domenica

Filosofia dei piatti da lavare







SEMPLICI STRATEGIE PER LAVARE I PIATTI IN MODO PIU’ ECOLOGICO
Capita in quei periodi in cui, per questo o quel motivo, si è costretti a rimanere a casa per diversi giorni. I figli malati, le ferie o un lungo ponte. Ci si ritrova per ore a rassettare la casa più e più volte, per vederla dopo poco nuovamente a soqquadro, intercettando l'inesorabile rimpatrio dei primi puntini di polvere. La sequenza spesa-cucina-lavaggio dei piatti, per parte sua, al meno si duplica, manifestando nel dopopranzo quello spettacolo che di consueto è ceduto alle ore serali. Tempo e sforzi sottratti all'attività professionale sono allora debitamente restituiti alla casa; si stira quanto accumulato nei giorni in cui "non c'era tempo", per avviarsi, l'indomani, a strapazzare nuovamente abiti confezionati con cura il giorno avanti.
E' così che l'attività domestica appare allora come un'ingiusta e inutile reiterazione dell'identico, un meccanico riproporsi degli stessi gesti che producono situazioni, come la pulizia, destinate a durare poco. Anche per questo, chi può, delega ad altri l'ottemperanza dei propri doveri casalinghi. La frustazione di una spugna che passa per la terza volta in un giorno il sapone nei bicchieri, è superiore, ad esempio, alla stiratura. Mentre raccolgo i miei capi dalla cesta e mi avvio ad accomodarli, il pensiero può fuggire a domani, a quando li indosserò, a come figureranno in ordine. C'è un elemento teleologico che preserva il compito. Ma la rimozione dell'unto e del grasso è un intervento che accade soltanto  a funzione eseguita. E' come lavorare dopo aver già speso i soldi della paga. Costa il doppio della fatica. 
Questa esperienza suggerisce alcune riflessioni. La nostra difficile sopportazione del lavoro domestico è legata a una profonda trasformazione avvenuta nel nostro rapporto con il lavoro in quanto tale. Non ha un nesso diretto con la meccanica e alienante ripetizione del lavoro di fabbrica o di una postazione di cassa nel supermercato. Quelle attività, proprio in quanto estranianti, consentono appunto la "presa di distanza", la distinzione tra il sé e la propria condizione lavorativa. Marx aveva ragione a individuare in ciò un tradimento dell'essenza del lavoro, ma in un senso diverso da ciò che può apparire una banalizzazione in senso "creativo" del suo intendere l'azione umana. La natura teleologica del lavoro implica senz'altro la capacità umana della proiezione di un fine e la predisposizione dei mezzi per la sua realizzazione. Ma ciò non implica che questo creato sia un novum. Nel lavoro alienato di fabbrica, la dimensione generativa è mutilata, e il lavoro umano è espropriato del suo stesso significato. Ma il lavoro domestico è differente, perchè nella meccanicità del suo ripetersi vive ancora la teleologia, che non si traduce nella progettazione dell' "emergenza", bensì nel movimento ciclico che garantisce lo scorrimento in avanti della vita stessa. Il lavoro domestico per una qualche analogia ricorda la rotazione dei pianeti nella galassia. Ma ancora meglio, esso richiama alla mente il lavoro agricolo. Il paziente ripristino del mangime ai propri animali, presto consumato, l'irrigazione alternata alla siccità, quel divellere erbacce già pronte a ricrescere, in un continuo corpo a corpo con la natura, per ricavarne il "proprio", il necessario alla sussistenza. Più che un télos, nel lavoro contadino c'è la consapevolezza di ciò che deve essere fatto, è una legge della necessità. Le bestie crescono e si riproducono, i figli allevati sono pronti essi stessi a lavorare. 
Lavare i piatti, stirare, ripulire, corrispondono a quel processo necessario, che garantisce la permanenza di ciò che deve maturare, cioè la vita.
E allora, perché ci costa tanta fatica l'accettazione del necessario? Perché lo occultiamo, potendo, delegandolo ad altri? Perché, credo, non essendo un lavoro fatto per conto di terzi, che  faciliterebbe, nonostante la frustrazione, una scissione tra il sé e l'attività dedicata a ciò che non è "sé", favorisce un processo di identificazione tra la propria esistenza (e il suo valore) con la qualità di quel lavoro.
Come direbbe Durkheim, in una società a solidarietà meccanica, cioè ad altissimo tasso di individualismo, siamo immersi nella logica della performance personale. Il nostro lavoro deve sempre essere un successo, un'affermazione, un goal segnato nella porta dell'avversario. Realizzarsi sul lavoro, è diventato sinonimo di otternere alti guadagni e/o stima nel contesto lavorativo.  Di riuscire a generare qualcosa di "eccezionale", di sorprendente. Il lavoro deve offrire stimoli, novità, aggiornamenti. Siamo nella dimensione del lifelong learning. Come nell'analisi dei recenti risultati elettorali, abbiamo bisogno di dire: quella persona vale perché ha due lauree, quella no, perché non ne ha nessuna. E' la logica della performance, altro che meritocrazia. L'altra sera un sempre pessimo Benigni ribadiva in una sua lettura di Dante (che somigliava più a una presentazione in power point senza slide, che a una lettura poetica) l'importanza del lavoro nel definire l'identità della persona. Ecco. Questo è il punto debole della nostra società. Non trovo nulla di negativo nell'aspirazione, chissà quanto onesta, alla riduzione di fattori estranianti nelle dinamiche professionali. Viva l'aggiornamento e l'esaltazione del pensiero divergente. Ma questo sistema, oltre a tali elementi di positività, nasconde uno schema equivoco, quello che sovrappone il "ciò che fai", o sai fare, a "ciò che sei".
Il lavoro definisce qualitativamente la persona in quanto struttura dell'essere reale, in quanto universale, non può fungere da principio d'individuazione. Se il lavoro ci identifica, ecco che l'attività domestica ci appare inaccettabile. Perché non ne riconosciamo la funzione globale. Senza di essa, tuttavia, non controlleremmo il tempo della nostra vecchiaia e della crescita dei nostri figli. 
Pulendo la casa rimettiamo tutto in ordine nel mondo della vita sociale, ci confondiamo con l'alternanza delle stagioni, siamo il riflesso antropologico di un meccanismo astrale.
Quanta poesia, dunque, in un cumulo di piatti sporchi.