derrida, è la "traccia" e non la "presenza" quella che noi docenti dobbiamo lasciare in classe, perché i nostri allievi emergano e incontrino i Filosofi e, insieme a loro, ragionino, con la nostra mediazione!
    Grazie,
    Nicola.

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