venerdì

Dinamiche di fine anno e crisi docimologica







Riflessioni di questo genere sopraggiungono sempre e costantemente tra giugno e luglio, complici il caldo o la gravosa prassi docimologica di scrutini ed esami di Stato. Tocca fare i conti con l'annoso problema della scuola italiana: promuovere o respingere?
C'era una volta la discussione sul "sei politico", il rifiuto della valutazione come strumento di potere spesso classista e pervicacemente selettivo. Un dibattito che, seppur controverso, aveva il suo fascino e le sue ragioni. Oggi risulta superato, perché la scuola pubblica, salvo rare eccezioni (non necessariamente felici, per questa ragione), ha dismesso gli abiti del rigido giudice comportamentale, per indossare, spesso e volentieri, quello del pietoso medico, che di fronte a una società malata, al di là di ogni buona intenzione, finisce il più delle volte col lasciare incancrenire la ferita.
Vivo sovente un paradosso. Sono accompagnato per gran parte dell'anno scolastico da colleghi che si lamentano della modesta scolarizzazione dei propri alunni (spesso anche ventenni), sia in termini di rendimento che di rispetto delle regole minime dell'istituzione scolastica; minacciano altisonanti sanzioni a fine anno in ogni consiglio di classe. Salvo poi, in sede di scrutinio, lasciar sbocciare voti alti, altissimi, trascendenti.
Ora, io ammetto di avere un rapporto difficile con la valutazione, ché per esser seria deve tener conto di una molteplicità indefinita di fattori. Ci si prova, e talvolta ci si riesce, talaltra no. Tuttavia osservo alcuni colleghi adoperare verbi come "aiutare" o "salvare" in sede di scrutinio, con effetti semantici affatto equivoci. Sono turbato. Il mio proporre una sospensione di giudizio o una bocciatura è dunque assimilabile al negar aiuto a uom che soffre? o a un colpire a bastonate il can che annega? Orrendo.
La valutazione ha tante funzioni, di tipo comunicativo e pedagogico. Una sua specificità è di costituire un meta-sapere, cioè di educare alla legalità e alla cittadidanza (altro che progetti extra-curriculari, basterebbe essere rigorosi sull'applicazione di regolamenti scolastici e nella trasparenza docimologica per aver favorito la formazione di cittadini onesti). Senza essere ossessivi su questo, ma pur esercitando la libertà d'insegnamento, occorre sforzarsi di individuare bene percorsi e bisogni, per poi rintracciarne la compensazione. Lo studente, al di là di ogni considerazione generale sull'istituzione scuola, deve sapere con certezza che la propria valutazione corrisponde quanto più possibile a un descrittore di sue competenze disciplinari o di comportamento. Deve sapere che copiare è un reato. Deve capire che le lezioni vanno frequentate per la validità dell'anno scolastico. In un paese come il nostro, l'idea che sia la regola a definire limiti e potenzialità del vivere comune, e non l'arbitrio di questo o quel docente, di questo o quel dirigente o collaboratore alla presidenza, sarebbe già oro.
Ma allora perché alcuni colleghi sanno benissimo che i propri alunni stanno copiando un compito, e li lasciano fare? Perché gli consentono di entrare e uscire dall'aula, o dalla scuola, al di fuori di ogni logica didattica? Perché allievi privi di competenze espositive adeguate all'età e all'indirizzo di studi, vengono sospinti in alto in sede di scrutinio? Perché attribuire un "otto" in educazione fisica a tutti, anche a chi rifiuta di fare gli esercizi e sta comodamente seduto a conversare?
Io non credo alla storia delle raccomandazioni o delle simpatie, anche se so che in parte esistono, visto che in particolare i docenti di ruolo, spesso domiciliarmente vicini alle famiglie degli studenti, possono avere rapporti extra-professionali con questi. Ma sono casi rari, anzi credo addirittura rarissimi.
Per quale ragione, allora, se ho svolto in coscienza il mio dovere, sono sempre stato puntuale nel lavoro, ho creato occasioni di reupero, ho fornito materiale didattico, ho costruito adeguate verifiche, ho spiegato con chiarezza obiettivi e metodi, perché, chiedo, non dovrei sentirmi responsabile nel comunicare al mio allievo il suo bisogno di ulteriori mesi di studio prima di conseguire il titolo per il quale ha deciso di impegnarsi?
Devo forse pensare che dietro tanta "indulgenza" dei colleghi si nasconde la paura di non aver fatto fino in fondo il proprio dovere? Ma quello non lo si riesce mai a fare alla perfezione; è sempre un'aspirazione legittima, ed è nobile che molti non si sentano mai all'altezza del compito, ma ciò non deve privarci del valore della trasparenza.
E poi, cosa insegnamo agli alunni cui sussurriamo: "non ti preoccupare, fidati di me, bado io a neutralizzare quel collega troppo rigido, ti consiglio io ..." (quante volte ho percepito questo clima facendo da membro esterno agli esami di Stato). Non gli insegnamo forse la via obliqua al successo? E' questa la società che vogliamo contribuire a edificare? Se un alunno non è ancora pronto per sostenere certe strutture conoscitive, va respinto per il suo bene, per dare a lui il tempo necessario ad appropriarsi di strumenti culturali minimi ma indispensabili. Ma per la logica del rinforzo vicariante, ciò diventa un bene anche per i suoi compagni di classe, che associano con chiarezza il rapporto tra impegno e valutazione. Infine, ma non secondario, è il beneficio che la società potrà trarre da una relazione pedagogica basta sul rispetto nella trasparenza.
La bocciatura è un trauma? Insomma, i traumi dipendono dal filtraggio. Chi determina la costruzione di quel filtro? Chi lega la promozione a chiari obiettivi da conseguire o chi esercita un megalomane arbitrio "pedagogico", stabilendo che in ultima analisi è lui a decidere del destino degli individui a lui affidati? Il primo docente segnala lacune. Potrà non piacere, ma fa il suo mestiere, proponendo un sapere (la sua disciplina) e un metasapere (la fiducia nelle regole comuni e nella chiarezza reciproca). Il secondo docente, invece, favorisce l'insorgenza di un fenomeno che in psicologia si chiama "impotenza appresa". E chi si sente impotente, rinuncia ai valori. Tombola.




