venerdì

Analogia tra gli adolescenti e gli storici di professione



Le ricerche transculturali hanno riempito di dati empirici l'osservazione - per la verità sufficientemente intuitiva - della determinazione culturale dei processi di autocoscienza, dell'elemento critico o stabilizzante che essi possono determinare. Noto è il caso dell'adolescenza, rappresentata in Occidente come fase di trasformazione, consolidamento, "diffusione" o negazione dei processi identitari, e vissuta altrove senza traumi analoghi, ricevendo il giovane un profilo personologico dalle strutture sociali deputate a compiere l'assegnazione. Fin dall' Adolescenza in Samoa di Margaret Mead, del 1928, si è affermata tra gli studiosi la coscienza piena della differenza antropologica della questione, giungendo alla conclusione che la conflittualità identitaria dei giovani è vistosa solo nei contesti culturali in cui non è sufficientemente forte la consegna da parte delle generazione precedente di ruoli e definizioni di status.
Nei suoi noti lavori dedicati al tema, Erikson osserva prevalentemente la specificità giovanile europea a lui coeva, avendo diretta esperienza di adolescenti problematici all'interno di un contesto clinico. Emerge però anche in lui la consapevolezza della relatività del proprio punto d'osservazione. In effetti nella società occidentale preindustriale l'adolescente non aveva "tempo" per porsi troppe domande sulla propria identità, ed era proiettato direttamente nel mondo adulto. Nel contesto attuale, i ragazzi sono sollecitati a scegliere, a individuare tra le diverse possibilità, non tutte effettivamente perseguibili, che gli si pongono di fronte. Allora l'adolescente, seguendo Erikson, vive conflittualmente per un verso l'esigenza di prendere tempo e continuare a esplorare le alternative di approccio alla vita, mentre per altro verso il desiderio di incanalarsi quanto prima in una dimensione univoca per pacificare il proprio bisogno di identità. Si vede bene, che questa adolescenza configura un'incredibile e forze irripetibile occasione narrativa.
Confrontando i test basati sul "chi sono io?" compilati da adolescenti (13-18 anni) con quelli redatti di ragazzi più giovani, si evidenzia una differenza importante. I primi tendono a costruire sequenze di risposte dotate di maggiore coerenza. E' come se l'adolescente cercasse di costruire un'auto-narrazione più coesa, più lineare, capace di definire meglio un profilo. Il passato viene riletto alla luce di una coerenza longitudinale. Le risposte dei più piccoli, invece, sono segmentate. Secondo una lettura psicoanalitica del fenomeno, potremmo desumerne un processo di integrazione dell'io che si definisce proprio nell'età dei cambiamenti.
La costruzione della propria identità ha molto in comune con il lavoro storiografico. Il giovane seleziona nel proprio repertorio dei ricordi alcuni elementi che appaiono fondamentali nella ricostruzione di un senso, nel condurre a scopo, nel processo di edificazione di ciò che egli ora ha scelto di essere, forzando in un ampio complesso di condotte e convinzioni, quel manipolo di elementi capaci di aggregarsi. L'identità è costruita su una mitizzazione personale. Si scelgono episodi dirimenti, figure decisive, esperienze determinanti. Una volta colta, sebbene in modo sempre languido, la propria "storia", si può poi procedere, anche attraverso il confronto con gli altri, a una maggiore oggettivizzazione. Erikson parla di "coerenza esterna", cioè di ricerca costante di elementi di condivisione sociale del proprio profilo identitario.
Analogamente accade per lo storico di professione. In fondo, quando Benedetto Croce osservò che a una domanda scettica, come può essere ad esempio il chiedere: "che ragione dai tu dell'effettiva esistenza di Napoleone o del passaggio del Rubicone?", lo storico risponderebbe con ragione un semplice: "io ricordo", alludeva a un concetto analogo. La storia è "autocoscienza di questa vita", precisava nell'avvertenza a Teoria e storia della storiografia. Per cui chi pensa storicamente rilegge le tracce in un processo di attribuzione di senso che si costituisce a partire del momento attuale in cui si colloca l'interesse stesso dello storico. E anche la storia individuale, in questo senso, si determina in modo comparabile. La collettività, attraverso il lavoro storiografico, definisce la propria identità spirituale. L'adolescente, facendo a spintoni con le proprie emozioni, prova a tracciare un primo abbozzo della propria identità personale. L'uomo adulto, con maggiore autocontrollo, quella storia la sa scrivere in modo più efficace. Ma è pur sempre una storia selettiva, che non enumera fatti, ma costituisce quei fatti stessi attraverso il proprio narrare.