martedì

La svastica sul sole



Criticare i "mostri sacri" è sempre un'operazione difficile, ma esprimere una delusione di lettura, specialmente perché può derivare da limiti soggettivi, è certamente più agevole. La svastica sul sole (titolo inglese: The man in the high castle) di Philip K. Dick, non è il libro che speravo di leggere quando l'ho acquistato. Vabbé, questo può sempre capitare. Leggo qui e là che si tratta di uno dei romanzi più apprezzati di Dick, e ho trovato anche dichiarazioni dell'autore che giustifica la buona riuscita del libro con i "sette anni" di studi storici che sono stati necessari per la ricostruzione del fanta-scenario su cui si imperniano le vicende narrate. 
Ma qualcosa non torna. Ho deciso di leggere questo romanzo perché apprezzo la fantascienza, e perché ho studiato a fondo il nazismo. Vedere combinati insieme i due fattori è sempre stimolante se si conoscono le strutture del genere letterario e i contenuti della materia storica. Mi fa sempre molta impressione rileggere il ciclo Foundation di Isaac Asimov.
Qui però la sensazione è diversa. Per farla breve, come molti sapranno, Dick prova a immaginare un esito alternativo alla Seconda Guerra Mondiale. L'Asse risulta vincitore. I tedeschi occupano buona parte del mondo e alcuni pianeti, trasformano l'Africa in uno smisurato campo di concentramento e sono sempre impegnati in trame segrete per contendersi posizioni gerarchiche. Ci sono Bormann, Goebbels, e tutti gli altri. I Giapponesi gestiscono parte importante del continente americano, instaurando un controllo "morbido" sulle popolazioni locali, che però sono psicologicamente sottomesse al conquistatore (un corrispettivo delle popolazioni europee effettivamente dominate dall'imperialismo ideologico americano nel secondo dopoguerra). In questo quadro geopolitico raccontato e prefigurato a mio parere in modo molto abborracciato, che poco rende giustizia ai presunti sette anni di studio sul nazismo e ideologia nipponica, e che poco e male interpreta la dimensione dello sterminio, ci sono però due elementi narrativi importanti. Uno è la fede cieca della popolazione americana e nipponica nei Ching, l'oracolo cinese che pare determinare qualsiasi scelta o qualsiasi interpretazione della realtà - quasi a voler dimostrare un precipizio superstizioso al di là del nostro mondo apparentemente chiaro e razionale - e l'altro altro è la presenza di uno scrittore (the man in the high castle, per l'appunto), che pubblica un libro censurato dai tedeschi ma tollerato dai giapponesi, e comprato ossessivamente dagli americani: un libro di "fantascienza" che immagina l'Asse sconfitto dagli Alleati, la fine del comunismo e una sorta di "guerra fredda" tra Stati Uniti e Gran Bretagna. Abbiamo così anche il libro nel libro, che però non racconta una storia fantastica, bensì, si scoprirà alla fine, descrive una sorta di "realtà parallela". 
L'intereccio è confuso. Si ha l'impressione che Dick volesse scrivere un seguito, perché il tutto evapora in una suggestione modesta. Non so. Io non ho saputo apprezzare il libro. Se qualcuno dei miei diciannove lettori potrà offrirmi un aiuto ermeneutico, gliene sarò grato.