sabato

Discussioni tra colleghi e argomenti che mettono agitazione








Non era mai accaduto prima. In meno di 24 ore dalla pubblicazione di un post su questo blog ho ricevuto cinquecento visitatori e una quantità incredibile di messaggi privati. Ciò mi ha impegnato un'intera giornata. Evidentemente, con la mia riflessione molto personale, devo aver sollecitato la sensibilità di molti.
Trascuro tutti i messaggi di sostegno e condivisione, mentre devo dire che ho trovato di grande interesse tutte le obiezioni mossemi in questa occasione, e non posso esimermi dal rispondere con ordine, alle più intriganti.

Brevissima precisazione: non sono un apologeta delle insufficienze. E non ho escluso apriori l'idea di una scuola in cui siano definitivamente eliminate le bocciature. Chi pensa il contrario, non ha capito niente del mio intervento precedente. Sicuramente per colpa mia. Provo a essere più chiaro.
Piccolo inciso autobiografico: nella mia carriera scolastica, dove brillantemente lampeggiano tutte valutazioni al massimo possibile consentito dai sistemi di valutazione vigenti, campeggia una bocciatura, e ne vado molto fiero. Il mio primo esame universitario: stroncato. Non smetterò mai di ringraziare quel docente. Ne ho tratto una grande lezione.
Al contempo, pensando agli anni del liceo, avrei tanto desiderato essere rimandato in fisica e in chimica, perché non le conoscevo adeguatamente, ma mi furono attribuiti dei sette trascinati da ottimi voti nelle altre materie. Quanta fatica oggi nel capire la Philosophie der Natur di Hartmann! Ma anche questa, è solo una vicenda personale, non conta. Ognuno vive le cose in modo diverso, questo va riconosciuto. Forse allora avrei vissuto anch'io la situazione come uno stigma, e non è del tutto giusto ragionare col senno del poi. Ma torniamo a noi:

1) Rinviare la promozione in un periodo futuro non è un piacere, né sadico né di altro tipo. Lo dico perché ogni volta che si prova a ragionare in modo critico su un problema immediatamente si presenta il genio di turno che prova a semplificare tutto liquidando le posizioni altrui in due battute. L'obiezione secondo la quale chi attribuisce un'insufficienza è semplicemente un frustrato, come il giovane assistente universitario che respinge tutti agli esami, è superficiale e logora. Però l'ho ricevuta. 
Bene, rispondo in modo secco: sì, sono frustrato, è vero. Ma se assegno un'insufficienza, non è questo il motivo.

2) Rallentare un cammino scolastico non significa scaricare su alunni e famiglie il peso di una contraddizione sociale. Se la scuola fosse organizzata in modo diverso, si potrebbe anche eludere il sistema delle bocciature. Come dire? Mi hanno giustamente segnalato alcuni lettori che altrove si personalizza il percorso, e l'allievo continua a lavorare sulle materie che non padroneggia finché non sana la propria situazione, senza ripetere l'anno. Sarebbe bello introdurre questo sistema anche qui, e anche avere le scuole aperte di pomeriggio per colmare le lacune. Ma questa riforma in Italia non c'è, neanche all'orizzonte. C'è invece una scuola di massa che è organizzata male, spesso gestita peggio, e nella quale il singolo docente, che ovviamente non può scrivere una riforma, deve assumere una condotta. Il mio interrogativo, visto che non ho offerto soluzioni dogmatiche, è proprio relativo al che fare? in questa situazione. Io non sono sicuro di fare bene, ma lo domando a voi: se ho lavorato con cura durante l'anno, ho provato a far conseguire a ciascuno dei miei studenti le conoscenze necessarie al proprio titolo di studio, ma a fine anno mi rendo conto di aver fallito in uno o due casi, che faccio? Sono persuaso che quelle conoscenze siano importanti, e dunque esigo che siano maturate, oppure lascio correre?
Non sono certo di conoscere la risposta esatta, ma propendo per la prima opzione. Sbaglio?

3)  E' vero - come qualcuno mi ha scritto - che molti studenti fuggono dalla scuola pubblica per dirigersi verso i diplomifici, ma nelle mie "inchieste" con gli allievi registro che il disagio maggiore sta nel rapporto d'arbitrio che hanno con i docenti. Mi dicono che non si fidano di noi. Non riescono a credere che quel che proponiamo come necessario sia realmente utile, e questo è un problema complesso che non posso approfondire, ma mi dicono anche di essere confusi dal fatto che ogni docente ragiona a modo suo: chi viene, chi non viene, chi non c'è mai, chi è rigido, chi è morbido, chi è amico e chi è distaccato. Insomma, una varietà umana e pedagogica non positivamente ricca, ma frammentata e nevrotizzante. Il sistema malato, con un turn over al 40% e con tanti altri problemi strutturali, è un sistema che espelle. Su questo non ci piove.
Ma scaricare il problema del drop out su quei tanti docenti che spiegano, lavorano, verificano ed eventualmente segnalano lacune, significa essere in malafede.

4)  Non è vero che si respingono sempre gli studenti socialmente più deboli. Anzi, per esperienza ho sempre trovato grande sensibilità da parte del corpo docente per tutti i casi delicati. Di norma vengono respinti gli studenti che potrebbero, con un anno in più, completare al meglio il proprio percorso di studi. In più di un caso ho votato per fermare qualcuno che avrebbe affrontato un pessimo quinto anno, ma avrebbe invece fatto molto bene il quarto per una seconda volta. Non è mica una gara a chi arriva prima! Un collega di informatica, ricordo bene, disse in un consiglio di classe, parlando di un ragazzo un po' scavezzacollo: "no, sentite, non me la sento di mandarlo fuori così, magari se lo teniamo dentro un altro anno riesco a insegnargli un po' di informatica". Aveva torto?
Qualcuno ha scritto che la bocciatura è una pratica medievale. Può darsi. Ma nel caso sopra citato, che c'entra il Medioevo?
In altri frangenti vengono fermati studenti che hanno scarsi risultati non per debolezze nella preparazione, ma perché inanellano una serie incredibile di insufficienze a causa della propria relazione oppositiva nei confronti del sistema-scuola, beandosi della propria sfida all'istituzione. Fatte le dovute distinzioni, caso per caso, e consci dell'effetto Pigmalione, spesso abbiamo a che fare con dei comportamenti ai confini con la devianza, senza alcun rapporto con l'estrazione sociale. Non mi riferisco, infatti, ai classici conflitti interclassisti. Ora, io credo che alcuni disvalori, introdotti da una parte della società nella scuola, attraverso i figli, non possano e non debbano essere trascurati. Anche perché tra pari il condizionamento è massimo. Di fronte agli ideali del trucco, dell'imbroglio, del raggiro, della scorciatoia, la scuola non può rimanere indifferente. Mi spiace, qui non si tratta di essere duri o morbidi, ma di capire che mestiere si sta facendo.

5) Noi non siamo onnipotenti. La scuola è solo un pezzo di società. A volte funziona bene, a volte meno bene. Però non possiamo credere che il futuro dell'umanità o della vita dei singoli dipenda da ciò che noi decidiamo in quelle quattro mura. La società in cui vivo non mi piace, ma sono fiducioso che se nel patto educativo c'è onestà e chiarezza, una parte del proprio dovere è svolto, e qualche effetto positivo sul "resto" non può mancare.

Non basta, certo, ma io non ho la sindrome del supereroe. O almeno non ce l'ho più