34 commenti:

  1. Concordo in pieno con quanto scrivi.
    Io da anni dico che è arrivato il momento di separare la funzione docente, dalla funzione giudicante.
    Non può essere che sia lo stesso insegnante che non fa niente a mettere poi i voti (che guarda caso sono sempre positivi).

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  2. Anonimo22:18

    L'idea della funzione giudicante non affidata al docente mi piace. Ma come la si realizza? Chi interroga i ragazzi al posto suo? Chi prepara, assegna e valuta le verifiche? O si procede con gli odiati test stile Invalsi?

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  3. No Luigi, non mi convince. Io credo invece che la valutazione sia un momento costitutivo della prassi d'insegnamento. Solo il docente che costruisce l'unità didattica, e ha il polso della classe e delle diversità in essa contenute, è in grado di calibrare la verifica e trasformare il momento valutativo, anche attraverso l'auto-valutazione, in un momento di riflessione sui propri processi di apprendimento, sui punti di forza e punti di debolezza. Naturalmente la soluzione al problema che tu segnali non ce l'ho, però considero il momento valutativo interno e inscindibile a quello didattico. Almeno secondo la mia esperienza

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  4. Bianca Lo Cascio23:48

    Considero la valutazione del percorso/processo di apprendimento inscindibile dalle persone coinvolte direttamente. Credo fortemente nel valore della metacognizione e dell'autovalutazione sia per lo studente che per il docente. La valutazione sommativa è solo l'ultimo passo di un cammino condiviso con il singolo studente, la classe intera, il consiglio docenti e l'intero istituto, oltre ai genitori nelle varie occasioni formative progettate o accolte.
    Ritengo più utile e proficuo, oltre che umano, focalizzare l'attenzione pedagogica sull'osservazione, l'ascolto e il dialogo di una valutazione in itinere dei vari aspetti intervenienti nel viaggio formativo scolastico. La concreta realizzazione di una "rivoluzione" di questo tipo, che veda al centro le persone in vece della burocrazia, temo sia ancora da costruire faticosamente all'interno della comunità scolastica come nel senso comune.
    Il senso di responsabilità per la propria funzione educativa al momento è affidato quasi del tutto alla sensibilità e alla formazione del singolo docente.
    Se invece di investire nelle prove Invalsi, che pure potrebbero essere utili, lo Stato cominciasse seriamente ad accompagnare i docenti nella presa di coscienza professionale promuovendo corsi ad hoc?

