giovedì

Se il bullismo diventa un genere letterario


 
A fine marzo ho letto sul New York Times online un articolo di Leslie Kaufman molto interessante.
Si tratta di una riflessione relativa all'esplosione editoriale di libri dedicati al bullismo. Il pubblico anglosassone, negli ultimi anni, è stato inondato di opere orientate alla trattazione di questo fenomeno, nella forma di prodotti librari destinati a tutte le età: dagli album illustrati per i piccoli delle elementari, fino alle raffinate analisi riservate agli adulti.
Nel solo 2012, i volumi in lingua inglese che includono come proprio "tag" il termine "bullying"  sono stati ben 1891, aumentati cioè di almeno 500 unità rispetto ai dieci anni precedenti. Alcuni editori, oltre a stampare pagine e pagine sul bullismo, hanno iniziato a costruire campagne di informazione e formazione finanziate a proprie spese, per alimentare la consapevolezza su un problema molto sentito nelle nostre società.
Anche la stampa tende a mettere in evidenza i casi di cronaca legati a presunte conseguenze di bullismo, drammaticamente tradottisi in gesti suicidi o gravi persecuzioni.
Gli editori ne intuiscono ovviamente il business. L'interesse di insegnanti e genitori per la tematica è intenso, ma non è solo la curiosità scientifica a sollecitare il mercato, né quella pedagogica. Si gioca pure su un elemento morboso: non mancano operazioni narrative che mettono al centro della rappresentazione gli stessi bulli, i gregari, o gli adulti che assistono indifferenti ad azioni di bullismo. E' nata, in questa vasta letteratura, un'attenzione sfumata per la zona grigia. L'ambiguità interessa molto il lettore. Il lieto fine non è necessario, l'importante è il coinvolgimento, la suggestione.
Ora, non è facile capire se questa proliferazione di prodotti editoriali e di campagne stampa sia un bene o un male, se amplifichi l'effetto emulativo o se invece favorisca processi di consapevolezza. Forse sono vere entrambe le cose. Il dato di fatto è un altro. Dev'essere sensibilmente cresciuta la sensibilità pubblica nei confronti delle dinamiche violente e persecutorie in età infantile o adolescenziale. Che tali processi siano sempre esistiti ce lo narra la storia della letteratura mondiale. Ma che l'attenzione sia viva, anche per effetto del cyber-bullismo, cioè qualcosa che gli adulti percepiscono come ancora più indecifrabile e imprevedibile, è un dato. Maggiore attenzione, maggore consapevolezza, fin qui ci muoviamo sul terreno dei vantaggi. 
Non sarei sicuro, però, a dirla tutta, che la diffusione di informazione riduca di fatto il manifestarsi di episodi spiacevoli. La questione pare più sfumata. Si tratta di un femoneno assai studiato in psicologia sociale e che chiama in causa molti fattori non circoscrivibili a uno strato anagrafico, né a un contesto di vita specifico, come la scuola. 
Si tratta di una discussione che mi mette a disagio, un po' come quella relativa alla violenza sulle donne. Gravi e profonde sono le responsabilità personali di tipo giuridico e morale di chi agisce una violenza su individuo fisicamente più debole, come la propria compagna o ex, ma non possiamo dimenticare - senza con ciò voler neanche lontanamente individuare attenuanti - che cresciamo in una società dove è ancora molto, troppo alto, il tasso di accettazione culturale della violenza come mezzo di risoluzione delle controversie interpersonali. Lavoro a contatto con gli adolescenti da più di dieci anni, e spesso frequento scuole periferiche e a media qualificazione culturale. Osservo sempre molto stupito come tra le giovani donne continui a prevalere come modello di ragazzo desiderabile colui il quale assume i comportamenti più assimilabili a quelli di un "bullo". O che comunque non disdegna il ricorso alla violenza fisica per garantirsi il rispetto degli altri. 
Nell'età infantile e preadolescenziale, in forza di modelli familiari, mediatici e anche di residui ancestrali, permane - salvo che in alcuni segmenti minoritari di società - un grado troppo elevato di approvazione sociale per chi "sa dare una lezione" in risposta a un'offesa, chi "non si fa mettere i piedi in testa", chi esibisce la forza fisica come elemento qualificante. E si tratta di reattività muscolare che tendo a riscontrare anche nelle ragazze.
Probabile che la contraddizione tra un apprezzamento spontaneo della violenza, e il monito morale del rispetto dell'alterità, generi comportamenti nevrotici, solleciti passioni morbose per letture ambigue, noir o semi-noir, e spesso anche dei comportamenti maladattivi, se non addirittura schizoidi.
Credo che il problema più serio da affrontare sia quello dell'inserimento nella scuola di quel metasapere che è l'educazione alla pace, che, al di fuori di ogni retorica radical-chic, può essere davvero la chiave per ridurre - prima dei comportamenti violenti - la stessa accettabilità del manifestarsi di un'azione aggressiva. 
Si tratta comunque di un problema complesso su cui occorre continuare a meditare.









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