mercoledì

Casaleggio è un genio?





Ho letto il libro di Alberto Di Majo (Casaleggio. Il grillo parlante, Editori Internazionali Riuniti,
2013), che - posso dirlo - è stato mio collega negli anni universitari, ma che non vedo da quindici anni, e ricordo con simpatia. Questo dato mi induce naturalmente a parlarne bene, ma devo dire che la lettura del testo, a sua volta, merita un giudizio positivo. Di Majo ha uno stile di scrittura molto gradevole, agile ma non superficiale. L’argomento è di massima attualità, e anche per questo l’interesse per il tema ne rafforza la leggibilità. Mi interessa però da subito precisare un aspetto. Il libro è, nel richiamo del titolo e della copertina, dedicato alla figura di Casaleggio, intorno a cui si muove una curiosità pubblica a tratti morbosa; eppure il volume sembra definito al fine di svuotare di senso, se non addirittura di ridicolizzare, ogni possibile complottismo. Evidentemente Di Majo non crede alle leggende oscure sull’uomo-ombra di Grillo legato ai poteri forti, e ne traccia un profilo al tempo stesso delineato nei limiti della decifrabilità psicologica, pur lasciandone trasparire qualche elemento chiaroscurale.
L’occasione però è ghiotta per fare il punto sulla costruzione del Movimento 5 Stelle, e su alcune sue contraddizioni. Allora la mossa di Di Majo è interessante. Per capire chi è Casaleggio dobbiamo esibire quella rete di relazioni ed evoluzioni che è data dalla costruzione del Movimento, ma di questa vicenda Casaleggio è solo un tassello, importante ma non così misterioso. Per cui, ogni dietrologia pare poco consistente. Il “fascino” equivoco del personaggio sta proprio nel suo nascondersi. Di Majo lo intuisce, e dedica a lui il libro, attirando l’attenzione dei lettori, con l’obiettivo, tuttavia, di normalizzare quest’attenzione un po’ pruriginosa sull’uomo ombra del M5S.
Cosa c’è in questo testo? Ci sono innanzitutto delle interessanti interviste a filosofi italiani chiamati a rispondere sul tema della democrazia diretta. Sono brevi, ma fa piacere vedere – a noi poveri filosofi squattrinati e senza titoli – come i vari Cacciari o Marramao non sappiano esprimere altro che semplici luoghi comuni. E ci sta, è sempre stato così. Vi si trova però una ricostruzione storica del rapporto personale tra Grillo e Casaleggio, da quando il comico genovese (appena otto anni fa) distruggeva i pc sul palco perché rifiutava l’invasione tecnologica delle nostre vite, fino alla “svolta” da internauta. Ma pure quella della coerenza di Grillo è una storia superflua, perché come ho già scritto non è un tema che fa la differenza né in termini di consenso né di ricaduta culturale di questo terremoto politico. Di Majo ci racconta poi delle problematiche relative alla democrazia interna al Movimento e alle aspirazioni futurologiche del guru informatico. In questo senso è un libro completo, che aiuta a conoscere meglio chi sono i nuovi inquilini del Transatlantico.
Cosa, invece, non c’è? Il volume ha un taglio giornalistico, per cui questo non vuole essere un rimprovero. Però resto convinto che prima o poi la questione debba essere affrontata da un diverso punto di vista, che mi pare sia stata solo annunciata da Mario Adinolfi nella prefazione al libro. Poniamola così, in modo un po’ brutale. Se Casaleggio fosse realmente lo stratega del Movimento, come molti sostengono, tra cui alcuni militanti fuoriusciti o espulsi, dovremmo forse leggere il risultato straordinario che i “cittadini” hanno ottenuto alle elezioni come l’opera di un “genio” della comunicazione, o ci troveremmo semplicemente di fronte a una comprensione più penetrante di una trasformazione in atto, che altre forze politiche faticano a decifrare?