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  5. Anonimo23:53

    No! La docimologia no!
    Caro Carlo che cosa ti sta prendendo? Ti ricordi di Giovanni Gentile?
    FRANCESCO

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  6. Anonimo00:23

    Bianca, anche tu! Ma ti rendi conto di quello che dici? Tu in classe osservi, ascolti, metacognizzi, valuti e ti autovaluti, viaggi? Ecco, se viaggiassi di meno forse non ti aspetteresti che lo Stato accompagni i docenti nella loro presa di coscienza professionale.
    Lo Stato? ma ti rendi conto? Lo Stato, la coscienza!
    C'è une tono totalitario in certi esperti di didattica che veramente non sopporto.
    Tu non ne hai bisogno della presa di coscienza accompagnata dallo stato, vero? Tu hai già fatto tutto da sola!E vorresti che io diventasi come te? Vorresti che lo Stato mi accompagnasse nella mutazione?
    Ma neanche per sogno!

    (Ma questo è il blog di uno che ha letto Croce?)
    Francesco
    N.B. "Presa di coscienza professionale"!

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  7. Caro Francesco, non sono sicuro di aver compreso la tua posizione, salvo il fatto che odii la docimologia e ti senti fedele alla grande tradizione del neoidealismo italiano. Ti rispondo in ordine su entrambi i punti.
    La docimologia, su questo hai ragione, presenta degli eccessi, con punte di ottusità. Ma lo stesso vale per molte posizioni filosofiche, come sai.Io credo invece che la ricerca in docimologia, se assunta in modo critico, costituisce un luogo importante per il docente di ponderare il senso della valutazione, il rapporto tra mezzi e fini, tra valutazione e autovalutazione e quant'altro. In questo senso tutte le idee applicative in campo valuativo possono essere fatte proprie - questo sì in senso gentiliano - dal docente nell'atto educativo. Gentile non negava l'uso dei mezzi didattici, ma riteneva necessario che fossero "fatti propri" o "prodotti" nell'atto spirituale del docente. Ecco perché non condivido quanto scritto da Luigi Peduto.
    La pedagogia gentiliana, comunque, è molto selettiva e preselettiva. Croce di pedagogia non si è mai interessato realmente, forse perché non ha mai fatto esperienza di insegnamento. Approvò quanto scritto da Gentile nel Sommario di Pedagogia, come si legge dalle lettere "senza capire molto della materia", mentre appoggiò e lodò senz'altro la riforma gentiliana.
    Amo molto lo studio e la lettura di Croce e Gentile, ma amare non implica annullare il senso critico e appiattire le proprie vedute su quelle altrui. Tuttavia, in questo caso, non vedo proprio la contraddizione tra quanto ho scritto, che è il recconto molto volgarmente empirico di una esperienza di scrutinio, con la filosofia dello spirito o l'attualismo gentiliano.

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  8. Credo che sia un problema più grande dei confini scolastici. Riguarda ogni tipo di ufficiale/funzionario statale. Il fatto è che lo stato ha perso valore e autorità morale e quindi nessuno si sente di dover difendere regole/valori di fronte ai casi umani.

