martedì

Il soccombente



In questi giorni Radiotre, nel programma Ad alta voce, sta dedicando le sue letture pomeridiane al Il soccombente, di Thomas Bernhard. Rispetto alla presentazione di questa proposta, mi sono trovato in una doppia condizione di colpevolezza: non l'avevo ancora letto, né - ahimé - ne sospettavo l'esistenza. Una lacuna seria, ma subito colmata. Così ho acquistato il libro, e ho rimediato nei giorni scorsi. E' un'opera importante. Però, per certi versi, emotivamente faticosa.

Tre giovani "suonatori di pianoforte" assai promettenti (i personaggi manifestano un certo disagio per il termine "pianista") decidono di intraprendere la strada del virtuosismo facendosi guidare da un noto maestro al Mozarteum di Salisburgo. Sono tre ottimi esecutori, ma uno di loro è Glenn Gould, forse il più grande pianista del novecento, universalmente riconosciuto come un genio assoluto. L'intrecciarsi delle vite di due musicisti di ottima famiglia, che avevano in fondo intrapreso la carriera virtuosistica per esprimere un disagio personale ed esistenziale, sono ineluttabilmente segnate dall'incontro-confronto con Gould. Uno dei due, l'io narrante del romanzo, decide di lasciare la musica, dona il proprio costosissimo strumento alla figlia poco dotata di un maestrucolo di provincia, e si abbandona a una vita di viaggi (o meglio, fughe) e scritture inconcludenti. L'altro, Wertheimer, ha invece il destino drammaticamente segnato da due lampi fulminanti. Passando dietro la porta del giovane Gould lo sente suonare le Variazioni Goldberg, e ne è scioccato. Intuendone l'inquieto temperamento, quasi per scherzare Glenn Gould gli attribuisce il soprannome di "soccombente". E' la fine. Wertheimer evidentemente intuisce da subito il proprio destino. Se non avesse incontrato Gould, sarebbe certemente diventato uno dei più grandi pianisti del mondo. Ora, invece, ha una strada terribile davanti a sé. Prima tappa: vendere all'asta il proprio strumento. Seconda: dedicarsi per anni in modo confuso alle presunte "scienze dello spirito". Terza: impiccarsi di fronte alla casa della sorella che nel frattempo l'aveva lasciato solo sposando un ricco borghese svizzero. 
Questo romanzo è stato a tratti interpretato come un libro sul problema del genio, e sul confronto frustante tra genio e normalità. Qualcuno invece lo semplifica riducendolo a una storia di musicisti. La sensazione è però che nel testo di Bernhard vi sia molto di più. Ne ho isolati alcuni brevi passaggi, veramente significativi. Il primo di questi esprime a mio avviso il nucleo delle riflessioni suggerite dalla lettura del testo:
"noi proviamo continuamente a sgusciar via da noi stessi, ma questo tentativo fallisce regolarmente, e in questo tentativo seguitiamo a incaponirci perché non vogliamo ammettere che a noi stessi non scamperemo mai se non con la morte" (p. 101).
E' vero, leggendo il libro si diventa a mio parere più sensibili ai propri difetti. Non c'è bisogno di incontrare un Glenn Gould per diventare insopportabili a sé stessi. Ciascuno porta dentro di sé il proprio "io ideale" a cui non riesce ad assomigliare, la cui forza e capacità di essere liberi è disarmante. Come Gould trascorre venti ore al giorno al pianoforte, chiudendosi rispetto al mondo, rifiutandosi, dopo soli tre anni di esibizioni, di suonare in pubblico, così a noi piacerebbe non esser distratti dai nostri intenti, non esser trascinati giù da vizi, debolezze, pigrizie, ambizioni meschine, volgarità qualunque, o ridicole beghe. Ma non ci riusciamo, e dunque tendiamo a far emergere quel Wertheimer che pure ci abita lo spirito. Egli ci rende insofferenti per ogni nostro sbaglio, ogni nostra inadeguatezza al modello. Ma Wertheimer, precisa l'io narrante, "non era capace di vedere se stesso come un essere unico al mondo", e questo è il suo vero problema: "non necessariamente dobbiamo essere dei genii per poter essere e per poterci riconoscere come esseri unici a mondo" (p. 105). Non accettando questa verità, Wertheimer è un emulatore. Egli rappresenta in fondo quel nostro continuo rifiuto di osare la seppur minima audacia personale perché non ci sentiamo all'altezza delle nostre aspettative, non quelle del mondo. Per questo replichiamo, stancamente replichiamo, alimentando l'insoddisfazione.
Il libro non è e non vuol essere consolatorio. Anzi. La peculiarità caratteriale e comportamentale con cui è disegnata la figura del suicida Wertheimer potrebbe favorire in noi  un distacco emotivo, ma non ci riesce, perché ci interroga da vicino. Lo stesso io narrante non è pacificato. Non si capisce dove vive e dove andrà a vivere. E' in continuo pellegrinaggio tra l'Austria e la Spagna, scrive un libro su Glenn Gould e insegue i documenti lasciati da Wertheimer. Non fa i conti con la propria vita, ma scava in quella altrui. La sua, sembra suggerire Bernhard, è la risposta dello scrittore a quel male di vivere che è dato dall'insoddisfazione verso sé stessi. Wertheimer sprofonda. Il suo amico, invece, divaga. 
E' la solita questione, lo so, ma si tratta di provare una buona volta ad accettare noi stessi è la vita che ci è toccata in sorte. Fuggirla può essere interessante, ma è sempre una risposta mancata. Rifiutarla è una sciocchezza. E Wertheimer, nel suo dramma, è una figura grottesca.