Io propendo per la seconda ipotesi, e sono pressoché certo della consistenza di un cambiamento, che io leggo come una profonda ri-articolazione socio-antropologica. Senza dare giudizi di valore, credo però che questa mutazione genererà una contraddizione tra un’istanza democratico - libertaria e alcune delle forme storiche delle istituzioni politiche liberali. Le stesse libertà fondamentali, come la basilare possibilità di esprimere i propri interessi e le proprie opinioni, dovranno essere ricalibrate in modo nuovo. Credo inoltre che le principali forze politiche oggi in campo, non solo in Italia, non abbiano affatto colto la dinamica relativa a tali processi, dando prova di ritardo nella lettura delle trasformazioni sociali, che invece devono interessargli per meglio calibrare il proprio rapporto con le popolazioni di cui si propongono di rappresentare le istanze. Non è un dibattito intrigante quello sul futuro del movimento di Grillo, né lo è qualsiasi esercizio di previsione sul suo prossimo risultato elettorale. Sospetto invece che nel futuro poco lontano le altre forze politiche, che sopravvivranno al cambiamento, saranno costrette a “grillizzarsi”, così come negli ultimi anni, attraverso un’esplosione della comunicazione pubblicitaria in politica, la ricerca di testimonial e un leaderismo incontrollato hanno rappresentato la “berlusconizzazione” dell’antagonismo tra le forze in campo.
Il dibattito e gli studi nell’ambito della comunicazione commerciale sono veramente notevoli, per ovvie ragioni, e la concorrenza per la conquista del mercato induce, com’è naturale, a sperimentazioni e iniziative d’indagine sociale molto interessanti, spesso più penetranti di quelle che vengono pedantemente condotte nel mondo accademico. La graduale diffusione dell’accesso a Internet ha avviato una fase di riorganizzazione complessiva del settore, che profeticamente nel 1999 si sintetizzava nel famoso Cluetrain Manifesto. Secondo i teorici del marketing post-moderno, per un verso si radicalizza la dimensione della  "comunicazione intergrata", cioè polisensoriale e multiattiva, ma in aggiunta a ciò si inserisce in esso una dinamica "non convenzionale". La situazione comunicativa one-to-many si accingerebbe ad essere surclassata da quella “one-to-one”. In quest’ottica, i mercati sono “conversazioni”. Il consumatore si abitua a confrontare i prezzi, è pronto a operare un "fact checking" su ogni prodotto o servizio, recensendo le agenzie di viaggio, i nuovi apparecchi tecnologici. Il consumatore si confronta sui forum, cerca consigli online, si forma un opinione, scarica le sue ansie e le fasi di agitazione. Insomma, i nuovi clienti fanno esperienze online, ma in modo integrato.
Le logiche del mercato sono interiorizzate da chi vive la società dei consumi. Non si può più distinguere il cittadino dal consumatore. È spiacevole ma è così. Negarlo non ci serve. L’elettore consuma sul mercato politico “beni” che soddisfano un bisogno. Nessuno ha capito l’emergenza dei nuovi bisogni, eccetto il M5S, non a caso guidato da un’interessante società di e-commerce, la Casaleggio Associati. Il bisogno, però, nel mercato capitalistico, è spesso indotto. Di cosa ha bisogno il cittadino nel quadro sociale della grande crisi, dell’anomia assiologica e nel totale disorientamento nel rapporto tra passato e futuro? Ecco la scoperta geniale, l’uovo di colombo: ha solo bisogno di lamentarsi, di sfogarsi, di insultare qualcuno, di fare gruppo e poi spaccarsi, di avercela col mondo e dire a tutti: “io sono diverso”, anche se non è vero. C'è bisogno di difendersi asserendo che "ognuno vale uno", anche se è palese, che tanto nel commercio quanto nella politica, questo non è vero. La relazione one-to-one è un mito, è uno strumento ideologico, ma non corrisponde mai a verità. Il bisogno c’è, ma è anche solleticato. E come si risponde al bisogno? Creando la merce (il Movimento) e i mezzi (blog e social network) che soddisfano l’esigenza. Ma è come bere acqua salata. Avrai sempre sete. Il marketing è il marketing, intendiamoci.
Ma la politica, come deve interpretare la fase? Come progettare il futuro delle istituzioni democratiche? Fare finta di niente, è impossibile. Oltre che suicida.


1 commento:

  1. Sicuramente la politica italiana ha bisogno di una rifondazione seria.
    Carlo parla di identità cittadini-consumatore, ma questo vuol dire accettare la teoria dei giochi come conseguenza di una politica di americanizzazione dei nostri principi. Non è detto che sia un errore, potrebbe essere anche una necessità delle cose in senso marxiano.
    Il fatto è che coi papi stranieri la Dc è finita, mentre parlare di socialdemocrazia da noi è sempre stato un po' utopico.
    1+1 comporta che se le ideologie tradizionali non si rifondano come è probabile avremo una politica completamente nuova.

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