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  9. Anonimo08:12

    Solo una cosa, insegniamo non insegnamo

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  10. Anonimo08:12

    Mi sembra che Carlo, in sintesi, dica: l'insegnante che ha fatto il suo dovere, ha il diritto/dovere di valutare ed eventualmente respingere. Punto. Ma la storia comincia qui, non finisce. Lo studente respinto ha infatti due possibilità: se danarosa, la sua famiglia si rivolgerà agli esamifici privati, dove otterranno recupero dell'anno, promozione e voti alti. Se non ha soldi, ripeterà, con atteggiamento ancora più incarognito verso tutto ciò che ha a che fare con la scuola, l'istruzione, la conoscenza, ecc. Effetti benefici sulla classe riguardanti il concetto di "equità", "giustizia" e simili? Bah, non ho l'esperienza di Carlo, ma penso che il resto della classe si limiterà a considerare Carlo "uno che boccia". L'insegnante di Carlo è tutto concentrato sul proprio operato, all'interno del quale cerca la via giusta, accantonando il resto.E' come quel vigile che, di fronte a 20 auto in doppia fila, fa la stessa multa a tutti e si sente perfettamente a posto con la coscienza. Se poi la multa da 100 euro non ha alcun effetto su chi guadagna migliaia e migliaia di euro al mese, mentre sono una mazzata sul precario da 700/800 euro al mese, non è affare del vigile. Erano anche queste le ragioni del sei politico. Carlo dice che sono sorpassate, indicando i cambiamenti avvenuti nella scuola. Io penso che non lo siano perché non è cambiata la società di cui la scuola è espressione priva di autentica autonomia.

    Giovanni

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  11. insegnamo e insegniamo possono essere usati indifferentemente (Accademia della Crusca)

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  12. Riccardo, credo che tu abbia ragione, e forse questo punto va sviluppato.

    Giovanni, anche tu esprimi concetti che non mi lasciano insensibile. Ma ci devo pensare.
    Come la metti tu si affida al profilo professionale del docente una discrezionalità che io giudico pericolosa. Su questa scorta si potrebbe divertire a mettere le multe solo a i poveri cristi. Poi non dimenticare una cosa: le differenziazioni si fanno continuamente nella didattica. Da tizio pretendo un po' di più, a caio offro uno spunto, al terzo dedico del tempo a latere. Poi semplifico il programma, poi incontro il genitore. Con quello che non dorme la notte cerco di avere pazienza alla prima ora, con quello non ha una lira gli fornisco io i materiali di studio. Però, oltre questo, la mia domanda è questa: lo aiuto o lo danneggio se lo mando avanti in assenza di un reale impegno o in mancanza di conoscenze e competenze necessarie?

    Gramsci su questo era fermo: che viene da condizioni peggiori deve studiare di più, bisogna essere inflessibili con loro nella valutazioni. Mandare un proletario fuori della scuola col minimo di competenze, è un'azione classista.

    Non so se sono stato chiaro

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  13. Questa la trascrivo perché è bella:


    "Si scriva pure: insegnamo o insegniamo, ecc. (S’attengano alla forma con «i» quelli che temono d’essere tacciati d’ignoranti. Preferiscano l’altra quelli che antepongono il buon senso alla paura.) "

    Mauro Magni, "4000 errori di italiano"

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  14. infine, caro Giovanni, trovo del tutto fuorviante il paragone tra bocciatura o sospensione del giudizio con una multa. Insomma, io direi di accantonare questa idea che essere fermati equivalga ad essere puniti.
    Questa è una distorsione. Fermare un ragazzo è un'azione educativa. Non è una ritorsione, né una sanzione.
    La prospettiva è distorta.

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  15. Anonimo09:04

    Carlo,
    il fatto è che non esiste la soluzione, nel senso che non può esistere una scuola giusta in una società che non lo è. Più concretamente, non sono soluzioni valide né la valutazione né il sei politico, la seconda si limita a non peggiorare un rapporto già evidentemente fallimentare tra studente e conoscenza. Insomma, dal punto di vista individuale non è possibile risolvere alcun problema, ma soltanto tentare di limitare i danni. Nello specifico, quello che di buono possiamo fare per gli studenti lo facciamo durante l'anno scolastico, al termine possiamo fare il meno peggio, cioè il sei politico. E' troppo poco? Se la pensassi diversamente, sarei un riformista nella scuola come nella politica, e tu sai che non lo sono. Per quanto riguarda il tuo richiamo a Gramsci, non l'ho mai considerato un punto di riferimento ideologico, politico, culturale o di qualsiasi altro tipo. Se tu avessi fatto riferimento a Marx, allora si che mi sarei preoccupato...

    Giovanni

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  16. Anonimo09:08

    Carlo,
    ho letto solo ora l'altro tuo intervento. Il paragone con il vigile aveva in comune un solo aspetto, cioè il non tener conto della situazione complessiva, e reale, in cui si collocano le nostre azioni specifiche. Non altro.

