venerdì

Il piacere di insegnare le scienze umane


 
I





Insegnare le scienze umane è una delle pratiche intellettuali più complesse e al tempo stesso edificanti che sia possibile esercitare. Molti amici filosofi non ne sono pienamente consapevoli, e spesso guardano con sufficienza, a mio parere un po' facilona, la classe di concorso A036, che consegna al docente l'arduo compito di introdurre i liceali ai metodi e gli oggetti delle "scienze umane". Molti altri amici psicologi o pedagogisti, da diverso punto d'osservazione, mi pare ne sottovalutino la complessità, e riducono quell'insegnamento alla presentazione di semplici casistiche o all'indicazione di unilaterali tecnicismi di scuola. 
Un filosofo di buone letture può avere gioco facile a rintracciare nelle opere di August Comte un'indegna sequela di banali deduzioni o inferenze arbitrarie. Al di là della sua centralità storica, però, il padre del positivismo francese aveva ben indicato nella sociologia la scienza più "difficile" di ogni altra. E' un principio che si può agevolmente estendere in generale a tutte le scienze umane, compresa la ricerca psicologica. Si tratta di discipline in cui la somma del cinque e del sette, per richiamare un celebre esempio kantiano, non restituisce mai il dodici, dove la risposta a qualsiasi quesito fondamentale è necessariamente risolta in un: dipende. Chiunque può richiamare alla mente la  Methodenstreit del primo Novecento, quando la controversia tra la pensabilità dell'attore sociale all'interno di strutture sovraindividuali fosse una complicazione interessantissima, arricchita da occasioni empiriche, della grande questione dialettica non solo hegeliana, ma anche marxiana o addirittura sofoclea, tra individuo e comunità. 
Ultimamente, il fascino del "non lo so" è esploso tra le mie mani nella faticosa preparazione di un'unità didattica dedicata alla questione della "personalità". Lasciamo sullo sfondo - se possibile - le innumerevoli complicazioni filosofiche del concetto; è evidente che senso comune, tradizioni di studio psicologiche e psicopatologiche, rilievi antropologico-culturali e studi sociali arricchiscono il problema di una messe di dati e problemi inarrivabile. 
Inizialmente, gli studenti parevano irritati dal mio rispondere sempre "non lo so" a domande relative alla componente innata o acquisita nella spiegazione dei comportamenti; all'influenza dell'esperienza e della cultura; alla pensabilità del soggetto e alla sua distinguibilità dal contesto sociale di appartenenza. Poi, pian piano, pochi giorni fa, uno studente mi ha chiesto: "ma allora le scienze sociali sono costituite soltanto da aperture di problemi?". Perfetto. La domanda è già una risposta. Ma l'ignoranza cui si perviene dopo un percorso di ricerca, è diversa da quella da cui avevamo preso le mosse. La cultura, in fondo, è proprio questo: quel che residua della sottrazione tra un non sapere di fine percorso, e la perplessità originaria. 
Cos'è dunque la personalità? Torno con la mente al dubbio didattico esibito ai miei giovani interlocutori: può essere un oggetto di studio o si tratta soltanto di un'euristica? Se la si ammette in virtù di una persistenza longitudinale di alcuni tratti, la si deve attribuire a condizionamenti genetici, come sembrerebbero attestare alcune esperienze sui gemelli monovulari, o a strutture educativo-culturali, come le ricerche di Linton e Kardiner in paesi lontani hanno provato a dimostrare? Se invece si adotta un situazionismo come quello di Mischel: come si fa al tempo stesso a tener ferma l'idea del comportamento di un soggetto variabile in base alla situazione, e l'attribuizione di molti comportamenti al medesimo soggetto? In cosa consisterebbe quella soggettività, in assenza di personalità? 
Si vede bene che inutile è la sterile descrizione dei modelli interpretativi. Sequenziare la tradizione comportamentista, cognitivista, psicoanalitica, neuroscientifica, gestaltista, e compagnia cantante, come è scolasticamente pensato dalla manualistica, è spesso improduttivo. Sebbene necessario. Eppure, anche in ciò, si può trovare una grande ricchezza. La teoria tipologica di Sheldon, tanto per dirne una pertinente al caso della personalità, è vecchia come il cucco. L'associazione dei somatipi ai diversi caratteri è a dir poco superata. Però, in fondo, correlare la conformazione fisica alla personalità diventa interessante quando si tengono presenti le mediazioni sociali, come la percezione sociale del corpo quale fattore capace di definire le relazioni al punto da dare consistenza a una vertigionasa circolarità, in cui - viva iddio - è del tutto improbabile cogliere il punto d'inizio. Anche su questo terreno, infatti, è possibile prendere il largo, trovarsi in mezzo a una tempesta di prospettive, casistiche, osservazioni e riflessioni.
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