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L'eredità del mondo antico

recensione pubblicata per il sito dell'Associazione Civis Romanus

Il recente lavoro dell’antichista Hartmut Leppin è un misterioso ibrido (L'eredità del mondo antico, Il Mulino 2010). Il titolo, il prologo e l’epilogo sembrano infatti annunciare un ragionamento critico intorno a quanto la moderna Europa abbia ereditato dalle grandi civiltà che in passato hanno segnato la storia del continente. L’intero lavoro, invece, imperniato su tre concetti-chiave (libertà, impero, vera fede) ricostruisce storicamente, in modo sommario e in nulla originale, alcuni sviluppi della vita politica ellenica, della struttura imperiale romana, e della vicenda cristiana. Nel prologo l’autore precisa di non voler definire le radici dell’Europa, né di voler individuare elementi di continuità fra presente e passato. Dichiarazione di prudenza piuttosto curiosa, perché il termine scelto dall’autore per definire la tematizzazione del mondo antico, è proprio quella di eredità o patrimonio (“Das Erbe”). La sensazione generale, di primo acchito, è che Leppin non abbia ben chiare le finalità del suo stesso lavoro, ed è una percezione che troviamo confermata pagina dopo pagina, inseguendo l’inconcludente avanzare della ricostruzione.
Non per questo, tuttavia, il libro può essere giudicato del tutto privo di spunti interessanti. La prima parte del testo, infatti, dedicata al tema della libertà del mondo greco, è senz’altro quella meglio riuscita. Molto belle sono le pagine finalizzate alla precisazione del’origine tutta aristocratica della democrazia greca, quale evoluzione obbligata di un’affermazione individualistica della libertà, gradualmente divenuta più complessa. Il concetto stesso di pólis è infatti ricondotto alla manovra di imbrigliamento del dinamismo aristocratico, per volgerlo a vantaggio della comunità. Una lettura non originale, ma scritta in modo efficace. Secondo Leppin, la democrazia in Atene fu un risultato imprevisto e involontario. La tirannide, originariamente espressione di un super-aristocraticismo, finì per favorire, attraverso la sua crisi, la nascita della democrazia: “nessuno aveva voluto la democrazia, e nessuno poteva volerla […] ma ad Atene c’era una popolazione che aveva acquisito coscienza di sé, e c’erano dei soggetti in grado di articolarne gli interessi: gli aristocratici che si schierarono a fianco del popolo per soddisfare le proprie ambizioni contro i loro rivali” (p. 34). E del resto Leppin spiega bene anche la natura dialettica della libertà ateniese, garantita a fronte di una contrazione delle libertà altrui. La democratica Atene, si presenta come tiranna nella coalizione antipersiana, per non parlare delle condizioni interne, dal regime di schiavitù alla concezione della donna. Non v’è dubbio, malgrado ciò, che l’esperienza ateniese fu un unicum nel mondo antico, e si caratterizzò con una complessità di meccanismi collegiali di grandissimo interesse anche per lo sguardo dei moderni (e perché no? Anche dei post-moderni), così come la struttura democratica influì in modo impressionante sulla generazione di una scuola di retorica senza pari in tutto il mondo precristiano. La filosofia ne fu significativamente influenzata, e nei confronti di quella storia siamo davvero debitori.
Meno incisive sul piano dell’analisi sono le pagine dedicate alla storia romana. Concentrato sulla ricostruzione del concetto di “impero”, Leppin tratta con viva partecipazione la vicenda di Alessandro Magno, ma poi scorre con incredibile velocità le tappe dell’edificazione imperiale occidentale, forse con qualche superflua impellenza di completezza. Tra le pagine più convincenti, in questa sezione, vi sono quelle dedicate alla specificità della democrazia romana. Nonostante il limite operativo dell’agibilità politica popolare, esprimibile soltanto attraverso il voto, il malcontento popolare era invece un perno fondamentale della vita pubblica, e dei cambiamenti nei rapporti di potere. Alcune figure della partecipazione popolare ben analizzate nel libro sono quelle della “clientela” e del tribuno della plebe, portatore di una posizione molto forte, sebbene limitata dal fatto stesso di costituire un gradino del cursus honorum, per cui “un tribuno ambizioso avrebbe sicuramente preferito, per amore di carriera, non provocare platealmente il senato” (p. 101).
A metà libro, tuttavia, la storia romana offre a Leppin l’opportunità di segnare un’importante precisazione storiografica, coerente con il quadro critico contemporaneo. Spesso, specie per il mondo antico, e in particolare per quello romano, si tende a sopravvalutare il ruolo delle grandi figure storiche nella spiegazione delle trasformazioni politico-amministrative, ci piace pensare alla specificità di un Nerone o di un Caligola, ma in realtà, a un’analisi più approfondita, “totalmente diversa è l’impressione che si ricava da testi giuridici, iscrizioni e papiri in cui sono registrati i singoli provvedimenti. Il quadro che ne emerge è quello di un’evoluzione amministrativa che, al di là del susseguirsi di governi e imperatori, era contrassegnata da continuità e concretezza” (p. 123).
Infine, la relazione tra giudaismo e cristianesimo è consegnata alle pagine del terzo capitolo. Qui Leppin procede in modo molto tecnico, senza distrarsi troppo, ma nella ricostruzione si evince quella che a suo avviso è la chiave fondamentale per comprendere l’elemento di distinzione del cristianesimo, non solo rispetto al giudaismo, e presumibilmente anche la sua principale forza. Si tratta dell’universalismo. Ma la questione non è priva di problematicità, perché facendo leva su quel concetto, fa notare Leppin, il cristianesimo finì per diventare la religione dei potenti, “destinata a condurre, sotto la guida di Dio, alla Chiesa universale” (p. 169).