    Giovanni

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  17. è evidente che ci muoviamo nell'ambito delle scelte individuali, visto che non esiste attualmente un'organizzazione politica o sindacale che ponga in analisi seria queste tematiche.
    Anche io ho preso in considerazione l'idea del sei politico, ma anche quella non può essere- come giustamente dici - un'azione individuale. Altrimenti assume il significato contrario.
    Bisogna pensarci. Io sospetto però, che dato il quadro, la cosa migliore che si possa fare è dare agli studenti e alle loro famiglia una dimostrazione di chiarezza, disponibilità, trasparenza e rispetto della persona. Queste funzioni, forse, la valutazione può ancora svolgerle, per quel che può valere

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  18. Carlo Scognamiglio ha posto la questione dei docenti che promuoverebbero (promuovono) tutti ed io a quella questione ho risposto proponendo la separazione delle funzioni.
    Innanzitutto credo che tutti noi dovremmo fare, anche mentalmente, una bella distinzione quando parliamo di scuola, altrimenti potremmo non comprenderci l'un l'altro: parliamo di scuola materna/elementare? Di scuola media? Di scuola secondaria? Di università?
    Pure io concordo circa l'importanza della valutazione fatta dai docenti che serve non solo a capire come aiutare i singoli studenti in difficoltà ma anche a modulare le lezioni in base alle risposte della classe tutta. Il fatto è che io ho visto (e vedo) tanti insegnanti che lavorano poco, molto poco (non voglio dire di coloro che lavorano male – parlo di quegli insegnanti che in una prima IPSIA riempiono la lavagna di formule -) quelli che lavorano poco e poi sono i primi a voler “aiutare” durante gli scrutini. Sto “denunciando2, nei consigli di classe, che i programmi che si stanno svolgendo nelle materie professionali sono “arretrati”, ma sono inascoltato. Se la valutazione per il passaggio alla classe successiva fosse fatta da un Ente esterno (non gli esami di Stato che sempre esame interno è) fosse i colleghi sarebbero indotti ad aggiornarsi. E se la valutazione fosse fatta da un ENTE esterno , forse la stessa singola scuola sarebbe più attente a concentrarsi sui reali bisogni ed interessi e a non disperdere le energie in tanti rivoli che si chiamano “progetti” fatti da chi non svolge appieno il “lavoro” ordinario. Si capisce che io sto riferendomi alla scuola secondario, e penso che non sia fare l'interesse dello studente farlo proseguire alla classe successiva se non ha le competenze necessarie. Certo è, che è un “peccato” far ripetere l'anno anche in quelle materie dove l'alunno ha già (realmente) dimostrato di essere bravo! Ed allora??? Organizzare l'anno scolastico non per classi ma per materie, magari non per anno , ma per moduli, trimestri, semestri, … un pò come le Università. L'alunno non dovrebbe ripetere l'anno, ma solo le materie per le quali non ha raggiunto la preparazione adeguata.

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  19. Anonimo20:33

    Totalmente d'accordo con Giovanni, che ha scritto poco sopra. Quando girava per le strade Giovanni Gentile, di figli del popolo a scuola ce ne andavano una manciata su cento. Era facile, allora, dire (come faceva Gamsci) che con i figli del popolo bisognasse essere inflessibili: lui lo era, figlio di popolo, e tramite la scuola era riuscito a diventare "classe dirigente". Bene. Oggi a scuola ci vanno tutti. E la bocciatura appare uno strumento medievale, sostanzialmente inutile quanto al miglioramento del profilo cognitivo, vissuto come stigma sociale (e all'interno dello stigma poi un ragazzo si mette comodo e si trova, alla fine, a suo agio), che pare avere l'unica funzione di "risarcire" moralmente il docente, ignorato dal vile figlio del popolo che non apre libro. Servono strumenti nuovi, non un vuoto richiamo a strumenti insufficienti da decenni, nell'ipotesi ingenua che attraverso essi possa risorgere il merito, il profitto, la qualità. Ha ragione Giovanni: si confonde la causa con l'effetto.
    DAVID

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  20. Caro Luigi Peduto, grazie ancora per questa suggestione. L'ultima parte del tuo intervento è molto interessante. Altrove la scuola è già organizzata secondo questo modello. Tuttavia, se ci pensi, la sospensione di giudizio è un po' quello che dici tu. Si valutano i punti di debolezza di uno studente in una o due discipline, gli si concede un lasso di tempo per recuperare, e qualche volta anche i corsi di recupero ad hoc, e poi si torna a verificare. Molti colleghi tuttavia sono restii anche a utilizzare questo strumento. Insomma, capisco che poi ci sono altri problemi di "sistema" difficili da affrontare tutti qui e in poche righe. Sui docenti che "lavorano poco" non mi pronuncio, perché ne capisco il peso ma vorrei evitare di scivolare in luoghi comuni, e devo ragionarci a mente fredda. Ancora per un po'.

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  22. Caro David, non vorrei però che il mio intervento fosse interpretato come un elogio della bocciatura.

    Insomma. Chi conosce la scuola, almeno la superiore, cui io faccio riferimento, sa bene che non sono espulsi i "poveri cristi" dimenticati da Dio. Il problema, come dici tu è ampio. Però dobbiamo renderci conto che ci sono studenti protatori di un quadro assiologico, probabilmente maturato in famiglia, che esprime dei valori a mio modesto parere discutibili: raggiro del docente o del compagno, menzogna, elusione di responsabilità, scorciatoia, doppiezza, disprezzo per le istituzioni e quant'altro. E, devo dire, quasi mai sono i "figli del popolo". Caro David, i miei migliori studenti li ho sempre trovai nei professionali periferici.
    Quei disvalori, applicati al lavoro formativo, se intercettano un docente che, come direbbe Calogero, facilita "quella triste e fatale complicità tra insegnante e allievo" nel non pretendere (reciprocamente) alcuno sforzo, vengono confermati nell'immaginario del singolo e della collettività. Quando quei "disvalori" incontrano un docente non dico rigoroso, ma attento al campo di esercizio della propria funzione, determinano talvolta circostanze oppositive e, talvolta (ma non sempre, perché il buon insegnante sa recuperare anche su questo terreno), la sospensione del giudizio o la bocciatura.

    Come dire? I problemi sociali sono molti, e non dobbiamo sopravvalutarci. Noi insegnanti non possiamo fare granché. Ma come luogo di socializzazione secondaria e di inculturazione, qualche responsabilità dovremmo pur prendercela. O no?

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  23. Comunque sia io non ho nulla da obiettare ai teorici del "sei politico", anzi, considero la loro una prospettiva interessante con cui faccio i conti nelle mie riflessioni.
    Quello che mi lascia perplesso è il lato non manifesto di questa convinzione. Perché mai esprimere nel corso dell'anno una posizione insofferente, per poi provare il gusto finale di una "sanatoria"? Francamente non lo capisco proprio.

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  24. Anonimo21:35

    Io non sono un teorico del 6 politico. E se scendiamo un attimo dalle stelle alle stalle, possiamo provare a farci delle domande banali, stupidotte, ma magari aiutano a trovare soluzioni nuove. Per esempio. La normativa prevede che anche con una sola insufficienza si debba ripetere l'anno. Pare logico a voi che un alunno che abbia almeno tutte sufficienze e un 5, che so, in storia, debba per legge rifarle tutte quante 12 o 13 che siano, quelle materie? A me non pare logico, e non pare logico a un sacco di persone nelle scuole, tanto è vero che ogni scuola ha poi prodotto regolamenti interni sulla valutazione, variamente penzolanti tra insufficienze gravi, lievi, e loro eventuale sommatoria. Insomma, il buon senso dei docenti (e non la loro impotenza appresa) ha messo una toppa. Ma porto alle estreme conseguenza la domanda: un alunno che abbia tre insufficienze gravi, perché deve ripetere anche le altre 6/7/8 materie sufficienti? So che la domanda non è ontologica, ma almeno logica mi pare. Chi paga, oltre agli alunni stessi, tutto questo sperpero di tempo, energie, risorse, determinato dalla ripetizione pedissequa dell'anno scolastico? Quando dico che servono strumenti nuovi, non mi riferisco all'idea, per niente nuova, che tra chi studia e si impegna e chi non fa niente non ci siano differenze. Penso soltanto che il nostro sistema scolastico, con inutili scrutini selettivi al termine di ogni anno scolastico, e bocciature come sanzione finale, sia un sistema che "disperde risorse cognitive" molto più di quanto riesca a sollecitarne. In fin dei conti la nostra vita è piena di compagni di classi ciucci e a matematica o italiano, magari ripetenti, che ora gestiscono complessi sistemi informatici o insegnato Dante in modo ottimo. Perché? Perché la scuola sempre meno incrocia le attitudine dei ragazzi, e sempre più si guarda dentro uno specchio antico, quello delle mie brame, e dei più belli del reame.
    DAVID

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  25. Anonimo21:37

    Scusate i refusi, sto scrivendo al buio, mia figlia dorme :-)
    DAVID

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  26. Capisco meglio la tua prospettiva David (ma non attribuivo a te la qualifica di "teorico del sei politico", ragionavo in generale), però non ho esperienza della scuola di cui parli tu.
    Non ho mai visto respingere uno studente con un'insufficienza. Io in undici anni di insegnamento ho visto cose molto diverse da quelle che rappresenti tu. Mi interessa questa prospettiva diversa, proprio perché mi è ignota, e credo anch'io che il sistema vada riformato profondamente (anche se non saprei dire bene come). Però la mia domanda rimane la stessa: sic stantibus rebus, quale il male minore?

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  27. Anonimo22:06

    La legge prevede la bocciatura con una sola insufficienza. Non è mai stato fatto (spero) perché la cosa è illogica. Ma ti sarà capitato di vedere bocciati alunni con 3 o 4 insufficienza (o anche più, ovvio). Mi ripeto: è logico, per il sistema, far ripetere 12 materie, se quelle insufficienti sono 3? Se mi chiedi qualcosa circa il sic stantibus rebus, io penso che si debba abbandonare lo scrutinio selettivo annuale (un po' come fa il sistema scandinavo), si debba abbandonare l'inutile illusione degli "obiettivi minimi raggiunti da tutti in tutte le materie", si debba studiare una forma di certificazione in uscita (con valore legale, ovvio) che dica cosa sai fare e cosa non sai fare, si debbano aggregare i gruppi-classe secondo criteri altri rispetto al solo dato anagrafico, si debbano ridiscutere statuti epistemologici delle discipline, canoni, modelli didattici, architetture formative (l'altra cosa che mi sa di medioevo, insieme alla bocciatura, è l'idea di "classe" come spazio chiuso).
    DAVID

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  28. Anche io mi ritrovo in tutto con ciò che scrive Carlo. Capisco anche il punto di vista di Davide ma è un punto di vista che va bene solo in teoria perchè se è vero che non sarebbe giusto far ripetere l'anno a causa di 3 insufficienze a fronte di 7 sufficienze è anche vero che in genere quelle 7 sufficienze altro non sono che sei politici o cinque passati a sei per non bocciare. Un ragazzo che studia non seleziona le materie da studiare, studia un po' tutte le materie e con impegno e buona volontà qualche risultato lo raggiunge anche in materie ostiche. Generalmente chi prende 3 insufficienze a fine anno ne aveva molte di più al primo quadrimestre, poi negli ultimi due mesi arrangia qualche sufficienza in alcune materie orali. Quindi ripetere l'anno e ripassare anche le materie "arrangiate" non gli farebbe male, dopotutto. Il problema quindi sta a monte, il problema sono quelle sufficienze date troppo facilmente e tra i motivi addotti da Carlo io aggiungo pure quello di evitare la seccatura di preparare gli esami di riparazione. Scusate per il discorso pratico e terra terra...

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  29. Anonimo08:25

    Mi dispiace che Francesco abbia visto fra le righe del mio intervento un atteggiamento totalitario, che io non intendevo affatto dare...si tratta semplicemente della mia prospettiva sul l'insegnamento e sull'educazione in generale maturata attraverso il mio percorso formativo, che per inciso vede una laurea in scienze dell'educazione e una specializzazione per la A036 unitamente ad un master in Counselling filosofico, oltre ai miei dieci anni di insegnamento nella scuola superiore " statale".
    Non credo di essere depositaria di una verità immutabile e non desidero affatto uniformare gli altri al mio punto di vista. Amo il confronto costruttivo con l'alterita', compresa quella espressa da ciascuno studente. Abbandonare la mia coscienza nel lavoro che faccio mi appare molto difficile e non lo ritengo utile, dal momento che abbiamo alte responsabilità formative nei confronti di altri esseri umani.
    Resto sempre aperta alla rivalutazione del mio punto di vista se riconosco che sia discutibile e questo, ha tu ci creda o meno Francesco, io cercò di farlo spesso nella vita e anche in classe con i miei studenti, di qualunque estrazione sociale essi siano e qualsiasi livello di volontà nello studio essi esprimano.
    Certo, sono fallibile! Senza dubbio non faccio riferimento rigido ne ad un singolo approccio filosofico né all'applicazione pedissequa di una sola prospettiva docimologia o più ampiamente didattica.
    Come David o Giovanni mi proietto verso il futuro ipotizzando organizzazioni dell'impianto scolastico diverse dall'attuale e lo faccio sperando in un graduale cambiamento dell'ottica da parte dei nostri politici al Governo...gli unici che nella concretezza possono lavorare per un cambiamento strutturale di portata macroscopica. Nel frattempo io scelgo di continuare a operare a livello del mio piccolo microcosmo.

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  30. Anonimo22:23

    caro Scogliamiglio,
    la scuola italiana anzi, la scuola del cosiddetto occidente, è un ammasso di pavidità, ignoranza, vigliaccheria, carrierismo, corruzione, presunzione, narcisismo, onanismo, servilismo, invidia e immane stupidità. Le generazioni di amebe consumistiche, che essa contribuisce a sfornare con l'apporto determinante della nota categoria "genitore/genitrice stronzi" e di tutto il sistema, sono il suo emblema, la sua gloria e la sua condanna. I rari insegnanti e studenti di valore che qua e là aristocraticamente e eroicamente danno luce all'oscurità imperante non debbono prenderla troppo sul serio. Ne va della loro salute e della loro missione che, in tempi come questi, consiste nella pura testimonianza. E' per questo che tu dovresti mandare a fanculo la docimologia.
    Tale dotta stronzata aziendalistica è, come confessa Lei stessa, una stronzata (come la demonologia di un tempo).
    Prendi la tua "griglia" (si chiama proprio così: "griglia", e non girarrosto) di valutazione. Ti accorgerai che, in primis, essa separa il contenuto dalla forma. Ora, qualsiasi balbuziente come il sottoscritto, sa benissimo che dai tempi di Francesco de Sanctis forma e contenuto sono la sintesi a priori dell'espressione (come in seguito appurato dal Croce). E adesso questi deficienti di pseudo-anglossassoni analfabeti e plebei se ne ritornano al Cinquecento. Vil marrani, ripetitori prezzolati di litanie incomprensibili, scimmie, ornitorinchi ipocriti e coglioni.
    Ecco: "Coglione!". E' questo che ti invito a pensare di quello e di quella che ti rompe il cazzo con la docimologia. Uno che ha tenuto un seminario sulla Logica di Croce! Ma andate a fanculo!
    Scusa la confidenza, ma spero che queste parole ti siano di conforto (come lo sono state per me nello scrivertele).
    francesco
    E scusate anche il linguaggio grillesco

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  31. La mia tesi di laurea si intitolava "Forma e contenuto all'origine della filosofia di Benedetto Croce". Ho studiato De Sanctis e l'autore dell'Estetica, e lo studiati abbastanza da non poter apprezzare in nessun modo né i toni, né il linguaggio, né la sostanza del tuo commento. Non mi piacciono e non mi sono mai piaciute la posizioni liquidatorie. Ho una formazione dialettica.

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  32. mi scuso per i refusi nella risposta

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  33. Anonimo22:33

    Cara Lo Cascio e anonima,
    ti ringrazio per la risposta alle mie parole un po' irridenti e canzonatorie. Questo vuol forse dire che tu ci credi veramente a quello che dici.
    Adesso mi ritorna in mente la canzone di Guccini che iniziava: "d'improvviso t'incontrai lungo le scale".
    Vai avanti sempre così e in bocca al lupo.
    francesco

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  34. Anonimo23:00

    Caro Scogliamiglio,
    dopo tanti studi,veda di non confondere la dialettica con il cerchiobbottismo di gesuitica e carrieristica memoria.
    francesco

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